5. Marx

Marx e il marxismo

Il pensiero di Karl Marx ha esercitato un notevole influsso sulla filosofia e sulle scienze sociali dell'800 e del '900. Egli opera un rovesciamento della funzione della filosofia: compito della ricerca filosofica non è quello di fornire una giustificazione razionale dell'esistente, ma di sottoporlo a una critica serrata in vista della sua trasformazione, fornendo teoria e coscienza alle forze rivoluzionarie. Elabora inoltre una concezione materialistica della storia che interpreta le dottrine filosofiche, etiche, giuridiche, religiose ed estetiche come espressione della base economica di una società e degli interessi che vi entrano in conflitto.

Può così smascherare come ideologie quelle dottrine che si presentano come universali e assolute, indicandone gli interessi materiali e sociali che esprimono. Alla attenta analisi dell'economia capitalistica e alle dottrine di Marx, diffuse largamente da Engels, si rifarà la maggioranza del movimento operaio e socialista.

 

La critica a Hegel e a Feuerbach
Karl Marx (Treviri 1818 - Londra 1883) consegue il dottorato in filosofia a Jena e si lega agli esponenti della sinistra hegeliana. Dal 1842 al 1844 si dedica all'attività pubblicistica, va in esilio a Parigi, dove incontra personaggi importanti del socialismo francese e inizia la collaborazione intellettuale con Engels, con il quale pubblica nel febbraio 1848 il Manifesto del Partito Comunista e partecipa ai moti rivoluzionari del 1848. Nel 1849 si trasferisce a Londra e, grazie all'aiuto finanziario di Engels, può dedicarsi per circa un decennio quasi esclusivamente allo studio e alla redazione della sua opera maggiore, Il capitale (nel 1867 pubblica il I vol.). Ritorna all'attività politica promuovendo la fondazione della Prima Internazionale socialista (1864). Con la Critica al programma di Gotha (1875) si schiera contro il riformismo della socialdemocrazia tedesca.

La formazione filosofica di Marx è segnata soprattutto da Hegel e da Feuerbach. Il primo è sottoposto a un'analisi serrata nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (probabilmente 1841-43, ma pubblicata postuma nel 1927), nella quale, insieme alla denuncia della pretesa subordinazione della "società civile" allo "Stato politico", si smaschera l'errore logico che ha portato Hegel a spiegare la realtà particolare deducendola da un principio assoluto, considerando oggetto del sapere non i fatti e gli individui concreti, ma le categorie e i principi astratti. Se l'insistenza sul principio "positivo" dell'esperienza e la rivendicazione di una dialettica del concreto evidenziano l'influsso di Feuerbach sulla critica antidealistica di Marx, bisogna precisare che Marx considera l'essere individuale, contrapposto all'astratta idea hegeliana, sempre nella relazione sociale. Così riprende da Feuerbach il concetto di alienazione religiosa e lo interpreta come conseguenza di una alienazione più ampia nella società e nello stato.

Nei Manoscritti economico-filosofici del 1844 (editi nel 1927) Marx individua la radice di ogni "autoestraneazione umana" nell'effettiva contraddizione storico-sociale tra le classi e interpreta la divisione della società in classi antagoniste come il risultato di una divisione diseguale del lavoro. L'individualismo capitalistico-borghese e la proprietà privata sono, perciò, la "conseguenza necessaria" dell'"alienazione" del lavoro dell'operaio, che si vede espropriato sia dei prodotti da lui realizzati, sia della possibilità di determinare la propria attività. Invece il lavoro dovrebbe essere espressione dell'"attività libera e consapevole" di ogni essere umano in un contesto di appartenenza sociale e quindi realizzare la sintesi tra i fini individuali e quelli collettivi della specie. Questa condizione di lavoro può essere conseguita solo nella società comunista, che si prefigge anche la piena integrazione di uomo e natura, sebbene in realtà Marx, avverso a ogni forma di costruzione utopica, non la descriva dettagliatamente in nessuna sua opera.

 

 

La concezione materialistica della storia
Queste tesi vengono approfondite in una più ampia prospettiva storico-teorica nella Ideologia tedesca (1845-46), redatta con Engels, in cui alla astrattezza filosofica della sinistra hegeliana e di Feuerbach, tacciati di voler cambiare la realtà con la semplice critica delle idee, si contrappone la concezione materialistica della storia. La storia è vista come un processo materiale (e non spirituale come voleva Hegel), in cui "ciò che gli individui sono coincide immediatamente con la loro produzione, tanto con ciò che producono quanto col modo come producono" ovvero "ciò che gli individui sono dipende dalle condizioni materiali della loro produzione". Il motore della trasformazione storica risiede allora nello sviluppo delle forze produttive (struttura) e nel fatto che esse entrano in contraddizione con i rapporti sociali già costituiti, con l'assetto di potere e con le idee dominanti (sovrastruttura). L'opera si chiude con la teoria della rivoluzione comunista, vista non come l'iniziativa di un gruppo di individui, ma come il necessario esito di un preciso processo storico: l'esasperazione della sua condizione di sfruttamento nella società capitalistica porterà il proletariato a organizzarsi politicamente e a opporsi in modo rivoluzionario contro il sistema capitalistico per realizzare l'avvento finale della società comunista.

