6. Positivismo

Il movimento filosofico denominato «Positivismo» ha caratterizzato buona parte della cultura filosofica e scientifica del secondo Ottocento, in stretta connessione con l'affermazione delle scienze fisico-matematiche, naturali e sociali e con l'estendersi della società industriale e tecnologica. Questo movimento filosofico e scientifico nasce in Francia all'indomani del congresso di Vienna, in piena età della restaurazione. Più tardi - attorno alla metà dell'Ottocento - esso si svilupperà anche in Inghilterra, in Germania e in Italia, assumendo modalità e toni differenti in relazione ai diversi contesti culturali e ai tempi in cui è fiorito. In Francia si è innestato sul tronco del razionalismo e ha risentito del modello di stato accentrato, finendo per prospettare la costituzione di una società tecnocratica regolata dall'alto (Comte). In Gran Bretagnaha ha continuato la tradizione empiristica, che ha indotto ad una maggiore cautela nel giudizio sulla generalizzazione della scienza (Stuart Mill) o comunque a prospettare dei limiti insuperabili all'attività conoscitiva (Spencer e la teoria dell'inconoscibile), mentre in politica ha proseguito la tradizione liberale. In Germania ha assunto forme materialistiche (Haeckel, Moleschott, Vogt, Buchner), come reazione anche alla cultura idealistica tedesca. In Italia si è riallacciato all'illuminismo riformatore con Cattaneo e alla tradizione del naturalismo rinascimentale con Ardigò.
Al di là delle differenze tra i vari pensatori e alle caratterizzazioni nazionali, un aspetto comune caratterizza il Positivismo: lo stretto rapporto instaurato tra Filosofia e Scienza. Il Positivismo ribalta il tradizionale rapporto tra Filosofia e Scienze: ritiene, infatti, che le scienze abbiano acquistato una loro autonomia e non hanno dunque bisogno di una giustificazione filosofica, mentre prima nella tradizione filosofica (da Platone ad Hegel) si era ritenuto che le scienze - proprio perché sapere settoriale - richiedono una giustificazione fondativa di tipo filosofico. Con il Positivismo non è più necessario - anzi viene ridimensionato fino a declinarsi in sociologia - uno "spazio" autonomo della Filosofia, in quanto si ritiene che la conoscenza filosofica debba presupporre la conoscenza scientifica.
Il carattere fondamentale del Positivismo è la riconduzione di ogni forma di conoscenza a un "sapere positivo", cioè fondato su fatti empiricamente accertati e scientificamente connessi in un sistema di leggi. La ricerca deve sempre iniziare con l'osservazione e la descrizione dei fatti, considerati come il solo oggetto di una conoscenza autenticamente scientifica. La spiegazione dei fatti così appurati, nonché la previsione di quelli futuri, è quindi possibile attraverso la scoperta delle leggi - cioè delle relazioni costanti tra i fenomeni - e la verifica empirico-sperimentale delle leggi stesse. Ogni forma di conoscenza che si discosti da questa metodologia deve essere respinta come falsa o fantastica. Il positivismo rappresenta perciò una reazione tanto all'idealismo, del quale combatte il tentativo di ricondurre la realtà al pensiero, quanto al Romanticismo, del quale rifiuta soprattutto l'attribuzione di validità conoscitiva all'intuizione artistica e poetica. L'analisi scientifica dei fenomeni doveva allargarsi - secondo i Positivisti - dall'ambito naturale a quello sociale. Così, accanto alla fisica, alla chimica, alla biologia, cominciavano ad acquisire un più preciso statuto epistemologico discipline come la sociologia, la psicologia e l'antropologia. Ciò consente ai Positivisti di nutrire maggiori certezze sull'infallibilità della conoscenza scientifica e sulla sua progressiva estensibilità a tutte le sfere della conoscenza umana.
In sintesi, il Positivismo è quel movimento filosofico, scientifico e culturale del XIX secolo che privilegia lo studio della realtà concreta, sperimentabile, in tal senso "positiva", dichiarando priva di valore ogni conoscenza astratta e metafisica. Si sviluppa parallelamente all'affermazione della prima rivoluzione industriale, di cui appoggia la convinzione ottimistica in un progresso sociale frutto della riorganizzazione tecnica e industriale della società. Secondo le indicazioni fornite da Auguste Comte - che può essere considerato il padre del Positivismo filosofico - il termine positivo ha più significati: 1) Può significare reale in opposizione a chimerico: a differenza della teologia e della metafisica, la filosofia positiva si impegna esclusivamente nelle ricerche che non escono dalla portata conoscitiva dell'uomo. Questo è l'ambito della vere realtà per l'uomo. 2) Può indicare l'utile in contrasto con l'inutile: la ricerca filosofica e scientifica deve essere finalizzata al miglioramento delle condizioni concrete dell'esistenza umana. 3) Può esprimere la certezza in opposizione all'indecisione: il positivismo intende, infatti. proporsi come una guida etico-politica dell'umanità. 4) Può essere sinonimo di preciso in opposizione al vago: la fumosità delle concezioni teologico – metafisiche è sostituita da un pensiero e da un linguaggio che determinano esattamente il proprio oggetto. 5 ) Infine, può essere contrapposto a negativo: il nuovo pensiero si propone di essere costruttivo. a differenza della filosofia moderna che - si pensi soprattutto all'illuminismo - ha avuto un carattere essenzialmente critico e distruttivo

