Lo Strutturalismo

1. Introduzione

Lo strutturalismo è uno dei movimenti che appaiono centrali nella cultura del Novecento, ma che sfuggono a una definizione precisa. Il termine â??strutturalismo' è stato usato, spesso in maniera polemica, come una bandiera sotto la quale certi autori si schierano, e che offre la giustificazione di certe idee e impostazioni, oppure come un termine che già da solo basta a condannare le posizioni che caratterizza. Non sempre è chiaro, però, a quali autori e posizioni esso si possa appropriatamente riferire.

La confusione è accresciuta da altre circostanze: da un lato, la disciplina nella quale lo strutturalismo ha raggiunto maggiori e più duraturi risultati è la linguistica, dove peraltro si presenta in maniera relativamente tecnica e poco divulgabile; dall'altro, il suo maggiore successo di pubblico, la sua maggiore notorietà (con discussioni che hanno coinvolto aspetti filosofici e ideologici di portata più generale) li ha conseguiti attraverso altre discipline (dall'antropologia alla critica letteraria), che generalmente si sono richiamate alla linguistica strutturale, ma nelle quali quest'ultima non sempre ha riconosciuto una valida applicazione ed estensione dei propri metodi. In questo articolo cercheremo di esporre le principali caratteristiche dello strutturalismo concentrandoci sulla linguistica, cioè sul campo nel quale, a nostro avviso, esso ha dato risultati più durevoli e interessanti, e limitandoci a semplici cenni ad altre discipline, nelle quali l'uso di metodi strutturalistici è meno preciso e caratterizzante, e comunque più generalmente noto e accessibile in esposizioni non tecniche.

Non solo la caratterizzazione di certe opere e tendenze come â??strutturalistiche' è controversa, ma anche i rapporti, di affiliazione e di opposizione, dello strutturalismo rispetto ad altre impostazioni è oggetto di discussione; ciò è particolarmente vero per quanto riguarda le origini della tendenza strutturalistica e la collocazione di correnti più recenti, che ad essa si contrappongono ma che di fatto possono essere riportate alla stessa matrice. L'esposizione che segue si fonda, ovviamente, sulla nostra interpretazione delle teorie in questione, ma riferisce anche, dove sia necessano, interpretazioni diverse.

In generale, potremmo caratterizzare lo strutturalismo come un atteggiamento che presta attenzione alla â??struttura' di un determinato fenomeno. Questo sembra implicare: a) l'identificazione di elementi â??portanti', o sottostanti, sostanziali e permanenti, in contrapposizione ad altri â??decorativi', esterni, accidentali e variabili; cosi come si parla - nel corpo - di una struttura ossea rispetto al suo rivestimento di carne; o di edifici la cui struttura può essere la stessa nonostante la diversità dell'aspetto esteriore; b) il collegamento delle varie parti, il loro essere â??interdipendenti', e il loro funzionare l'una in rapporto all'altra; e, secondo certe impostazioni, l'idea che il tutto è qualcosa di più che semplicemente la somma delle sue parti, ed ha proprietà non ricavabili a partire solo e soltanto dalle proprietà dei singoli elementi; c) la â??modellizzazione', terzo elemento importante collegato ai due precedenti, il fatto cioè che in un fenomeno, o insieme di fenomeni, sia possibile isolare caratteristiche strutturali, riproducibili in un modello, e questo non tanto nel senso di un â??modellino' su scala diversa dell'oggetto in questione, quanto come rappresentazione â??astratta', che coglie gli aspetti â??pertinenti' del fenomeno e li presenta attraverso un simbolismo di tipo matematico. Da questo punto di vista, si può dire che lo strutturalismo si inserisce nell'ambito delle scienze moderne â??galileiane', mirando a identificare costanti astratte dietro la variabilità del concreto; e la sua originalità consiste proprio nell'aver esteso l'indagine astratta e generalizzante alle scienze umane, applicandola al linguaggio, tradizionalmente studiato in precedenza nella concretezza delle sue singole manifestazioni, in maniera individualizzante e storicizzante. Queste caratteristiche dello strutturalismo sono ancora riconoscibili attraverso le forzature e le deformazioni che, nelle sue estensioni fuori della linguistica, ne hanno fatto un metodo opposto, in particolare, a quelli di ispirazione storicistica e umanistica.

Lo strutturalismo ha trovato spunti ispiratori e un terreno di sviluppo particolarmente adatto in molti aspetti della cultura del Novecento, che sottolinea la necessità di una considerazione sistematica, globalizzante, che spieghi i singoli fenomeni in base all'insieme che essi costituiscono basti pensare, anche senza ricorrere alle scienze fisiche e matematiche, a discipline come l'economia, la sociologia, la psicologia della forma, ecc. Si noti però che ci limiteremo a discutere tendenze che in qualche modo si riconoscano collegabili a un movimento esplicitamente strutturalistico; non esamineremo cioè l'uso della nozione di struttura in altri periodi e ambiti cui non si adatterebbe la qualifica di strutturalistici. Per l'uso della nozione di struttura nella linguistica prestrutturalistica, e in altre discipline, in particolare nell'Ottocento, v. Lepschy, 1962 (a proposito di Bastide, 1962); e sullo strutturalismo in varie discipline v. Ducrot e altri, 1968; v. Piaget, 1968; e per l'Italia v. Avalle, 1970; v. Segre, 1971.

2. Saussure

Quando si parla di linguistica strutturale ci si riferisce principalmente in Europa alla tradizione che possiamo chiamare saussuriana (e in particolare, oltre alle posizioni di Saussure, a quelle del Circolo linguistico di Praga e della glossematica di Hjelmslev), e in America alle elaborazioni bloomfieldiane. Cerchiamo di delineare l'una e l'altra tradizione nei loro aspetti più rilevanti per la caratterizzazione dello strutturalismo.