Nella Miseria della filosofia (1847), in polemica con il socialista riformista Proudhon, che fa dei rapporti reali di produzione le incarnazioni di "categorie immutabili", si afferma la necessità di una rigorosa scienza dell'economia e l'esigenza di una trasformazione reale della società. Nel Manifesto del Partito Comunista (1848) si afferma che le posizioni teoriche dei comunisti non poggiano sopra idee o principi astratti, ma sono espressioni di un movimento storico che già esiste, caratterizzato dalla lotta di classe fra borghesia e proletariato.

 

 

L'analisi economica del Capitale
Lo sforzo teorico successivo di Marx trova la sua più alta espressione nel Capitale. Critica dell'economia politica (I vol., 1867; postumi: II vol., 1885 e III vol., 1894). Esso si focalizza dapprima sull'analisi dell'economia politica classica per realizzare una vera e propria "anatomia" del sistema capitalistico. La forma capitalistico-borghese della produzione della ricchezza è caratterizzata dal fatto che il mezzo per crearla è diventato il "lavoro in generale", cioè il lavoro che prescinde da ogni sua caratteristica particolare e si presta a essere impiegato come pura forza-lavoro da offrire e acquistare come merce. Marx concorda con gli economisti classici (A. Smith, D. Ricardo) nel ritenere la società borghese come la più complessa organizzazione di produzione. Tuttavia ciò che non accetta degli economisti classici, e critica come "ideologia", è l'attribuzione di una validità assoluta ed eterna a questi caratteri della società capitalistico-borghese, la quale altro non è che il risultato di un processo storico, di per sé mai definitivo. Questa sottolineatura del carattere storico del modo borghese di produzione apre la strada a un'economia di tipo diverso e a una compiuta teoria della rivoluzione proletaria. Infatti dalla trattazione "scientifica" della merce ­ del suo valore come derivante dallo scambio dei beni secondo le astratte quantità di lavoro in essi contenute, del plusvalore come porzione del valore prodotto eccedente il salario corrisposto al lavoratore per riprodursi come forza-lavoro e incamerata come profitto, dei prezzi ­ Marx giunge a formulare la previsione del crollo del capitalismo sotto la pressione della crisi economica (diminuzione del tasso di profitto e sovrapproduzione) e della crisi sociale (povertà crescente e proletarizzazione generalizzata), grazie alla presa di coscienza e all'attiva azione rivoluzionaria degli sfruttati. (Sapere.it)

 

T3. Sintesi generale di Marx

 

Karl Marx (1818-1883), di famiglia protestante di origini ebraiche, ebbe senz'altro una vita molto movimentata. Trovò fin da giovane stimoli culturali nell'ambiente natale, la Renania, ricca di fermenti liberali; fu a Bonn, Berlino, Jena e studiò diritto e filosofia; frequentò la Sinistra hegeliana. Si laurea in filosofia a Berlino il 15 aprile 1841 con una tesi dal titolo: Differenza tra la filosofia della natura di Democrito e quella di Epicuro. Dopo la laurea, Marx cerca di ottenere la libera docenza a Bonn, dove insegnava il suo amico Bruno Bauer. Ma Bauer venne ben presto allontanato dall'università. E così si chiuse, poiché l'amico non poteva appoggiarlo, la carriera accademica di Marx. Marx passò allora al giornalismo diventando redattore della "Gazzetta renana". Nell'estate del '43 scrive la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, la cui introduzione venne pubblicata a Parigi, nel 1844, sugli "Annali franco-tedeschi", fondati da Ruge, il quale aveva voluto Marx come condirettore. A Parigi entra in contatto con Proudhon e Blanc; incontra Heine e Bakunin e, soprattutto, conosce Friedrich Engels, amico e collaboratore per tutta la vita. Scoppiato il movimento del '48, torna per un breve periodo a Colonia, dove fonda la "Nuova Gazzetta Renana" che però viene nuovamente chiusa. 