 

 

 

 

6.1. Comte

Auguste Comte (1798-1857) può essere considerato come il fondatore del Positivismo, nella sua forma sistematica e sociale. L'età della restaurazione fa da sfondo al suo pensiero, facendogli condividere il diffuso bisogno di pacificazione, successivo alle campagne militari napoleoniche, e facendogli cogliere l'emergere delle tensioni sociali connesse alla nascente rivoluzione industriale e che daranno luogo ai movimenti operai e socialisti. La sua opera principale è il Corso di filosofia positiva (in 6 volumi). Le tesi fondamentali del Corso saranno riprese anche, in forma più popolare, nel Discorso sullo spirito positivo (1844). La fatica sostenuta nell’attività di studio, ricerca e insegnamento, oltre le gravi difficoltà finanziarie e le vicissitudini sentimentali - aveva sposato una ex-prostituta che lo abbandonò più volte - furono la causa di una grave crisi nervosa, che lo costrinse dapprima a un ricovero in clinica e poi, uscitone non guarito, lo spinse a un tentativo di suicidio. L'ultima fase del pensiero di Comte è caratterizzata da una svolta in senso religioso – già evidente nel Discorso sull'insieme del positivismo (1848) - e da un più accentuato conservatorismo politico. Quest'ultimo è determinato dalla delusione provocata in lui dalla rivoluzione del 1848, nella quale egli aveva posto qualche speranza relativamente alla realizzazione del suo programma socio-scientifico. Le dottrine socio-politiche di Comte sono esposte soprattutto nei quattro volumi del Sistema di politica positiva (1851-1854). Morì nel 1857.

La legge dei tre stati. Sin dal Piano dei lavori scientifici necessari per riorganizzare la società (1824) Comte aveva formulato la «legge dei tre stadi», che sarà posta alla base del successivo Corso di filosofia positiva. Per mezzo di essa sono individuati tre «stati» o «stadi» (in francese: états), che costituiscono le fasi del processo di sviluppo che riguarda sia l'individuo sia l'umanità intera. In sintesi, osservando la storia dell’umanità (che si riflette nei singoli individui), Comte deduce che nello suo sviluppo intellettuale si attraversano tre stadi:
1) Il primo stadio è quello teologico, detto anche fittizio. Nello stato teologico - che rappresenta l'infanzia dello sviluppo umano (sul piano individuale come su quello universale) - gli cercano una causa ultima dei fenomeni ed immaginano così con la fantasia forze magiche, esseri sovrannaturali, etc. In altre parole, nel tentativo di pervenire ad una conoscenza assoluta fanno ricorso ad entità soprannaturali, identificate dapprima con i feticci delle religioni animistiche, poi con le molteplici divinità del politeismo e, infine, con l'unico Dio del monoteismo.
2) Il secondo stadio è quello metafisico, detto anche astratto, che si configura come un periodo di transizione. Lo stato metafisico conserva la tendenza a voler conoscere l'essenza delle cose, ma il criterio di spiegazione viene cercato, anziché in entità soprannaturali, in entità astratte, metafisiche. In questo stadio, dal punto di vista sociale, l’apparato di potere giuridico viene a sostituire quello militare e il dominio del popolo quello dei re.
3) Il terzo stadio detto scientifico o anche positivo, ha come padri ideali Bacone, Cartesio, Galilei. In questo stadio non si riconosce più alcun mondo superiore a quello empirico e si abbandona la pretesa di ricercare le cause dei fenomeni, per individuare semplicemente le leggi invariabili che ne regolano l’accadere. In altre parole, l’umanità riconosce l’impossibilità di raggiungere nozioni assolute e rinuncia così a cercare l’origine dell’universo e le cause intime dei fenomeni per applicarsi invece solo alla ricerca delle loro leggi effettive, individuando le relazioni invariabili di successione e somiglianza. Da un punto di vista sociale si passa all’età industriale e la società è interamente basata su un’organizzazione scientifica. In altre parole, nello stato positivo, conseguita la maturità sia sul piano dello sviluppo individuale sia su quello della specie, l’umanità abbandona la pretesa di conoscere l'essenza delle cose e si concentra piuttosto sull'indagine dei fatti fenomenici e sulle loro relazioni. La conoscenza umana è quindi soltanto relativa: tuttavia, le relazioni costanti che essa rileva tra i fenomeni mediante l'osservazione e l'esperimento sono conosciute con certezza come leggi necessarie. L'esempio più adeguato di conoscenza positiva è fornito dalla legge di Newton sulla gravitazione universale: essa rinuncia, infatti, a qualsiasi ipotesi metafisica («hypotheses non fingo») e si limita a determinare il carattere unitario del rapporto che connette tutti i fatti dell'universo. L'ultimo dei tre stati previsti da Comte comporta dunque la realizzazione della filosofia positiva, la quale abbandona definitivamente le concezioni teologiche e metafisiche della realtà, per darne invece una spiegazione rigorosamente scientifica.

