8. Bergson

Biografia


(Parigi 1859-Auteuil 1941). Gli studi di Bergson spaziano dalla matematica alle lettere, alla filosofia. Dopo aver frequentato l'École Normale, insegnò nei licei e successivamente nella stessa École Normale, al Collège Rollin e al Collège de France. Accademico di Francia nel 1914, nel 1927 ottenne il premio Nobel per la letteratura. Negli ultimi anni della sua vita il suo pensiero si orientò sempre più verso il cattolicesimo (il filosofo era di origine ebraica). Nella sua formazione si ritrovano correnti filosofiche diverse: dal positivismo evoluzionistico di Spencer allo spiritualismo di Boutroux. Il suo pensiero ha influito sul pragmatismo americano e sullo spiritualismo francese e italiano e ha avuto importanza anche in campi diversi da quello strettamente filosofico.


La coscienza

Primo dei temi fondamentali di Bergson è la coscienza. La scoperta da cui l'Essai sur les données immédiates de la conscience (1889) muove è la consapevolezza di un'irriducibilità tra qualità e quantità e conseguentemente tra vita esteriore e interiore. Ciò che è esterno – ed è questo che costituisce l'oggetto proprio della scienza – si distingue per differenze quantitative. Lo spazio esprime bene questa esternità di un oggetto rispetto a un altro. Ciò che invece fa parte della coscienza, pur essendo molteplice e diverso, non è esterno in questo stesso senso. Ciò che rispetta questa molteplicità senza ridurla a esternità spaziale è il tempo. Non tuttavia quale lo presenta la scienza (misura della concomitanza di due mobili in due spazi), ma un tempo che sia durata reale, che consenta d'intendere istanti successivi come qualitativamente diversi, pur mantenendone la reciproca compenetrazione e la perenne capacità creativa. Molteplicità qualitativa, compenetrazione reciproca, perenne creatività sono perciò le caratteristiche del tempo come durata reale. Esse si oppongono alla concezione spazializzatrice del tempo, in cui, invece, ci troviamo di fronte a esternità quantitativa, reciproca indifferenza, ripetizione dell'identico e reversibilità del fenomeno. § La polemica contro lo spazio vale anche contro la necessità. Il determinismo si regge infatti sulla constatazione che cause identiche producono effetti identici. Ma nella coscienza non esiste nulla di identico e quindi nulla di prevedibile. Ciò non significa naturalmente che non esistano cause di un fenomeno, ma piuttosto che nessun singolo effetto può essere ricondotto a un'unica causa. La causa è propriamente l'intera coscienza. Si può dunque affermare che quanto più tale causalità, scaturendo dal profondo dell'io, sarà forte, tanto più ci troveremo in presenza di un atto libero.


L'universo

L'indagine sulla coscienza si mostra tuttavia insufficiente a intendere tutti gli aspetti della realtà. Occorre perciò porre la nostra attenzione sull'intero universo. Esso ci si presenta come continua novità e perenne conservazione. Queste due caratteristiche trovano la loro spiegazione nello slancio vitale, la vita stessa che anima dall'interno tutto l'universo, rendendo ragione di quell'evoluzione creatrice che percorre l'intera natura. L'evoluzione è così perenne novità. Lo slancio vitale è come un proiettile che scoppia e le cui schegge continuano a scoppiare successivamente perdendo man mano d'intensità (L'évolution créatrice, 1907). L'ostacolo principale allo slancio è dato dalla materia. Bergson aveva affrontato una prima volta il problema della materia in Matière et mémoire (1896), cercando una conciliazione tra spirito e materia con una riflessione sulla memoria. In un orizzonte diverso, questa volta cosmico, si ripresenta ora al filosofo il medesimo problema. Difficile è intendere univocamente la soluzione che egli ne dà. Da un lato sembra che la materia sia un ostacolo esterno allo slancio, che ne impedisca il cammino, costringendolo a trovare vie di evoluzione nuove, dall'altro sembra invece che la materia sia solo lo slancio che ha perduto la propria creatività e che diviene ostacolo allo slancio successivo. L'incertezza tra dualismo e monismo e la difficoltà di rendere ragione della materia permangono tuttavia costantemente nel pensiero di Bergson.
 