Passa quindi in Gran Bretagna dove, aiutato economicamente da Engels, riesce a completare la documentazione che costituiva la base per la pubblicazione de Il Capitale, il cui primo volume è del 1867 (mentre gli altri due furono pubblicati postumi da Engels). Nel 1859 aveva pubblicato Critica dell'economia politica e nel 1864, a Londra, aveva fondato la "Associazione internazionale dei lavoratori" (la Prima Internazionale). 

Muore il 14 marzo del 1883. 

 

 

 

Sintesi 

 

Karl Marx è prima di tutto un critico inflessibile dell'hegelismo. La critica di Marx nei confronti della filosofia hegeliana riguarda non solo la prospettiva che Hegel assume, ma l'idea stessa di filosofia. Per Marx la filosofia deve investire la realtà concreta e mostrare la sua effettiva capacità di cambiare le concrete condizioni di vita delle popolazioni. 

 

Leggiamo questo programma già nelle Tesi su Feuerbach, "i filosofi hanno finora variamente interpretato il mondo: si tratta ora di trasformarlo".

 

Siamo così al capovolgimento della prospettiva hegeliana: se per Hegel la filosofia aveva il compito di comprendere e spiegare il reale inteso come manifestazione dello Spirito assoluto, ora la filosofia assume il compito di capovolgere la consolidata visione-giustificazione del mondo al fine di trasformarlo. 

 

Se per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma addirittura in soggetto Assoluto col nome di Idea, è il vero artefice del reale, ed il reale costituisce a sua volta solo il fenomeno esterno dell'Idea assoluta, "per me, viceversa, - scrive Marx - l'elemento ideale non è altro che l'elemento materiale trasferito e tradotto nel cervello degli uomini".

(K. Marx, Il Capitale, libro I, poscritto alla II ed.). 

 

L'elemento materiale ed il pensiero, dunque.

Il rapporto tra coscienza e realtà materiale: è questo il nocciolo della questione. 

 

Per Marx le forze produttive condizionano la situazione sociale e, quindi, la coscienza individuale. In ogni sistema economico, e senz'altro anche nel "modo capitalistico della produzione", le leggi economiche e i rapporti sociali sono indipendenti dai singoli. Il rapporto tra coscienza e realtà, nel "lungo periodo storico" è deterministico. Marx non esclude che, nel breve periodo storico, l'individuo orienti volontaristicamente la realtà ambientale e sociale; è pur vero, però, che l'individuo pensa e vuole in funzione anche delle circostanze nelle quali opera ("condizionamento" socio-economico); Engels denominò tale concezione marxiana della storia "Materialismo storico". 

 

Scrive Marx, in Ideologia tedesca: "Per poter far storia, gli uomini devono essere in grado di vivere prima di tutto, di mangiare e bere, abitare, vestirsi ed altro ancora. La prima azione storica è, dunque, la creazione dei mezzi per soddisfare questi bisogni, la produzione della vita materiale.(...) La storia dell'umanità dev'essere studiata e trattata in relazione con la storia della produzione e dello scambio".

 

Per questo, riferendosi ad Hegel e a tutta la tradizione filosofica precedente, Marx ha scritto che il compito della filosofia è quello di trasformare il mondo, formulando così esplicitamente il primato della prassi sulla attività conoscitiva e teoretica in generale.

La filosofia deve avere insomma una concreta ricaduta politica. A tale funzione assolve il Materialismo storico, individuando i pilastri "obiettivi" della analisi della società (e della realtà tutta): i concetti di "struttura" e di "lavoro alienato", come vedremo poco più avanti. 

 

 

Il "misticismo logico". 

Diventa così più chiara la grande responsabilità di Hegel che agli occhi di Marx ha spacciato come necessario e immutabile, in quanto ideale e metafisico, ciò che invece, avendo origine storica, è contingente e quindi perfettamente modificabile. 

Nell'ottica hegeliana le istituzioni politico-economiche, che Hegel definisce appunto come "spirito oggettivo", sono manifestazioni dello spirito, non sono semplici prodotti umani, condizionati storicamente dalle volontà e dalle scelte degli uomini. Sono invece forme necessarie che hanno per Hegel corrispondenza metafisica nelle fasi attraverso cui lo Spirito giunge a conoscere se stesso. Se la loro origine è metafisica e non storica o politica, non si possono mutare, perché l'uomo non può cambiare i disegni dello Spirito e il suo corso nella storia.

Per Marx, Hegel assolutizza allora ciò che invece ha un'origine del tutto particolare e contingente, cioè rende necessario ciò che avrebbe potuto essere diverso. 