Ferdinand de Saussure, il grande linguista ginevrino, occupa una posizione chiave nella formazione della linguistica contemporanea. Giovanissimo, pubblicò a ventun anni, nel 1878, un saggio sul sistema primitivo delle vocali nelle lingue indoeuropee (v. Saussure, 1878), che rinnovò l'immagine della fonologia indoeuropea con una serie di ipotesi, che si sarebbero poi rivelate straordinariamente feconde ancora nel nostro secolo, e attraverso un trattamento - che oggi non può non apparirci precocemente strutturalistico - di elementi identificati non tanto nella loro supposta realtà fonetica quanto in base alla loro funzione entro il sistema fonologico (si tratta in particolare di quei coefficienti sonantici che saranno genialmente ripresi, mezzo secolo dopo, nella teoria della radice di Benveniste, v., 1935). L'elaborazione esplicita delle riflessioni destinate a gettare le fondamenta della linguistica strutturale ebbe una storia difficile e travagliata e sfociò nelle tormentate formulazioni orali dei corsi di linguistica generale, che, non pubblicati da Saussure, furono alla base, attraverso appunti degli uditori, e in parte del maestro, di quello straordinario testo postumo che è il Cours de linguistique générale (1916), la cui formazione possiamo oggi seguire attraverso il commento analitico di Tullio De Mauro (1967) e l'edizione sinottica del materiale manoscritto preparata da R. Engler (1967), che presuppongono entrambi le approfondite indagini di R. Godel (v., 1957). Ma l'efficacia delle idee saussuriane per il costituirsi della linguistica strutturale si è manifestata non tanto attraverso la ricostruzione storico-filologica dello sviluppo dell'autentico pensiero di Saussure, quanto attraverso il potente fascino esercitato da un gruppo di dicotomie, di coppie di nozioni antitetiche - in cui sembra manifestarsi immediatamente il procedere dialettico della riflessione saussuriana -, che offrono chiavi importanti, il cui uso dischiude aspetti centrali del funzionamento del linguaggio.

Le principali di queste dicotomie, che vengono variamente riprese e sviluppate nel pensiero strutturalistico, sono le seguenti.

Sincronia e diacronia

Un fenomeno può essere considerato quale si presenta in un singolo momento (non necessariamente nel presente), oppure in quanto si sviluppa nel tempo. Si tratta di una distinzione di punti di vista, di modi di guardare un oggetto, più che di una distinzione inerente all'oggetto stesso, anche se certi fenomeni si prestano meglio a essere studiati secondo l'una o l'altra di queste due dimensioni. La distinzione è riportabile a quella, tradizionale negli studi classici, fra storici e antiquari (v. Momigliano, 1950; v. Timpanaro, 1963, pp. 4-5), ed era frequentemente usata nelle discussioni sul metodo delle scienze umane nella seconda metà dell'Ottocento. Ma la separazione radicale delle due dimensioni, con una implicita subordinazione di quella diacronica a quella sincronica, ebbe per la linguistica un effetto particolarmente traumatico, dato che, nel corso dell'Ottocento, attraverso l'elaborazione della grammatica comparata indoeuropea, si era venuta creando un'identificazione fra linguistica scientifica e linguistica storica lo studio scientifico delle lingue, la comprensione e spiegazione dei fatti linguistici, non erano concepiti che â??storicamente', mentre alla descrizione sincronica di una lingua veniva attribuito un valore puramente pratico o didattico, quello cioè di una grammatica di riferimento o di studio per l'apprendimento. Naturalmente, le nozioni di storico e diacronico vanno tenute distinte, anche se nell'uso comune esse vengono a volte scambiate. Da un lato, è possibile uno studio diacronico che non è giudicato storico dagli storicisti una grammatica storica che indichi i mutamenti fonetici dall'indoeuropeo al latino, o dal latino all'italiano, non è di solito considerata (e di fatto generalmente non è) una â??storia', e non offre una comprensione â??storica' dell'evolversi di quella complessa istituzione, intimamente legata a tanti altri aspetti della compagine sociale, che è una lingua; dall'altro, la storia stessa non si occupa necessariamente del divenire dei suoi oggetti nel tempo, ma può offrire un'analisi (che può essere preziosa per la spiegazione o comprensione â??storica' del fenomeno in questione) di certi fatti entro un dato periodo, considerato sincronicamente: per esempio, la vita in un villaggio occitanico fra il 1294 e il 1324; e del resto, fra le opere storiche più interessanti che si presentano al ricordo, molte hanno appunto questo carattere â??sincronico', anche se, 0vviamente, i fatti considerati si svolgono all'interno di un periodo di tempo che ha una sua propria durata, così come un testo, anche lungo, o perfino una frase, hanno una loro durata, il che non impedisce che essi possano anzi, normalmente, debbano essere considerati sincronicamente.

Saussure, che fu uno dei massimi rappresentanti della linguistica storica, non solo separò nettamente sincronia e diacronia, ma invertì il loro rapporto tradizionale attribuì alla considerazione sincronica un carattere prioritario e preliminare; la lingua è comprensibile e analizzabile in quanto essa costituisce un sistema, e il sistema funziona, in quanto tale, solo se lo si considera da un punto di vista sincronico. Allo stesso modo, per capire come funziona un motore, bisogna esaminarlo in base al rapporto fra le vane parti che lo compongono, indipendentemente dal modo in cui queste sono state fatte e messe insieme, e, per capire come funziona il corpo umano, conviene studiare il rapporto fra cervello, cuore, polmoni, fegato, sistema circolatorio, sistema nervoso, ecc.: l'organismo è strutturato in un certo modo, che consente il suo funzionamento, e il modo in cui l'organismo funziona può essere studiato separatamente dal modo in cui l'organismo si è formato (ontogeneticamente, attraverso lo sviluppo dell'individuo, o filogeneticamente, attraverso l'evoluzione della specie). O anche, con un paragone che sarà ripreso da Saussure anche da altri punti di vista (e che pone peraltro problemi ulteriori), l'esame di una data posizione durante una partita a scacchi, per decidere quali mosse siano possibili o opportune, si può compiere ignorando completamente la storia della partita, il modo in cui si è arrivati a quella particolare posizione; anzi, non si tratta semplicemente della â??possibilità' di ignorare la storia precedente della partita: il fatto è che, per quanto lo studio di tale storia possa essere stimolante o interessante per altri rispetti, esso è non pertinente (a parte singoli particolari tecnici, per cui può essere necessario sapere se e quando certe mosse siano state fatte, per regolarsi per esempio circa l'arrocco, la presa di un pedone al passaggio, ecc.). Analogamente, le considerazioni diacroniche, la storia della lingua, sono irrilevanti se vogliamo capire il modo in cui la lingua funziona. Al contrario, se vogliamo studiare, diacronicamente, i cambiamenti cui la lingua o singoli elementi linguistici sono soggetti nel tempo, dobbiamo partire dal sistema che rende la lingua e i suoi elementi identificabili e analizzabili, o meglio, dai sistemi, in momenti diversi, il cui confronto ci consente di render conto di singoli cambiamenti.

A questa pregiudiziale a favore della sincronia si collegano certi aspetti dello strutturalismo (anche non linguistico), che sono stati criticati come antistoricistici o astorici. Interessante, da questo punto di vista, è il tentativo, portato avanti da Piaget (si vedano indicazioni generali in Piaget, 1968), di elaborare uno strutturalismo genetico o evolutivo che superi la contrapposizione di sincronia e diacronia, e si ponga come alternativa all'innatismo chomskiano (si veda la discussione in Piattelli-Palmarini, 1979).