L'uomo e la natura

Bergson studia negli animali le due linee che portano l'una agli artropodi, l'altra ai vertebrati, la cui massima espressione è l'uomo. Istinto e intelligenza caratterizzano rispettivamente l'una o l'altra direzione. L'istinto è una facoltà pratica, ereditaria, specifica, inconsapevole, non creativa. L'intelligenza è una facoltà pratica, non ereditaria, non specifica, consapevole, creativa. Istinto e intelligenza hanno dunque caratteri opposti, ma sono entrambi facoltà pratiche, volte all'azione. L'animale di fronte all'ambiente reagisce immediatamente e inconsapevolmente attraverso l'istinto, l'uomo invece reagisce mediatamente e consapevolmente attraverso l'intelligenza, producendo oggetti artificiali che lo aiutino alla sopravvivenza. L'uomo è anzitutto Homo faber. L'intelligenza tuttavia, pur essendo volta all'azione, testimonia della padronanza che l'uomo ha della materia. L'uomo con l'intelligenza produce oggetti. È questo il segno di una più profonda creatività di cui è capace. L'intuizione soltanto, come consapevole ritorno dell'intelligenza all'istinto, è in grado di cogliere queste cose, identificandosi con la visione dello spirito. Il filosofo ha così fondato anche da un punto di vista gnoseologico la contrapposizione tra mondo dell'interiorità e mondo dell'esteriorità. L'intuizione consente di cogliere tutto ciò che il metodo scientifico per sua natura lascia da parte.
 

L'uomo e la società

Compito dell'uomo è garantire il continuo crescere dello slancio vitale, impedendo che si arresti di fronte alle resistenze della materia. La funzione cosmica dell'uomo deve esercitarsi anche nei confronti della società. Esistono due tipi di società: una chiusa e una aperta. Società chiusa è quella in cui prevalgono le forze di conservazione, in cui l'individuo è subordinato all'insieme, in cui i membri sono collegati solo in virtù di forze naturali. Società aperta è quella in cui prevalgono le forze di crescita, in cui l'individuo è libero nella sua capacità inventiva, in cui i membri sono collegati da una forza spirituale. Conservazione e progresso sono i termini che caratterizzano questi due tipi del vivere sociale. A essi corrispondono due tipi di morale e di religione. Da un lato morale chiusa e religione statica, dall'altro morale aperta e religione dinamica. L'una mantiene l'uomo schiavo dei miti e della paura; l'altra ne libera invece lo slancio verso Dio (Les deux sources de la morale et de la religion, 1932). Essa è perciò misticismo, ma misticismo attivo quale i grandi santi del cristianesimo hanno saputo mostrarci. Altre opere sono: Le Rire (1900), L'énergie spirituelle (1919), Durée et simultanéité, à propos de la théorie d'Einstein (1922), La pensée et le mouvant (1933).
 

 

Bibliografia

J. Chevalier, Bergson, Parigi, 1948; M. Fabris, La filosofia sociale di Henri Bergson, Bari, 1966; P. Trotignon, L'idée de vie chez Bergson et la critique de la métaphysique, Parigi, 1968; R. Violette, La spiritualité de Bergson, Tolosa, 1968; V. Mathieu, Bergson: “il profondo e la sua espressione”, Napoli, 1971; G. Deleuze, Il bergsonismo, Milano, 1983; A. Pessina, Il tempo della coscienza. Bergson e il problema della libertà, Milano, 1988. (Sapere.it)
 

 

 

Henri Bergson e la filosofia dell'intuizione

 