Questo metodo di mistificazione, di capovolgimento delle reali condizioni di fatto viene chiamato da Marx "misticismo logico": come aveva già sottolineato Feuerbach, si spaccia per metafisico ciò che è solo umano, per Marx: storico. Da un punto di vista politico ciò ha come effetto di santificare lo status quo, cioè lo stato di fatto attuale delle cose, e di delegittimare teoricamente qualunque tentativo di miglioramento ovvero di rivolgimento politico, poiché la situazione politica attuale sarebbe garantita, sorretta, da un ordine ideale: come diceva Hegel, ciò che è reale, lo è in quanto intimamente razionale. Peggio. 

 

 

L'ideologia. 

La difesa teorica dello status quo contiene un consapevole elemento di strumentalizzazione e di distorsione della verità, allo scopo di giustificare l'ingiustificabile, ciò che a partire da Marx si chiamerà "ideologia" :

 

"Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti. [...] Le idee dominanti non sono altro che l'espressione ideale dei rapporti materiali dominanti sono i rapporti materiali dominanti presi come idee: sono dunque l'espressione dei rapporti che appunto fanno di una classe la classe dominante, e dunque sono leidee del suo dominio". 

(K. Marx, L'ideologia tedesca, I). 

 

L'ideologia è dunque un'alterazione più o meno in malafede della realtà delle cose. Come quando, ad esempio, si è consapevoli di commettere un sopruso o di compiere un'ingiustizia, ma in modo sofistico si vuole spacciare per vero ciò che è falso, per giusto ciò che è ingiusto, per perfetto ciò che invece esige un perfezionamento.

 

 

 

L'alienazione.  

L'ideologia va messa in stretto rapporto con l'alienazione. 

Nel sistema hegeliano alienazione è l'uscita da sé dell'idea che si oggettiva in qualcosa di altro da sé, di estraneo, di alieno appunto, nella natura e nella storia; in Feuerbach alienazione è la rinuncia a sé da parte dell'uomo che proietta in un essere trascendente, cioè completamente altro e alieno, le proprie caratteristiche finite, rendendole infinite.

 

Nella produzione capitalistica l'alienazione assume vari aspetti connessi tra loro: 

1. l'operaio viene alienato in quanto si estrania dal prodotto del proprio lavoro: ciò che egli produce non gli appartiene, ma è esclusivo possesso del capitalista, per il quale lavora.

2. l'operaio si aliena, si estrania anche da sé: non considera il proprio lavoro come parte della sua vita reale. Questa si svolge altrove, a casa, fuori e indipendentemente dal lavoro, che si trova sotto il comando di un potere estraneo. 

3. l'operaio viene spossessato della sua essenza generica (Gattungswesen), che per Marx è il lavoro stesso. 

Ciò che distingue il genere umano da quello animale è infatti per Marx il lavoro: attraverso il lavoro l'uomo - sotto la spinta dei bisogni - oggettiva le sue capacità e si appropria della natura. Ma, nell'epoca attuale, il lavoro continua a essere l'espressione più autentica dell'essenza dell'uomo? Marx ritiene che nella moderna produzione capitalistica il lavoro non consista più nella realizzazione positiva della natura umana, ma sia diventato soltanto un mezzo di sopravvivenza individuale e di generale sfruttamento. Un'opera di impoverimento morale e materiale. 

4. Un importante conseguenza di ciò è che l'uomo si estrania alla fine anche dall'altro uomo. Nel sistema di produzione capitalistico l'esistenza della proprietà privata comporta la frantumazione dell'essenza sociale degli uomini. In base a essa, infatti, i prodotti non appartengono a coloro che - attraverso la loro comune attività - ne sono stati i fautori, bensì soltanto a colui che ne è diventato il proprietario.

 

 

Il Materialismo storico: struttura e sovrastruttura. 

La teoria dell'alienazione del lavoro è la migliore introduzione all'altra fondamentale teoria di Marx che è il materialismo storico, comprendente la fondamentale distinzione tra "struttura" e "sovrastruttura". Il materialismo storico - così ha scritto Marx nella Prefazione a Per la critica dell'economia politica - consiste nella tesi per cui: "Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza". Ciò porta a specificare il rapporto che esiste tra struttura economica e sovrastruttura ideologica. 

 

Leggiamo nell'Ideologia tedesca: "La produzione delle idee, delle rappresentazioni, della coscienza, è in primo luogo direttamente intrecciata all'attività materiale e alle relazioni materiali degli uomini, linguaggio della vita reale. Le rappresentazioni e i pensieri, lo scambio spirituale degli uomini appaiono qui ancora come emanazione diretta del loro comportamento materiale. Ciò vale allo stesso modo per la produzione spirituale, quale essa si manifesta nel linguaggio della politica, delle leggi, della morale, della religione ecc. di un popolo. Sono gli uomini i produttori delle loro rappresentazioni, idee ecc., ma - precisa Marx - sono gli uomini reali, operanti, condizionati da un determinato sviluppo delle loro forze produttive". 