Un problema distinto è quello dello strutturalismo diacronico. Mentre, in base al Corso di Saussure, pare che il passaggio da un sistema a un altro avvenga attraverso mutamenti singoli, di singoli elementi, di carattere non sistematico, che fanno pensare alle mutazioni genetiche, varie tendenze successive in particolare nel Circolo di Praga, con Jakobson, e nella corrente funzionalista che si richiama a Martinet hanno cercato di identificare i caratteri sistematici dei mutamenti linguistici, e quindi, in un certo senso, un'origine dei fenomeni diacronici in certi squilibri e dissimmetrie riscontrabili nei rapporti sincronici. Del resto, se Martinet mantiene la distinzione saussuriana fra sincronia e diacronia, gli studiosi del Circolo di Praga ne hanno indicato l'insostenibilità: i due poli della dicotomia sono traducibili l'uno nell'altro, come quando la graduale scomparsa o comparsa (diacronica) di certe forme si presenta, nella sincronia, come compresenza di forme, rispettivamente, arcaiche o moderne.

Abbiamo accennato sopra anche al fatto che certi fenomeni si prestano più o meno di altri a essere spiegati in chiave sincronica o diacronica; per esempio, le analisi sincroniche di strutture morfologiche come quelle di faccio - feci - fatto, scrivo - scrissi - scritto, metto - misi - messo, eccetera, finiscono per apparire sempre innaturalmente arzigogolate in confronto alla derivazione diacronica, che sembra offrire una spiegazione, da un punto di vista intuitivo, molto più soddisfacente della struttura di queste forme.

Lingua e parole

La dicotomia lingua-parole (langue-parole) è una delle più complesse (e forse confuse) nell'ambito della tradizione saussuriana. Essa sembra riferirsi a vari aspetti: la lingua è sociale, la parole individuale, ma, in maniera che è stata definita paradossale (v. Labov, 1972, p. 186), ciò che riguarda la lingua sembra ricavabile attraverso l'introspezione individuale, mentre per descrivere la parole occorre fare un'indagine di carattere intersoggettivo, e in definitiva più sociale. La lingua è piuttosto un sistema, un inventario; la parole, riferendosi al discorrere, sembra comprendere nel suo ambito la sintassi. Quest'ultimo punto è stato però vigorosamente respinto nelle impostazioni successive: la sintassi occupa oggi un posto centrale nella â??lingua' in senso saussuriano, in particolare secondo un'altra interpretazione della dicotomia, secondo la quale la lingua è l'elemento astratto e la parole l'elemento concreto. Riprendendo il paragone con gli scacchi, possiamo osservare che ciò che definisce ogni singolo pezzo non è il suo aspetto esteriore, ma il fatto che esso â??sia' quel dato pezzo, cioè la sua diversità funzionale rispetto agli altri: il gioco resta lo stesso se i pezzi sono fatti di avorio elaboratamente scolpito, o se sono pezzetti di carta con sopra scritto â??alfiere', â??cavallo', ecc. Il treno Venezia-Milano delle 7.24 è carattenzzato dall'orario, dal percorso, dalla categoria (rapido), non dall'identità materiale dei suoi vagoni, i quali possono cambiare da un giorno all'altro senza che i viaggiatori nemmeno se ne accorgano. Così si può dire che una data unità linguistica, per esempio il lessema cane, resta la stessa quando è pronunciata, in momenti e maniere diversi, da persone diverse, quando è scritta in maniere diverse (cane, cane, cane), o compare in trascrizione fonetica ([′kane]); ciò che la identifica non è il modo in cui si manifesta materialmente, ma il modo in cui viene usata: il fatto di essere un sostantivo maschile singolare, che entra in una determinata rete di rapporti con le altre unità della lingua. In questo senso, la lingua è un sistema di regole, la parole è la messa in atto di tale sistema di regole per dire certe cose; da questo punto di vista, c'è un'analogia fra la dicotomia lingua-parole e quella proposta dalla grammatica generativa fra competenza ed esecuzione. La lingua rappresenta allora, rispetto alla parole, un livello di idealizzazione superiore, e si riferisce a un modello astratto presente dietro la varietà dei singoli fenomeni particolari - che il linguista deve identificare e mettere in luce. Ci si ricollega qui a concezioni diverse, di tipo nominalistico o sostanzialistico: secondo le prime, la struttura viene imposta ai fenomeni dal ricercatore, nel suo tentativo di mettere ordine fra dati di fatto che si presentano in maniera inevitabilmente caotica e non sistematica; per le seconde, la struttura appartiene all'oggetto stesso della descrizione, e il ricercatore deve cercare di scoprirla: non si tratta allora di fare ipotesi più vantaggiose per i nostri scopi, per il controllo della realtà nei singoli aspetti che via via ci interessano, ma di arrivare alla spiegazione vera. Ma questo ci porta a problemi di gnoseologia e di metodologia della scienza che trascendono, ovviamente, le questioni specifiche dello strutturalismo.

Sintagmatica e paradigmatica

La dicotomia sintagmatica-paradigmatica si collega alla distinzione, corrente nella psicologia associazionistica dell'Ottocento (e risalente agli empiristi inglesi, e prima ancora ad Aristotele) fra associazioni per contiguità e associazioni per somiglianza. Ma, come accade spesso nel pensiero saussuriano, una distinzione tradizionale viene presentata in maniera nuova e singolarmente efficace per l'analisi linguistica. Un elemento linguistico è legato da rapporti sintagmatici, in praesentia, con altri elementi, precedenti o seguenti o anche simultanei, se si rinuncia al discusso postulato saussuriano della linearità del significante ma comunque compresenti nel messaggio; e da rapporti associativi, in absentia (generalmente oggi chiamati paradigmatici, seguendo una proposta terminologica di Hjelmslev), con altri elementi che non figurano nel messaggio, ma sono in qualche modo collegabili, per la forma o per il senso, all'elemento in questione. In particolare nella glossematica, e nelle tendenze distribuzionalistiche dello strutturalismo americano, questa dicotomia viene irrigidita in una teoria del testo come costituito da una serie di â??sedi' definite dalla loro posizione reciproca, che possono essere occupate da elementi caratterizzabili appunto in base alla loro possibilità di presentarsi nella stessa sede (di inserirsi in una medesima fessura, o slot), producendo beninteso, attraverso la loro commutazione, testi diversi. Ecco quindi che in una frase come il cane salta abbiamo, al livello lessicale, tre sedi, di cui la prima (quella di il) può essere occupata da un, questo, quel, ecc., cioè dai determinativi; la seconda (quella di cane) può essere occupata da gatto, topo, ragazzo, ecc., cioè dai nomi; e la terza (quella di salta) può essere occupata da corre, mangia, dorme, ecc cioè dai verbi. Analogamente, al livello fonologico, se consideriamo la parola salta, troviamo cinque sedi, di cui la prima potrebbe essere occupata da m (malta), da c (calta, una pianta), o da qualsiasi altra consonante, ottenendo magari parole di forma possibile anche se di fatto non attestate (come dalta, nalta, ecc.), ma non da vocali; così la quinta sede potrebbe essere occupata da altre vocali (salti, salto), ma non da consonanti; la terza sede potrebbe essere occupata da certe consonanti (n: santa; r: sarta; e, producendo parole fonologicamente possibili anche se non attestate, s: sasta), ma non da altre (sabta, samta, ecc., non sarebbero possibili in italiano se non come esotismi). In questo modo è possibile definire qualunque unità fonologica o classe grammaticale in base alla sua combinabilità con le altre, ottenendo una descrizione che si fonda sulla dicotomia sintagmatica-paradigmatica, o, con una distinzione terminologica che è stata proposta in questo ambito, struttura-sistema. Ciò che ci troviamo davanti nel comportamento linguistico i dati da cui partire sono strutture, cioè catene sintagmatiche, messaggi, analizzabili in certi elementi; e la nostra descrizione porta a costruire sistemi, paradigmi, codici entro i quali le singole unità trovano il loro posto in base appunto alle loro caratteristiche distribuzionali. Collegabile a questa impostazione è la tendenza in base alla quale anche la semantica e la lessicologia vanno interpretate secondo questa dicotomia.