1. La vita e le opere

‹‹Nato a Parigi il 18 ottobre 1859, Henri-Louis Bergson mostrò fin dagli studi liceali spiccate doti per gli studi scientifici, specie per la matematica. Dopo aver conseguito la licenza sia in matematica che in lettere nel 1881, insegnò prima nel liceo di Angers (1881), poi in quello di Clermont-Ferrand (1883), e nel 1888 passo a Parigi dove, nell'anno successivo, conseguì la libera docenza con le due dissertazioni: Quid Aristoteles de loco senserit e il Saggio sui dati immediati della coscienza. Dopo aver pubblicato Materia e memoria (1896), nel 1897 divenne professore all'Ecole Normale (dove aveva compiuto parte dei suoi studi) e nel 1899 al College de France, dove insegnò con grandissimo successo fino al 1921, quando dovette ritirarsi per ragioni di salute. Opere di questo periodo sono L'evoluzione creatrice, del 1907 (che ebbe grande diffusione e risonanza); L'energia spirituale, del 1919; Durata e simultaneità, del 1922; Le due fonti della morale e della religione, del 1932 e una raccolta del 1934 Il pensiero e li movente, che comprende tra l'altro due saggi molto importanti: L'introduzione alla metafisica e L'intuizione filosofica. A Bergson non mancarono importanti riconoscimenti accademici e culturali tra cui soprattutto il premio Nobel conferitogli nel 1928.
Negli anni della prima guerra mondiale e immediatamente successivi, Bergson partecipò attivamente alla vita politica, svolgendo pure una missione diplomatica presso il presidente americano Wilson e presiedendo fino al 1925 il Comitato per la cooperazione intellettuale della Società delle Nazioni. Mori a Parigi il 4 gennaio 1941, durante l'occupazione tedesca e le persecuzioni antisemitiche, che lo trattennero per una sorta di solidarietà con i perseguitati (Bergson era di origine ebraica) dalla conversione al cattolicesimo a cui si era sempre più andato avvicinando negli ultimi anni della sua vita.››6

2. L'evoluzione creatrice

Bergson appoggia pienamente i principali esiti dell'evoluzionismo allontanandosi dalla teoria della fissità e rigidità della specie. Egli, considerando arbitraria ogni interpretazione metafisica della dottrina dell'evoluzione in senso meccanicistico, non accetta la teoria che afferma che le forme della vita nascano da un processo di associazione o aggregazione di parti già esistenti prima. Questa tesi risulta parallela al finalismo tradizionale che considera la molteplicità e i caratteri della specie come gli effetti di un piano intenzionale e preesistente alle specie stesse. In entrambe le ipotesi, infatti, si concepiscono la vita e la natura come modelli che sono invece tipiche

‹‹dell'intelligenza fabbricatrice di cose artificiali e morte, ossia come un processo di unificazione delle parti dall'esterno; poco importa poi se questa unificazione viene intesa come un processo automatico e casuale (meccanicismo) o intenzionale (finalismo). Ma sottolinea Bergson nell'Evoluzione creatrice:

altra cosa è fabbricare, altra organizzare... la fabbrica va dalla periferia al centro; o meglio, direbbero i filosofi, dalla molteplicità all'unità. L'organizzazione al contrario va dal centro alla periferia. Comincia in un punto che corrisponde press'a poco a un punto matematico e si propaga intorno ad esso in onde concentriche che si allargano via via. Il lavoro di costruzione è tanto più efficace quanto maggiore e la quantità di materiale a disposizione. Procede per concentrazione e compressione. Quello di organizzazione, invece, ha qualcosa di esplosivo; gli occorre da principio il minor spazio possibile, un minimum di materia, come se le forze organizzatrici non entrassero nello spazio che loro malgrado. Lo spermatozoo che mette in movimento tutto il processo evolutivo della vita embrionale, è una delle più piccole cellule dell'organismo. ››7

Il merito dell'evoluzionismo consiste nell'aver compreso il fatto che la vita si sia sviluppata da forme più semplici ad altre più complesse e che questa evoluzione non è scaturita ne da una forza meccanica di adattamento alle circostanze ambientali e ne da un processo di selezione naturale. L'evoluzionismo, infatti, afferma che questo sviluppo è dovuto ad una continua invenzione e creazione di forme attraverso le quali la vita si manifesta: l'evoluzione creatrice.