La classificazione delle scienze. Sulla base dello sviluppo degli stadi, Comte mette a punto la classificazione delle scienze, che sono giunte allo stadio positivo in tempi diversi, a seconda della generalità, semplicità e astrattezza dell’oggetto indagato. Astronomia, fisica e chimica sono giunte allo stadio positivo, rispettivamente con Keplero, Galilei e Lavoisier, e fanno parte della fisica inorganica, che studia i «corpi bruti»; la fisica organica, invece, studia i «corpi organizzati» e di essa fanno parte la biologia, divenuta positiva all’inizio del XIX° sec., e la “fisica sociale” o “sociologia”, di cui Comte conia il nome e di cui si presenta come il fondatore. Tutte le scienze - per essere veramente tali - devono giungere allo stato positivo. Si noti che il grado di complessità dell’oggetto di studio definisce il grado di complessità della scienza. Il gruppo delle discipline organiche - di per sé più complesso e meno generale di quello delle discipline inorganiche - si divide a sua volta in biologia (o fisica organica), che si occupa della struttura e del movimento degli organismi naturali, e in sociologia (o fisica sociale) che riguarda invece gli organismi sociali. Poiché questi ultimi sono più complessi e più particolari di quelli naturali, la biologia e la sociologia si collocano rispettivamente al penultimo e all'ultimo posto dell' ordine successivo delle scienze. Dalla classificazione sistematica delle scienze sono escluse sia la matematica sia la psicologia, sebbene per opposti motivi. L'esclusione della matematica non significa che essa non sia una scienza ma - al contrario - che essa è la scienza fondamentale, in quanto costituisce il punto di riferimento di tutte le altre scienze. Per una ragione completamente diversa non rientra nel novero delle discipline classificate la psicologia. Fedele al principio per cui non si dà scienza se non di fatti, Comte ritiene che non sia possibile descrivere i processi della psiche come realtà indipendenti dai «fatti» fisiologici, che ne costituiscono la condizione, o dai «fatti» sociali, che ne rappresentano l’oggettivazione concreta. Nel primo caso la psicologia si risolve dunque in biologia, nel secondo in sociologia. Ammettere l'esistenza di una psicologia che abbia un oggetto autonomo (l'anima o lo spirito), indipendente dai fatti biologici o sociali, sarebbe per Comte un'indebita concessione al pensiero metafisico. Anche la filosofia non ha una collocazione specifica all'interno della classificazione delle scienze: essa ha casomai la funzione di coordinare le varie scienze, studiandone le relazioni reciproche e i principi fondamentali comuni (ad esempio: la legge dei tre stati, il principio della semplicità e della generalità, ecc.).