Come categorie grammaticali (o, da un altro punto di vista, classi di parole) quali nome, verbo, ecc., sono definibili in base ai loro rapporti reciproci nella frase, così lo sono anche le singole parole il significato di una parola dipende dal suo uso (o addirittura è il suo uso). Il significato di una certa unità linguistica è conoscibile, descrivibile, in base all'insieme dei contesti (linguistici e non linguistici) in cui tale unità si può presentare tale insieme può essere introdotto estensivamente, denotativamente, come una lista, o intensivamente, connotativamente, come una formula riassuntiva. Così, per esempio, potremo avere liste di gruppi consonantici iniziali di parola in italiano, come spr-, str-, sbr-, ecc., o formule che ci indichino che in un gruppo triconsonantico iniziale la prima sede è tipicamente occupata da una sibilante, la seconda da una occlusiva, la terza da una liquida. Per una parola come abbaiare potremo avere liste di contesti come il mastino abbaiava, il bracchetto si mise ad abbaiare, ecc., oppure una definizione di vocabolario, come gridare, del cane"; ma dovremo anche tener conto del fatto che è possibile trovare contesti come il gatto che abbaia (nel titolo del romanzo di G. Jarlot), i quali non implicano che abbaiare possa significare anche miagolare.
 

Significante e significato

Abbiamo citato esempi che riguardano la fonologia, e altri che riguardano la semantica. Questo ci porta a un'altra dicotomia centrale per il pensiero saussuriano e per le teorie strutturalistiche, quella fra significante e significato. Le tre dicotomie precedenti hanno un'applicazione che va al di là della linguistica la prima (sincronia-diacronia) riguarda qualsiasi studio suscettibile di avere una dimensione storica (e dovrebbe perciò essere pertinente, secondo certe tendenze storicistiche, per tutte le discipline senza eccezione, dato che qualsiasi studio, anzi qualsiasi riflessione, è opera dell'uomo, che alla storia non può sottrarsi), e le altre due (lingua-parole e sintagmatica-paradigmatica) sembrano avere un interesse metodologico generale, poiché la prima riguarda il processo di astrazione e la seconda la natura della descrizione e spiegazione scientifica. La dicotomia di significante e significato è invece caratteristica specificamente della lingua, o forse dei sistemi semiotici in generale; ma, con la moderna estensione della semiotica a teoria universale, secondo la quale ogni aspetto della realtà può essere interpretato da un punto di vista segnico, e il mondo stesso può essere interpretato come un linguaggio, anche questa dicotomia acquista una generalità paragonabile a quella delle precedenti.

Ovviamente, la distinzione si richiama a quella tradizionale fra forma e contenuto. Si noti però che nella tradizione strutturalistica, particolarmente per influenza delle teorie di Hjelmslev, viene preferita una suddivisione concettuale e terminologica diversa abbiamo una divisione del segno in espressione e contenuto (che corrispondono a significante e significato), e, nell'ambito sia dell'espressione sia del contenuto, abbiamo una distinzione fra forma e sostanza (che corrisponde a quella fra lingua e parole). Dalle lezioni di Saussure emerge, faticosamente e non sempre coerentemente, una distinzione fra segno e significante. Parallelamente alla distinzione classica di signum, signans e signatum, Saussure propone di chiamare â??segno" un'entità linguistica bifronte, con due piani, o due facce: quella dell'espressione (significante) e quella del contenuto (significato). Diverso dal rapporto fra significante e significato è il rapporto fra segno (come somma, o come rapporto del significante e del significato) e cosa designata. La presenza, o l'assenza, della cosa designata nell'ambito delle teorie saussuriane, e più generalmente da un punto di vista strutturalistico, è stata oggetto di innumerevoli discussioni. Si tratta di vedere se l'arbitrarietà di cui parla Saussure investa il rapporto fra segno e cosa designata, o quello fra significante e significato, o entrambi. Da un lato, abbiamo il fatto che il segno bue designa l'animale bue per una convenzione arbitraria (o, il che finisce per essere lo stesso, necessaria, nell'italiano, per motivi di casualità storica il bue si chiama bue non perché il nome sia per necessità naturale dipendente dalle caratteristiche dell'animale, ma perché, in italiano, la parola per designarlo è, appunto, bue); e in altre lingue viene indicato da altre parole, come ox, o byk, o niú. Dall'altro lato, abbiamo il fatto che sembra essere arbitrario anche il rapporto fra la serie di fonemi b+u+e, che costituisce il significante della parola bue, e il significato di tale parola, cioè una data entità linguistica, caratterizzata, nel sistema grammaticale italiano, da certi tratti come â??maschile' e â??singolare', e semanticamente, dai suoi rapporti con altre entità di contenuto, come i significati delle parole toro, vitello, vacca, ecc.; attraverso questi rapporti, e quelli analoghi che valgono per altri gruppi di parole come castrone, montone, agnello, pecora, ecc., è possibile isolare una serie di tratti semantici più elementari di cui è composto il significato di bue, e che a loro volta possono entrare come componenti nel significato di altre parole. Per bue questi tratti possono essere designati da parole come bovino, maschio, adulto, castrato, ecc. Da ciò emerge un ulteriore livello di arbitrarietà nella costituzione del significato stesso. Esaminando le parole citate sopra, che in lingue diverse sono normalmente usate per designare il bue, troviamo che i loro significati differiscono l'uno dall'altro a differenza dell'italiano bue, l'inglese ox non può indicare la carne macellata e destinata a essere mangiata, per la quale c'è la parola beef; il russo byk può designare anche il toro; e il cinese niú, oltre al bue e al toro, può designare anche la vacca.