‹‹La vita è una sorta di corrente continua o di slancio vitale, una sorta di onda che tende a salire attuandosi attraverso un processo di organizzazione, un progresso illimitato invisibile che ogni organismo visibile attua per il breve periodo di tempo che gli tocca di vivere. La dottrina dell'evoluzione ha messo così in luce uno degli aspetti più importanti ed essenziali della vita, cioè il suo carattere intrinsecamente temporale. Tanto il meccanicismo, quanto il finalismo infatti sono costretti a ridurre il tempo a qualcosa di irrilevante rispetto alla struttura di ciò che la vita realizza, considerandolo come una semplice ripetizione di processi e non come una invenzione continua di forme organiche; in questo senso, quanto più il vivente è caratterizzato dalla durata tanto più si distingue dal semplice meccanismo.››8

3. La durata e il tempo

Nell'accettare la teoria dell'evoluzionismo Bergson attribuisce al concetto di durata un significato importante che lo porta a scontrarsi con un'altra tendenza oltre al positivismo che è la psicologia di tipo associazionistico.

‹‹Analizzando i dati immediati della coscienza Bergson rileva infatti che questi dati non si presentano mai all'esperienza vissuta nella forma di "parti" singole e isolate di cui la coscienza sarebbe il semplice aggregato o la somma; al contrario, la coscienza è un'unità profonda e complessa dove solo l'analisi introduce rapporti di discontinuità. Inoltre le discontinuità - e quindi i rapporti di tipo meccanico - possono esserci soltanto tra entità spaziali il cui rapporto può essere reversibile, e non nel tempo vissuto dove ogni momento è intrinsecamente qualificato dalla sua unità con tutti gli altri. La vita, e anche la vita della coscienza, non è mai un processo come quello della clessidra che basta rovesciare perché ricominci da capo a scandire una sua~ ne perfettamente identica a quella precedente. Per comprendere il tempo vissuto, ossia la durata effettiva e interna della coscienza, bisogna distinguerlo nettamente dal tempo spazializzato (quello della clessidra, dell'orologio, ecc.) che serve unicamente per scopi pratici e scientifici ma non ha nessuna consistenza reale; infatti il tempo spazializzato è frutto di una operazione dell'intelligenza che riduce all'omogeneo (e quindi a distinzioni e rapporti soltanto quantitativi e misurabili quello che in realtà, come durata, e sempre intrinsecamente diverso, incommensurabile, qualitativamente eterogeneo.››9


Nel pensiero bergsoniano, quindi, assume una funzione importante la memoria, la quale rappresenta la dimensione propria della coscienza e distingue la durata dal tempo spazializzato. Con questa concezione Bergson si discosta dalle teorie di tipo materialistico che identificano la memoria con un organo specifico, ovvero il cervello. Tra loro non esiste un rapporto di identità ma di "solidarietà".

‹‹In ogni istante della nostra vita, tramite la memoria, confluisce l'intero nostro passato, e questo spiega perché la durata, come tempo vissuto, sia irreversibile. Anche quando la nostra coscienza si rivolge di nuovo al medesimo oggetto, come quando, per es., torniamo in un luogo conosciuto, rivediamo una persona o rileggiamo una pagina, non possiamo più ripetere l'esperienza precedente, perché l'esperienza attuale è condizionata e qualificata dal ricordo di quella precedente. Nessuna fase della vita cosciente presenta quindi quei caratteri di sostituibilità e di reversibilità che sono propri delle successioni di termini puramente quantitativi e tra loro discontinui.››10

4. L'istinto e l'intelligenza

Attraverso questa tensione tra la vita e la materia Bergson spiega le articolazioni della coscienza dell'uomo, quindi la differenza tra istinto e intelligenza, e il prevalere di quest'ultima.