La sociologia. (La sociologa indaga il complesso campo delle relazioni umane. Gli interrogativi fondamentali della ricerca sociologica per sono: come si spiega che le collettività umane esistono e si mantengono? Come si rapporta l'individuo alle collettività? Come si organizzano o si strutturano i quadri sociali della vita umana? Come si produce e si spiega il cambiamento, l'evoluzione delle società umane?). La possibilità di una riorganizzazione della società su nuove basi rimane sempre l'aspirazione fondamentale di Comte. Essendo la più complessa e più specialistica delle scienze, essa è l'unica a non avere ancora conseguito pienamente lo stadio positivo. Alla costruzione della scienza sociologica Comte dedica metà del Corso di filosofia positiva - gli ultimi tre dei sei volumi di cui esso si compone. La sociologia si colloca dunque al vertice della piramide delle discipline. La sociologia, o fisica sociale, si articola in statica, studio delle condizioni dell'ordine sociale, e in dinamica, volta a delineare il progresso della società attraverso i suoi tre stadi. Mentre nello stadio teologico il dominio è esercitato dai militari e nel secondo stadio, metafisico, dai giuristi, nel terzo stadio, quello positivo, il potere deve passare agli scienziati. Per giungere al terzo stadio Comte ritiene necessario fondare anche una nuova religione positiva, incentrata con toni mistici sul valore dell'umanità, il "Grande Essere".

La politica positiva e la religione dell'umanità. Accanto alla definizione della nuova fisica sociale, Comte si orienta verso la presentazione di una “politica positiva” e la sua risoluzione in una “religione dell'umanità” che si configura come una nuova religione universale. Il regime definitivo del positivismo si identifica quindi con la religione dell'umanità: essa è condensata nel motto «l'amore per principio, l'ordine per base ed il progresso per fine» ed è rivolta al “Grande Essere”, che comprende i viventi (popolazione oggettiva), i defunti e gli uomini futuri (popolazione soggettiva). In essa la socialità si presenta come la sintesi di sentimento e ragione e il potere filosofico si apre alle donne, pilastro dell'uni-collettivo e sociale, e al popolo, affine all'intellettuale positivo per il buon senso e il legame con la natura, in un affiato religioso che ha abbandonato la trascendenza e ha realizzato nell'era positiva il «vivere universale». La società che nascerà dalla filosofia positiva avrà come carattere fondamentale l'unità di sentimento, ragione e attività. La vita affettiva si imporrà nella forma del sentimento sociale: esso dirigerà la ragione umana conducendola alla conoscenza delle leggi naturali e costituendo una base oggettiva dell'azione collettiva L'unità positiva di sentimento e ragione permetterà all'attività di estendersi per garantire il perfezionamento individuale e collettivo. Non si arriverà soltanto al miglioramento delle condizioni materiali di vita dell'umanità, ma soprattutto al suo perfezionamento intellettuale e morale e all'estensione del sentimento collettivo dell'amore universale.

 

 

 

6.2. John Stuart Mill

John Stuart Mill. Il secondo autore “classico” dell’utilitarismo è John Stuart Mill (1806-1873), il cui padre James era anch’egli un filosofo, e intimo amico di Bentham. In Mill è dunque evidente la  connessione tra positivismo e utilitarismo. Assiduo lettore di Comte e profondo conoscitore sia della tradizione positivistica quanto da quella utilitaristica, l’opera i John Stuart Mill si caratterizza per un atteggiamento di sospetto nei confronti della metafisica e di critica - sia pure riconoscente - al pensiero di Bentham (in particolare ritiene insufficiente il criterio della massima utilità ed è altresì convinto che l’etica benthamiana può servire al massimo a guidare gli atti ma non a educare l’uomo). Nel 1848 esce la sua opera più importante: il Sistema di logica deduttiva e induttiva. Seguono: i Principi di economia politica (1818); Sulla libertà (1859); Utilitarismo (1863), i Tre saggi sulla religione, (postumi, nel 1874). Mill considera il problema della validità delle proposizioni scientifiche e individua due tipi di ragionamento: il ragionamento induttivo, che va dal particolare all’universale, e il ragionamento deduttivo, che passa dal generale al particolare: il metodo deduttivo può essere utile per organizzare conoscenze già acquisite, ma non per ricavarne nuove. Una scienza dotata di una solida base epistemologica e che sia al tempo stesso in grado di garantire nuova conoscenza dovrebbe riferirsi costantemente all’esperienza ed utilizzare la forma del ragionamento induttivo, l’unico che sommando diverse esperienze particolari è in grado di dirci qualcosa su generale, sull’universalità dei casi possibili. Che sia possibile la generalizzazione dell’esperienza è garantito a sua volta dalla fiducia nell’uniformità e nella regolarità della natura