In molte correnti della linguistica è stato elaborato il tentativo di applicare un'analisi strutturale al significante e al significato separatamente, ricorrendo eventualmente a prove come la commutazione per vedere se, sostituendo sul piano dell'espressione un elemento fonologico a un altro, si ottiene una parola diversa sul piano del contenuto (come, sostituendo d a b, si passa da bue a due); e se, sostituendo sul piano del contenuto un elemento semantico a un altro, si ottiene una parola diversa sul piano dell'espressione (come, sostituendo â??non castrato' a â??castrato', si passa da bue a toro).

Va aggiunto che, se i tentativi di elaborare una semantica strutturale sono stati compiuti principalmente all'intemo delle teorie che accettano o sviluppano la distinzione di significante (piano dell'espressione) e significato (piano del contenuto), troviamo anche, nella linguistica strutturale di ispirazione bloomfieldiana, una semantica che preferisce considerare il segno come un'entità che ha un solo piano. Anziché distinguere significante e significato, si preferisce fondere la nozione di significante con quella di segno, e la nozione di significato con quella di designato, definendo il segno come una cosa che sta per un'altra cosa, o, se si preferisce, definendo, come abbiamo visto sopra, il significato come il modo in cui il segno viene usato, o il rapporto che si viene a istituire fra una parola e le cose che essa denota. Va peraltro aggiunto che questo punto di vista non produce di solito l'elaborazione di una semantica strutturale, ma piuttosto la restrizione o l'esclusione, in quanto scarsamente trattabile, della semantica dal dominio della linguistica strutturale.
 

Roman Jakobson; linguisti europei

Roman Jakobson ha elaborato con geniale vigore l'ipotesi che si possa costituire un inventano universale di una dozzina di tratti fonologici binari (come sordo-sonoro, nasale-orale, occlusivo-continuo, ecc.), a partire dai quali sono costruiti variamente i sistemi fonologici delle varie lingue del mondo. Questa ipotesi si è rivelata particolarmente feconda e ha costituito la base di molti sviluppi successivi, in rapporto con la fisica, attraverso la descrizione dei tratti in termini acustici (compatto-diffuso, grave-acuto, ecc.), che consentono una classificazione unitaria di vocali e consonanti, e, in rapporto con la teoria dell'informazione, attraverso la binarietà dei tratti, cioè il loro constare di qualità fonologiche di cui si può specificare la presenza (con un â??+'), l'assenza (con un â??−'), o la non pertinenza (con uno â??0'). È interessante che l'impostazione binaristica di Jakobson sia stata adottata nella concezione fonologica della grammatica generativa. Del resto, l'analisi fonologica, su cui ci siamo soffermati, costituisce forse l'aspetto della linguistica in cui le tendenze strutturalistiche hanno avuto maggior successo, e quello che ha esercitato maggiore influenza su altre discipline; in particolare, la fonologia jakobsoniana ha costituito un suggestivo modello metodologico per Lévi-Strauss e per molti strutturalisti non linguisti.

L'influenza di Jakobson è stata determinante anche in altri campi: per la semiotica, in cui egli ha ripreso e rivitalizzato molte idee di Peirce, e per la filosofia del linguaggio, la poetica, la critica letteraria, che hanno fatto largo uso del suo modello della comunicazione linguistica, modello che distingue sei punti di vista, cui corrispondono sei funzioni linguistiche diverse (le prime tre corrispondono al modello proposto da K. Bühler, di cui aveva già tenuto conto la fonologia trubeckojana): 1) il punto di vista del parlante: funzione emotiva o espressiva, rappresentata tipicamente dalle interiezioni, o dalla prima persona singolare; 2) dell'ascoltatore: funzione conativa, o d'appello, rappresentata tipicamente nell'imperativo e nel vocativo; 3) del contesto a cui ci si riferisce: funzione denotativa, referenziale, o di rappresentazione, che emerge tipicamente nelle dichiarazioni fattuali (in terza persona, nel modo indicativo); 4) del messaggio: illustra la funzione poetica studiata dai formalisti russi, per cui il messaggio richiama l'attenzione sul modo stesso in cui è strutturato; 5) del contatto, cioè del canale fisico e della connessione psicologica grazie ai quali i due interlocutori comunicano: vi corrisponde la funzione fatica di cui aveva parlato Malinowski, rappresentata per esempio dai pronto..., sì..., ehm..., ecc. detti al telefono per fare capire che si è in linea, che si sta ascoltando; 6) del codice: vi corrisponde la funzione metalinguistica studiata dai logici, che emerge quando si usa una lingua per parlare della lingua stessa.

Secondo Jakobson, tutti i processi simbolici sono caratterizzati dal fatto di organizzarsi secondo i due assi della combinazione e della selezione (che corrispondono alla dicotomia saussuriana di sintagmatica e paradigmatica): questo principio rivela la sua fecondità nell'applicazione allo studio delle afasie, che sembrano suddividersi in due grandi gruppi, a seconda che i disturbi tocchino lo strutturarsi della frase (combinazione), o la scelta delle parole (selezione); nello studio della retorica e della poetica, in cui i processi sono riferibili a due categorie generali, quella della metafora, fondata sui rapporti per somiglianza (selezione), e quella della metonimia, fondata sui rapporti per contiguità (combinazione); e addirittura nella suddivisione di generi, stili e mezzi espressivi: si potrà infatti contrapporre il polo metonimico della prosa a quello metaforico della poesia, o, entro la poesia, il polo metonimico dell'epica a quello metaforico della lirica; o, infine, il polo metonimico delle opere di tipo realistico a quello metaforico delle opere di tipo romantico. Classificazioni generalissime, certo, ma che proprio per questo hanno colpito l'immaginazione di molti lettori, apparendo come tipicamente strutturalistiche nel loro offrire punti di riferimento semplici e astratti che consentono di classificare e illustrare fenomeni anche estremamente complicati ed eterogenei. Inoltre, hanno colpito per la loro cogente forza di persuasione le analisi, straordinariamente precise e rivelatrici, che Jakobson ha offerto di varie composizioni letterarie, servendosi dei più raffinati strumenti della fonologia, e più generalmente della teoria grammaticale e retorica, e illuminando, dietro la superficie variegata di una poesia, tutto un complesso sistema di corrispondenze e di simmetrie, con risultati che hanno fatto di questi suoi saggi interpretativi dei veri modelli di analisi strutturale.