‹‹ L'istinto infatti è la capacità innata di adoperare uno strumento naturale organico, mentre l'intelligenza è la capacità di applicare strumenti inorganici ossia artificiali. Istinto e intelligenza operano quindi in modi tra loro non solo diversi ma opposti, e in questo senso si può dire che l'intelligenza è capace di trovare cose che da sola non sarebbe mai portata a cercare se non vi fosse spinta dall'istinto, dai suoi bisogni e dai suoi scopi. L'intelligenza infatti come scoperta di rapporti tra le cose e formulazione simbolica e linguistica di tali rapporti si muove su un piano puramente formale, non è capace di porsi degli scopi ne ha interesse a farlo, e quindi rappresenta solo uno strumento della vita e dell'istinto.
Tuttavia nell'uomo, a differenza di quel che avviene nell'animale, la vita cosciente può assumere una funzione liberatrice mediante l'intelligenza, la quale, se nasce e sorge come strumento della vita e dell'istinto, va però molto al di là di questa funzione; ogni invenzione dell'intelligenza suscita un'infinita di problemi e di idee che vanno ben al di là dei motivi contingenti che l'hanno fatta sorgere (come dimostra, ad es., lo sviluppo di qualsiasi scienza, dalla geometria, nata per misurare i campi e i terreni, all'astronomia, nata per orientarsi sul corso degli astri, ecc, ma poi sviluppatesi in un'infinità di direzioni nuove e complesse rispetto alla loro funzione originaria).››11

5. L'intuizione

Una volta sottolineato il prevalere dell'intelligenza Bergson ricorda anche i limiti di quest'ultima rispetto ad una comprensione vera e profonda della realtà che la filosofi a pretende.

‹‹L'intelligenza, infatti, è in grado di adempiere al suo compito proprio perché si pone dall'esterno delle cose e considera pertanto la loro superficie e non la loro profondità, la loro distinzione e non la loro unità vivente, si appoggia a ciò che è solido e circoscritto e non a ciò che è fluido e diveniente. L'intelligenza può comprendere chiaramente solo ciò che è discontinuo (fin dai tempi delle aporie di Zenone risultava chiara la difficoltà di cogliere il movimento analiticamente!), ciò che è immobile ciò che è o può essere spazializzato e quindi essa è incapace per la sua stessa natura di cogliere la vita. Fortunatamente però l'uomo non è capace soltanto di analisi e cioè di intelligenza, ma anche di intuizione, ossia di una visione unitaria che va dal semplice al complesso, dalla sorgente alla foce, dall'unità alla molteplicità, e l'intuizione appunto è l'organo della metafisica, ossia della conoscenza della realtà come vita e come evoluzione creatrice.››12

6. La morale, la religione e la società

‹‹[...] In Bergson si ha la contrapposizione tra una morale "aperta" (slancio di carità, come la morale del Vangelo) e una morale "chiusa" (quella delle norme codificate, frutto di abitudine); tra una religione "dinamica" (una forma di misticismo che corrode e supera le cristallizzazioni delle religioni positive per aprire la strada all'umanità verso un nuovo "salto" in direzione di una vita spirituale più alta) e una religione "statica" (che difende l'uomo dal timore della morte con un tessuto di miti e di riti); tra una società "aperta" (capace di realizzare veramente la democrazia universale appellandosi a motivi semplici e genuini della vita spirituale) e una società "chiusa" (una sorta di alveare o formicaio in cui gli uomini stanno tra loro legati da un atteggiamento di difesa).
Secondo Bergson queste due forme di morale, di religione e di società sono in fondo entrambe frutto della vita e quindi la loro opposizione non può mai essere eliminata né superata in una sorta di sintesi. Si tratta piuttosto di cercarne via via un equilibrio soddisfacente e, in questo senso, occorre reagire alla tendenza divenuta sempre più forte negli ultimi secoli a considerare la tecnica come fine a se stessa invece che come strumento di liberazione dell'uomo cercando nella "religione aperta" quel "supplemento di anima" di cui l'uomo ha bisogno.››13

Con questo discorso Bergson anticipa fortemente una polemica che sarà centrale nella filosofia del Novecento: in quale misura una tecnica notevolmente progredita rappresenti un vantaggio per le possibilità dell'uomo o una minaccia e costrizione di quest'ultimo.