T1. La logica secondo John Stuart Mill

La logica per Mill è la "scienza della prova o dell'evidenza"; essa non si occupa delle verità che ci sono note per coscienza immediata (ad esempio: le sensazioni corporee, i sentimenti o gli stati mentali), ma soltanto delle conoscenze derivate da altre conoscenze "per via d'inferenza". In altri termini, la logica non si preoccupa di indagare la natura delle cose, ma si limita a verificare la validità della connessione tra più proposizioni all’interno di un ragionamento.

Denotazione e connotazione. La prima operazione della logica è quella della denominazione, cioè dell'attribuzione di nomi alle cose. Il linguaggio è uno strumento del pensiero, prima ancora che della comunicazione per questo motivo, ogni indagine logica deve iniziare con un'analisi del linguaggio. E' in questo quadro che Mill introduce una famosa distinzione - ripresa poi in diverso modo da G. Frege - tra termini denotativi e termini connotativi. a) Un termine è denotativo quando indica semplicemente un oggetto, senza riferimento a qualche sua proprietà o attributo. Ad esempio, sono termini denotativi tutti i nomi propri: quando dico Giovanni. Paolo o Pietro, indico semplicemente un individuo preciso, senza dare alcuna informazione che lo caratterizzi. b) Un termine è invece connotativo quando indica una o più proprietà relative a un oggetto. Tali sono gli attributi: quando dico "bianco" o "razionale" indico la qualità che caratterizza un determinato oggetto. Ma sono termini connotativi anche i nomi comuni: questi ultimi — oltre a denotare i singoli individui — indicano anche le loro qualità. Ad esempio, il termine “uomo” denota i singoli individui umani, ma connota anche le qualità (razionalità, corporeità, una certa forma esteriore, ecc.) che li definiscano in quanto uomini. Questa distinzione è rilevante non soltanto per la classificazione dei nomi, ma anche per quella delle proposizioni che derivano dalla composizione di nomi. In tal modo, è possibile distinguere due tipi di proposizioni.
1) Sono “proposizioni verbali” quelle in cui il predicato esprime un concetto che è già contenuto nel soggetto. Tali proposizioni non forniscono, pertanto, nessuna nuova informazione. Ad esempio, quando dico che “gli uomini sono razionali”, non amplio la mia conoscenza, perché la nozione di razionalità è già compresa in quella di uomo. In altre parole, sono proposizioni che - analogamente ai giudizi analitici di cui parlava Kant - sono necessarie ma improduttive.
2) Sono “proposizioni reali”, invece, quelle in cui il predicato esprime una connotazione che non era contenuta nel soggetto. Esse comportano quindi un vero-reale, appunto-ampliamento della conoscenza.
L’inferenza dal particolare al particolare. Ora, affinché un ragionamento o inferenza apporti “vera conoscenza” occorre che la proposizione conclusiva sia diversa - sul piano del contenuto - da quella di partenza e non una semplice “trasformazione verbale” di essa. Ma quali sono gli strumenti logici per garantire ciò? La logica tradizionale individuava due strade: 1) l’inferenza dal generale al particolare attraverso la deduzione, e quindi il sillogismo, inteso come forma fondamentale della deduzione; 2) l’inferenza dal particolare al generale attraverso l’induzione. Mill intende mostrare che esiste una terza strada, che sta a fondamento di entrambe le vie tradizionali: l’inferenza avviene sempre da particolare a particolare.