Un'altra nozione suggestiva, che si è prestata a utilizzazioni in campi diversi, è quella di â??marcatezza' i due termini di una opposizione non sono paritari, per così dire in equilibrio l'uno rispetto all'altro, ma uno si presenta come la scelta non marcata, cioè naturale, ovvia, scontata in circostanze normali, l'altro come la scelta marcata, deliberata, meno prevedibile, legata a circostanze meno comuni, a una maggiore carica informativa. Questa nozione è importante nella fonologia (ed è stata ampiamente utilizzata dai generativisti), come anche nella teoria grammaticale, nella semantica, nella stilistica. Il termine non marcato si presta a un uso inclusivo, che comprende anche l'area del termine marcato; ecco che in fonologia l'arcifonema, che compare in posizione di neutralizzazione, tenderà a manifestarsi come il termine non marcato (si pensi alla consonante sorda che compare in posizione finale di parola in tedesco o in russo, e che può essere considerata non marcata rispetto alla sonora); in una opposizione come uomo-donna il primo termine è quello non marcato e può essere usato in maniera da comprendere il secondo gli uomini può voler dire â??gli esseri umani, di ambo i sessi'; partendo da un'opposizione come grande piccolo si potrà chiedere quanto è grande? anche riferendosi a una cosa piccola, e comunque in circostanze normali, mentre quanto è piccolo? si riferisce a situazioni particolari in cui si tratta non delle dimensioni, ma della piccolezza di una cosa (il primo termine è quello non marcato); lo stesso vale per l'opposizione fra la vita e la morte: in espressioni come si tratta della vita, oppure il mistero della vita, o simili, ci si riferisce in realtà alla presenza della morte che interrompe la vita; ma, osserva Jakobson, il rapporto può essere capovolto: in Majakovskij, per esempio, troviamo che la morte è il termine non marcato, ed è la vita che ha bisogno di essere giustificata, di essere voluta, scelta, giorno per giorno, per delle ragioni particolari se queste ragioni mancano, subentra la morte, con il suicidio (v. Jakobson, 1975, p. 163).

Possiamo ricordare altre figure importanti nello strutturalismo linguistico europeo, come A. Martinet, che ha sviluppato a partire dalle posizioni del Circolo di Praga, ma abbandonandone, in nome di un più empirico realismo, le concezioni teleologiche e psicologistiche e a volte anche in polemica con le tendenze distribuzionalistiche dello strutturalismo americano una sua scuola di linguistica funzionale, dapprima soprattutto in campo fonologico, e poi anche in campo sintattico. Particolarmente influente si è rivelata una sua sintetica introduzione alla linguistica generale, dalla quale emerge l'equilibrata esigenza di conciliare l'elaborazione teorica astratta con l'analisi concreta dei dati linguistici nella loro varietà e a volte irriducibile irregolarità. Straordinariamente geniale fu l'opera di E. Benveniste, uno dei maggiori indoeuropeisti del nostro secolo, che rinnovò in maniera originale la riflessione saussuriana ed esercitò notevole influenza sugli strutturalisti anche al di là della linguistica; e ci limiteremo a nominare soltanto altri studiosi, dal francese G. Guillaume, al polacco J. KuryÅ?owicz, al tedesco H. Weinrich, agli inglesi J. R. Firth e M. Halliday, che hanno elaborato posizioni originali che rientrano nell'ambito della linguistica strutturale.

Lo strutturalismo non linguistico

Al contrario, si può notare che lo strutturalismo non linguistico presenta tratti che la linguistica generativa rivendica alla propria impostazione e la cui assenza rimprovera allo strutturalismo linguistico: sono quei tratti, caratteristici dello strutturalismo in senso lato, che rimandano, al di sotto della varietà e sconnessione dei dati superficiali, a regolarità astratte più profonde, in base alle quali si possa render conto dei dati. È anzi interessante che alcuni strutturalisti (non linguisti) facciano ai generativisti le stesse critiche che questi fanno ai bloomfieldiani, di avere cioè una concezione troppo estrinseca, empiristica e superficiale dei fenomeni linguistici, e di non coglierne gli aspetti più profondamente psicologici e filosofici, che mettono in questione il procedere stesso della linguistica dei linguisti, la quale si limita inevitabilmente ad analizzare la lingua piuttosto che i rapporti (che ad alcuni di questi autori appaiono misteriosi, se non addirittura mistici) fra il linguaggio e la mente, e in ultima analisi lascia fuori la funzione centrale e determinante del linguaggio nel costituirsi stesso della personalità umana e nel suo situarsi nel mondo.

Fuori della linguistica, lo strutturalismo è un movimento culturale di origine in gran parte francese, che si è venuto affermando principalmente in polemica con altre impostazioni dominanti nella cultura francese moderna, come l'esistenzialismo e il marxismo. In genere corrisponde a un atteggiamento di tipo scientistico, che mira a introdurre nelle discipline umane, di solito individualizzanti e storicizzanti, metodi e criteri di tipo generalizzante, sincronico, e a volte un formalismo matematizzante che consenta di identificare, dietro la variegata e mutevole apparenza dei fenomeni, configurazioni astratte costanti, regole di formazione e di trasformazione di pochi elementi semplici di base. Spesso la linguistica strutturale è stata considerata come una disciplina guida, come un modello cui ispirarsi; e gli autori che hanno esercitato maggiore influenza sono Saussure e Jakobson. Bisogna aggiungere che non sempre la loro utilizzazione è stata felice, e che termini e concetti della linguistica strutturale ritornano a volte, nello strutturalismo non linguistico, piuttosto stravolti che adattati. Un'altra caratteristica che colpisce chi consideri lo strutturalismo dal punto di vista della linguistica, è che, mentre generalmente in ambito linguistico gli strutturalisti miravano a usare termini e nozioni in maniera il più possibile precisa ed esplicitamente definita, gli strutturalisti non linguisti finiscono spesso col fare discorsi fumosi e mistificanti, tanto più difficili da discutere seriamente quanto meno si riesce a stabilirne esattamente il significato (v. le critiche, anche di natura ideologica, di Timpanaro, 1970).

Il pensatore che forse più di ogni altro ha contribuito al successo dello strutturalismo in campo non linguistico è Cl. Lévi-Strauss. Particolarmente indicativa, già nel titolo, la sua raccolta di saggi Anthropologie structurale; e, se le opere che gli hanno procurato maggiore fama presso un largo pubblico sono le esposizioni più discorsive di Tristes tropiques e di La pensée sauvage, e poi, sulla scia del loro successo, le â??sinfonie' delle Mythologiques, il suo lavoro più seriamente strutturalista è probabilmente Les structures élémentaires de la parenté, che ricerca le configurazioni e simmetrie astratte di una grammatica della parentela e le strutture inconsce che stanno dietro la complicazione e varietà dei diversi legami che di fatto associano le persone fra loro. È interessante, per la questione, cui accennavamo sopra, delle radici dello strutturalismo, che Lévi-Strauss si richiami a Marx e a L. H. Morgan, e si rifaccia, oltre che ad A. Raddiffe Brown, a M. Mauss.

In campo storico, possiamo ricordare come F. Braudel abbia elaborato, nella tradizione delle â??Annales", una nozione di â??lunga durata' che consente di indagare strutture di tipo fondamentalmente sincronico (è del resto esplicito il ricorso a nozioni linguistiche). Foucault ha popolarizzato una storia di tipo diverso, che egli chiama archeologia del sapere, in cui introduce una consapevolezza di carattere linguistico nell'indagare i sistemi culturali in cui la società si organizza e controlla la riflessione e il comportamento dei suoi membri.

A L. Althusser viene spesso attribuita una fusione di strutturalismo e marxismo, tale da rendere quest'ultimo meno umanistico e più coerente con l'impostazione astratta della metodologia scientifica moderna. Per quanto riguarda il rapporto fra strutturalismo e marxismo, è stato osservato come non sia un caso che nel canone del materialismo storico si parli di â??struttura economica', e che il metodo del Capitale non è storicistico, ma strutturalistico, in quanto mira a costruire un modello teorico di natura formale-sistematica, secondo il metodo dell'astrazione scientifica (v. Luporini, 1974, pp. 362-372). Uno dei più interessanti linguisti russi moderni ha notato come l'uso di modelli astratti in linguistica sia pienamente compatibile con la posizione materialistica di Lenin, quando sosteneva che la matematizzazione della fisica moderna serve a rispecchiare le proprietà obiettive della materia (Šaumjan). Un discorso a parte meriterebbe la penetrazione, tutt'altro che pacifica e lineare, di concezioni strutturalistiche nella linguistica sovietica (v. Lepschy, 1967).

J. Lacan ha compiuto una rilettura di Freud alla luce di Saussure, scoprendo, o meglio, a suo dire, sottolineando, che per Freud l'inconscio è strutturato come un linguaggio, e insistendo sul carattere fondamentalmente linguistico della psicanalisi. Il fatto che Lacan si serva di Saussure distorcendolo violentemente non diminuisce l'originalità e l'interesse delle sue teorie, che sono stimolanti anche per molti linguisti.

R. Barthes ha anch'egli â??scoperto' Saussure quando era ormai uno studioso affermato, e questa scoperta lo ha indotto a passare dal sociologismo della sua prima fase a una ricerca che fa della semiologia una parte della linguistica (capovolgendo la concezione saussuriana), e reinterpreta il mondo come linguaggio. Diverse dalle analisi semiologiche che si ispirano a Barthes sono quelle ricerche che mirano a identificare nelle opere letterarie una struttura complessa e articolata, per esempio una contrapposizione fra elementi che siano 1) iniziali e finali, in modo da produrre una struttura bipartita; o 2) esterni, cioè all'inizio e alla fine, e interni, cioè al centro del componimento, in modo da produrre una struttura a cornice intorno a un nucleo centrale; o 3) pari e dispari, in modo che emerga una struttura di incastro a pettine. Questo tipo di analisi può essere applicato alle configurazioni dell'espressione e del contenuto, investendo la struttura fonologica, grammaticale, semantica, metrica, di un componimento, e può essere spinta fino all'esame dell'organizzazione di particolari estremamente minuti. Gli esempi più illustri sono quelli offerti da Jakobson, ma le radici di questo tipo di esame sono nella tradizione retorica. Influenti sono state anche le teorie dei formalisti russi (v. Striedter e Stempel, 1969-1972), recentemente divulgate attraverso una fortunata antologia di Todorov, e poi in molte traduzioni moderne, anche in italiano. Riprendendo le feconde proposte di Propp, e nelaborando le teorie dei formalisti russi, si è sviluppata una critica di tipo semiologico, concentrata sulle strutture narrative (v. Bremond, 1973), che ha avuto in Italia un notevole sviluppo originale (cfr. le opere di Corti, Segre, Avalle), in cui si è tenuto conto, con maggior senso filologico, degli aspetti linguistici, e, con maggior senso storico, della codificazione letteraria, dei generi e delle tradizioni stilistiche nella loro caratterizzazione socioculturale. Particolarmente importanti e influenti sono, da questo punto di vista, i lavori di una nuova scuola semiotica sovietica, rappresentata in particolare da B. Uspenskij e J. Lotman.

All'interno dell'atteggiamento strutturalistico si sono formate le basi per una critica radicale dello strutturalismo, in parte intorno alla rivista â??Tel Quel", in parte attraverso le meditazioni, penetranti e rapsodiche, di J. Derrida, che con il suo â??decostruttivismo' sottolinea gli elementi contraddittori, paradossali, destabilizzanti, inerenti al linguaggio, a qualsiasi configurazione e struttura, anche le più sistematiche, alle opere più coerentemente costruite, e alla critica stessa che le decostruisce.

Raggiunta la sua massima voga negli anni sessanta, lo strutturalismo non è più, oggi, al centro della scena culturale, non tanto perché sia stato criticato e refutato, quanto perché è diventato cosi pervasivo che la sua presenza non colpisce più e la sua impostazione è ormai data come scontata. È interessante che sia invalso l'uso di accomunare i critici più acuti dello strutturalismo allo strutturalismo stesso, anziché contrapporli a esso come antistrutturalisti: per indicare gli autori a cui abbiamo accennato in quest'ultimo capitolo si parla infatti di â??strutturalisti e poststrutturalisti'. (Enciclopedia Treccani)

Foucault

Lo storico e filosofo francese Michel Foucault (Poitiers 1926 - Parigi 1984), collegando l'antiumanesimo e l'antistoricismo dello strutturalismo alla prospettiva ispirata a Nietzsche e a Heidegger, propone una destrutturazione dei sistemi di sapere della modernità. In un primo momento, sotto l'influenza di Bachelard, svolge un'indagine di tipo archeologico, ossia una ricerca "che tende a ritrovare ciò a partire da cui conoscenze e teorie sono state possibili", vale a dire le discontinuità e le "rotture epistemologiche" che trasformano le strutture teoriche profonde della cultura.

Interrogatosi, in particolare, sulle condizioni attraverso cui follia e malattia sono divenute oggetto di un sapere scientifico (Storia della follia nell'età classica, 1961; Nascita della clinica, 1963), giunge ad affermare che le scienze strutturaliste (tra cui pone la psicoanalisi, l'etnologia e la linguistica) implicano la scomparsa dell'uomo quale soggetto e oggetto del sapere: esse, infatti, non si occupano dell'uomo, ma di un insieme di strutture di cui l'uomo non è il soggetto (Le parole e le cose. Un'archeologia delle scienze umane, 1966). Egli s'interessa poi al tema del potere, indagando le modalità con cui s'intreccia al sapere (Microfisica del potere, 1977). L'ultima fase della sua ricerca è invece consacrata al tema della sessualità e al tentativo ­ assai problematico alla luce degli esiti precedenti del suo pensiero ­ di individuare una nuova idea di soggettività (Storia della sessualità: La cura di sé, 1984).