Iniziamo con l’analisi del sillogismo, utilizzando il tradizionale esempio: “Tutti gli uomini sono mortali. Socrate è un uomo. Dunque Socrate è mortale.” Se viene inteso come una dimostrazione di tipo deduttivo - cioè se la conclusione “Socrate è mortale” viene dedotta dalle premesse, come il sillogismo pretende – esso comporta necessariamente una petizione di principio, cioè contiene già nella premessa ciò che si deve dimostrare nelle conclusione. Infatti, nella premessa maggiore “Tutti gli uomini sono mortali” è già detto che “Socrate è mortale”, poiché nell’espressione “tutti gli uomini” è compreso anche Socrate. Tuttavia, il sillogismo può presentare qualche valore, se non lo si considera soltanto come un procedimento deduttivo. In altre parole, la premessa maggiore “Tutti gli uomini sono mortali” non deve essere considerata il punto di partenza del ragionamento, ma piuttosto il punto di arrivo di una serie di osservazioni particolari. Poiché sperimento che Tizio è mortale, Caio è mortale, Sempronio è mortale, posso presumere che anche Socrate sia mortale e che tutti gli uomini lo siano. In tal modo, la proposizione generale (quella che ritenevo una premessa maggiore) è una formula compendiosa di osservazioni particolari che è però espressa in termini generali, così da poter essere applicata anche a particolari non ancora osservati. Secondo questa prospettiva, le proposizioni generali non sono che il momento intermedio di un ragionamento che va dal particolare al particolare, aggiungendo alla serie dei particolari osservati il particolare a cui si applica la conclusione. Mill sostiene che ogni nostra conoscenza abbia un origine empirica. Ciò significa che ogni inferenza parte dall’osservazione dei casi particolari. Ma qual è allora la vera natura di tutte le nostre generalizzazioni? Per Mill, esse non sono altro che formule derivate da rassegne di casi particolari, attestati dall’esperienza. Le stesse verità della matematica sono conseguite attraverso generalizzazioni di questo genere: alla loro base vi sono sempre esperienze particolari. Gli oggetti della matematica non sono diversi da quelli empirici, ma sono gli stessi oggetti empirici considerati facendo astrazione da alcune loro qualità: per esempio, il punto geometrico è un punto empirico in cui si astrae dall’estensione, così come nella linea si fa astrazione dall’aspetto della larghezza e così via.

L’induzione. Su che cosa si basano, dunque, le nostre inferenze? Non tanto sulla deduzione, quanto sull’induzione. A questo proposito, tuttavia, Mill distingue tra due tipi di induzione.
1) L’induzione “perfetta” è quella in cui si considerano tutti i casi relativi a una certa classe: essa non comporta un vero aumento di conoscenza e l’operazione conoscitiva – di puro carattere analitico – si riduce a una semplice “trasformazione verbale”. Per esempio, se dico: “Pietro era ebreo, Paolo era ebreo, Giovanni era ebreo” e così via fino a enumerare tutti i dodici apostoli, per concludere: “quindi tutti i dodici apostoli erano ebrei”, in realtà la conclusione non aggiunge nulla di nuovo alle affermazioni sui singoli individui e non è che una loro riformulazione verbale.
2) L'induzione “imperfetta” è quella che Mill chiama induzione per enumerazione semplice. Essa consiste nel derivare una data qualità dall'osservazione di un certo numero di casi particolari e nell'estenderla a tutti gli individui della stessa classe - anche a quelli che non sono caduti sotto la mia esperienza. Cosi avviene quando affermo: «Tizio è mortale». «Caio è mortale», «Sempronio è mortale››, quindi «tutti gli uomini sono mortali››. Procedendo da particolare a particolare, io conseguo un'informazione su una qualità che riguarda tutti gli elementi di una certa classe, anche se non li ho conosciuti uno a uno per esperienza diretta.

L'uniformità della natura. Si è detto che l'induzione imperfetta consente un ampliamento della conoscenza. Ma essa è sempre valida? Se sperimento solo un certo numero di casi individuali, come posso essere sicuro che le osservazioni fatte per essi valgano anche per tutti gli altri casi non verificati? Per secoli gli europei hanno creduto che tutti i cigni fossero bianchi, perché non avevano mai visto un cigno nero. In altri termini: se procedo sempre da particolare a particolare, che cosa garantisce la validità della generalizzazione, cioè del passaggio dal particolare al generale? Mill ritiene che esista un criterio oggettivo per avvalorare questo passaggio e lo ritrova nel “principio dell'uniformità della natura”, il quale trova la sua migliore espressione nella “legge di causalità necessaria”. Possiamo estendere alla totalità dei casi di una determinata classe le affermazioni fatte in base all'osservazione di un numero limitato di essi perché supponiamo che la natura sia ordinata da leggi. Tuttavia, è Mill stesso a osservare che tale principio - posto a fondamento di ogni induzione – è a sua volta il risultato di un'induzione, cioè di una generalizzazione di casi particolari. Ci troviamo quindi di fronte a quella che a molti è apparsa una petizione di principio. Da un lato, l'induzione trova il proprio fondamento nel principio dell’uniformità della natura; dall'altro lato. questo principio si fonda a sua volta su un procedimento induttivo.