 

 

Michel Foucault e lo strutturalismo

1. C’è un senso nella storia dell’uomo?

Vi sono due diversi piani in cui la storia incide sul presente, il piano dei fatti e quello della rappresentazione che l ‘uomo fa nella sua coscienza. Il presente dipende in qualche modo dai fatti del passato: se vogliamo capire le ragioni del presente un’indagine storica ci fornirà molte informazioni utili. La storia quindi, è il prodotto naturale dell’evoluzione della natura e dell’uomo nel tempo e del prodotto dell’azione della coscienza. Volgendosi al suo passato, l’uomo compie una vera e propria opera di selezione, valorizzando gli eventi passati che ritiene utili al suo presente.
L’uomo ricostruisce sempre la sua storia, riscrive il passato per cercare in esso le proprie radici.
La filosofia della storia riflette sull’accadere storico, sul presentarsi degli eventi. I fatti accadono, e per l’uomo essi sono qualcosa di oggettivo, di dato, sia che si tratti di eventi naturali, sia che essi sia il prodotto di complesse cause in cui l’uomo ha responsabilità. Gli eventi storici, sono in se stessi il prodotto dell’azione di determinati uomini. Il singolo vive all’interno di una determinata situazione e la percepisce come qualcosa di oggettivo, ma, egli svolge un ruolo in questo contesto. Il problema centrale della filosofia della storia è dunque quello di capire se l’evoluzione storica nel suo complesso abbia leggi oggettive che l’uomo può scoprire e definire con chiarezza razionale. Il ripercorrere  il passato per servirsene ai fini del presente è, se esiste un oggettivo divenire storico, il necessario sforzo di comprensione della realtà. Il filosofo della storia intende la realtà umana come il prodotto stratificato di epoche diverse succedutesi nel tempo. Egli si avvale di discipline specifiche ( la filologia, la linguistica, la sociologia, e così via) nel suo sforzo di intendere che cosa è accaduto. Ogni filosofia della storia si fonda sul presupposto che sia dia un corso del mondo indipendente dall’uomo, che dunque nella natura delle cose vi sia un senso, essa implica l’adesione ad un modello metafisico di interpretazione della realtà oppure a un modello scientifico. La storia della filosofica del Novecento non ha certo caratteri unitari in nessun paese, ma è assai diffusa la convinzione che una metafisica simile a quella dei grandi sistemi del passato non sia più possibile. Se si applica la nozione esistenzialista di libertà allo schema della filosofia della storia, si osserverà che l’insistere sulla radicalità della responsabilità individuale nell’azione umana rende impossibile osservare un oggettivo corso del mondo. Se, infatti, la storia è storia dell’uomo, potranno certamente esistere ragioni oggettive di un’evoluzione determinata e anche forti condizionamenti sulle persone, che nel loro agire devono tenere conto di determinate situazioni e possibilità. Il corso del mondo non è oggettivo, ma è il prodotto dell’associarsi di cause naturali oggettive e di libere scelte individuali. Il senso della storia non può essere descritto come un percorso dato. L’idea di progresso su cui si fonda tanta della cultura contemporanea, non regge all’analisi filosofica. Per Foucault non si può parlare di un senso della storia. Foucault è convinto che le categorie fondamentali del pensiero moderno siano anch’esse il prodotto di una stratificazione storica e che per comprenderle sia necessaria un’opera di analisi storica. Tra queste categorie fondamentali c’è l’idea della storia come progresso, come movimento ordinato dotato di senso; c’è la concezione dell’uomo e della cultura come sovrana rispetto al fluire delle cose. La filosofia è per Foucault un andare indietro alla ricerca delle radici del sapere dell’uomo, perché è attraverso la sua coscienza che l’uomo ha creato una rappresentazione di se stesso nella realtà.

 

2. Ragione, follia, storia

Foucault studia il modo in cui l’uomo moderno ha costruito l’immagine di se come persona razionale, dominatore del pensiero. Per farlo sceglie di studiare la follia, e più esattamente del modo in cui dall’età degli umanisti a oggi l’uomo occidentale ha trattato il fenomeno che maggiormente mette in crisi il modello vincente di razionalità – la razionalità cartesiana del cogito. Foucault mettere quindi in luce che il soggetto può autorappresentarsi come fondamento del divenire storico e del sapere soltanto se elimina tutti quei tratti della personalità umana che non possono essere conciliati con esso. La storia della follia è quindi rappresentata come storia del tentativo, di rimuovere alcuni aspetti dell’uomo perché altri possano essere messi in luce. La civiltà occidentale è quindi il frutto di un processo di rimozione. Ciò che l’uomo moderno intende per follia nasconde invece in se una grande ricchezza: essa mette in luce aspetti estremamente interessanti della personalità umana. Essi appartengono alla natura umana, se è ancora possibile parlare della natura umana come di qualche cosa di puro. La filosofia deve proporsi l’obiettivo di mettere in luce ciò che è nascosto nelle pieghe della razionalità vincente. L’idea di progresso, poiché nasce da una sistematica rimozione di tutto ciò che non può conciliarsi con essa, rischia di lacerare l’uomo sviluppando solo alcuni aspetti della sua personalità. Foucault non concepisce la storia ne come percorso oggettivo, ne come prodotto della consapevole e libera attività umana. Le analisi storiche condotte nei suoi saggi mettono in luce dinamiche indipendenti dalla creativa personalità dell’uomo. L’azione dell’uomo, delle diverse epoche storiche, si mostra agli occhi del filosofo assai poco libera. Si osservi, ad esempio, il modo in cui gli uomini intendono il rapporto tra le parole e le cose. Sino al Rinascimento nella cultura occidentale le parole corrispondono direttamente alle cose: esse hanno la stessa realtà di quel che significa. Tra Settecento e Ottocento, invece, si insinua una frattura tra le parole e le cose, nasce un sistema di segni indipendenti. Gli uomini non sono coscienti di operare sulla base di precise strutture epistemologiche proprie della loro età. La realtà cosciente nasconde determinate forze inconsce, e sono proprio queste a determinare sia le strutture epistemologiche sia le fratture che in un certo momento del tempo si instaurano. In realtà una simile mappa può essere solo descritta; non può essere interpretata. Ciò che si nasconde dietro i segni della storia non è dato all’uomo sapere. La filosofia ha sempre a che fare con superfici e giochi di superfici. Dietro una superficie si trova una sotterranea realtà ma si presenta con i tratti di una superficie. Anch’essa rimanda a un significato che rimane nascosto. Tutto ciò che il filosofo può fare è tentare di descrivere ciò che è nascosto, portando superfici inconsce alla luce della coscienza. L’uomo non può andare oltre.