 

 

 

T2. Psicologia, sociologia e politica secondo John Stuart Mill

L’uniformità delle leggi della natura ha come conseguenza immediata la possibilità di prevedere eventi futuri in base a quelli passati. «Noi crediamo - egli scrive nel Sistema di logica - che lo stato dell'intero universo a ogni istante sia la conseguenza dello stato di esso all’istante precedente; sicché uno che conosca tutti gli agenti che esistono al momento presente, la loro collocazione nello spazio e tutte le loro proprietà - in altre parole. le leggi della loro azione - potrebbe predire l’intera storia seguente dell'universo››. Accogliendo pienamente l'assimilazione positivistica delle scienze dell'uomo a quelle della natura, Mill estende il principio della prevedibilità degli eventi futuri dall'ambito dei fenomeni naturali a quello delle azioni umane. Conoscendo il carattere dell'individuo e gli specifici moventi che agiscono in lui, è possibile determinare con certezza quale sarà la sua condotta futura. La scienza cui è affidato questo compito e la psicologia. La prevedibilità delle azioni umane non compromette. tuttavia, il principio della libertà dell’uomo. Che le azioni umane siano prevedibili in base a leggi universali significa soltanto che tra determinati moventi e determinate azioni vi è una correlazione costante. Se sono noti i moventi, dunque, è possibile prevedere i comportamenti umani: ciò non impedisce. tuttavia, che essi nascano dalla libera iniziativa umana. Se la psicologia si occupa della previsione delle azioni individuali, la sociologia determina le regolarità nei comportamenti collettivi e - di conseguenza ~ consente la previsione degli eventi sociali futuri. Da Comte Mill mutua la concezione della scienza sociologica in termini di tisica sociale, nonché il concetto di progresso come criterio dell’evoluzione della società. Una volta determinata la legge del progresso storico, sarà possibile determinare la serie degli eventi futuri. così come nell’algebra è possibile sviluppare l'intera serie dei termini in base alla conoscenza del rapporto intercorrente tra alcuni di essi. La posizione di Mill diverge invece nettamente da quella di Comte per quanto riguarda la concezione dell'economia e della politica, analizzata nei Principi ali economia politica. Egli distingue tra le leggi della produzione economica che - come tutti gli altri fatti sociali obbediscono al principio della necessità naturale, e le leggi della distribuzione. che dipendono invece dalla volontà umana. Il diritto e il costume possono quindi modificare le regole distributive, promuovendo una più equa allocazione dei beni e delle ricchezze. Mill auspica infatti una serie di riforme che si ispirino al criterio utilitaristico del maggior benessere possibile per il maggior numero di individui. Tra l'altro, egli è fautore di una maggiore pariticazione sociale dei sessi, della partecipazione dei lavoratori all'impresa, dell’allargamento del diritto di voto, nonché della fondazione di cooperative di produzione. L'utilitarismo si sposa in lui con l'altruismo: egli ritiene, infatti, che l'incremento della felicità altrui sia una delle maggiori cause del proprio piacere. Se l'esigenza di giustizia consente a Mill di apprezzare qualche merito del socialismo, il riconoscimento del valore intangibile della libertà fa di lui un radicale oppositore di questa dottrina. In politica come in economia, Mill è attestato su posizioni di liberalismo radicale. Il suo pensiero economico-politico punta sempre alla valorizzazione dell'individuo e alla difesa degli spazi di libertà senza i quali nessuna iniziativa individuale può fiorire. Nel saggio Sulla libertà egli pone alla base dell’ordinamento dello Stato la libertà civile, che si distingue in queste determinazioni: a) la libertà di coscienza, di pensiero e d'espressione: b) la libertà di perseguire la felicità secondo il proprio gusto: c) la libertà di associazione. Di conseguenza, Mill è assolutamente contrario a ogni intervento dello Stato nella vita economica e sociale della nazione. Le intromissioni dell’autorità pubblica nella sfera privata sono ammesse soltanto se sono finalizzate a evitare la lesione dei diritti di un individuo da parte degli altri. Il suo liberalismo non gli impedì tuttavia di nutrire un forte sentimento sociale e di adoperarsi, sia pure su basi individualistiche, per una maggiore cooperazione e solidarietà tra le diverse componenti della società.