 

Un importante aspetto della concezione materialistica della storia è che i modi di produzione determinano il carattere dei rapporti sociali e politici e la stessa produzione delle idee: non la coscienza determina la vita, ma la vita determina la coscienza e i suoi prodotti. 

Questo è il nucleo della distinzione tra struttura e sovrastruttura, secondo la quale le idee e le produzioni culturali - la religione e la stessa filosofia, oltre che la politica e il diritto - non si generano in maniera indipendente, ma sono anch'esse il frutto di determinati tipi di organizzazione economica e sociale. Ciò significa che per comprendere il processo storico occorre partire dai modi in cui gli uomini producono la loro vita materiale, più che da ciò che essi dicono o pensano di essere. 

 

 

 

 

Le basi materialistiche della storia. 

Marx ed Engels affermano che la base della società civile in tutti gli stadi della sua storia è il modo in cui gli uomini si procurano la sussistenza. La base della società è economica ed è data dal modo di produzione che la caratterizza. La soddisfazione dei primi bisogni e l'incremento della popolazione generano nuovi bisogni, per soddisfare i quali occorre una più articolata divisione del lavoro. Il grado di sviluppo delle forze produttive è quindi indicato dal grado di sviluppo della divisione del lavoro: questa ha assunto storicamente varie forme. 

 

Ai gradi di sviluppo della divisione del lavoro corrispondono forze produttive diverse e diverse forme di proprietà. Marx ed Engels distinguono quattro tipi di proprietà. 1) La proprietà tribale è quella in cui predominano la caccia, la pesca e la pastorizia e dove - successivamente - interviene anche l'agricoltura: in essa la divisione del lavoro è ancora scarsa. 2) La forma di proprietà caratteristica della comunità antica è quella in cui ha fatto la sua comparsa lo Stato e gli schiavi costituiscono la principale forza produttiva. In questa forma compare già la divisione del lavoro tra città e campagna e, quindi, tra agricoltura, industria e commercio. 3) La proprietà feudale è quella in cui predomina l'agricoltura. La società è organizzata gerarchicamente in ordini e corporazioni e incominciano a generarsi le prime forme di capitale. 4) La proprietà caratteristica del modo di produzione capitalistico è quella in cui predomina l'industria. 

 

 

La critica economica. 

Nel Capitale Marx utilizza le categorie dell'economia politica classica per realizzare una vera e propria "anatomia" del sistema capitalistico, nel quale la ricchezza è creata dal "lavoro in generale", che si presta, in quanto tale, a essere impiegato come pura forza-lavoro da offrire e acquistare come merce. 

Marx concorda con gli economisti classici (A. Smith, D. Ricardo) nel ritenere la società borghese come la più complessa organizzazione di produzione. Tuttavia ciò che non accetta degli economisti classici, e critica come "ideologia", è l'attribuzione di una validità assoluta ed eterna a questi caratteri della società capitalistico-borghese, la quale altro non è che il risultato di un processo storico, di per sé mai definitivo. Questa sottolineatura del carattere storico del modo borghese di produzione apre la strada a un'economia di tipo diverso e a una compiuta teoria della rivoluzione proletaria. Infatti dalla trattazione "scientifica" della merce ­ del suo valore come derivante dallo scambio dei beni secondo le astratte quantità di lavoro in essi contenute, del plusvalore come porzione del valore prodotto eccedente il salario corrisposto al lavoratore per riprodursi come forza-lavoro e incamerata come profitto, dei prezzi ­ Marx giunge a formulare la previsione del crollo del capitalismo sotto la pressione della crisi economica (diminuzione del tasso di profitto e sovrapproduzione) e della crisi sociale (povertà crescente e proletarizzazione generalizzata), grazie alla presa di coscienza e all'attiva azione rivoluzionaria degli sfruttati.

 

Il modo di produzione capitalistico si presenta come un'enorme produzione e raccolta di merci: dunque, l'indagine sul capitale deve iniziare con l'analisi della merce. 

 

1) Valore d'uso e valore di scambio. 

La merce ha un duplice valore: un valore di uso ed un valore di scambio. Il valore d'uso di una merce è il valore di uno specifico soggetto, in funzione dell’utilità: il valore d'uso (per esempio: un paio di scarpe, un telefono, un quintale di zucchero) si basa sulla qualità della merce la quale riesce a soddisfare un bisogno piuttosto che un altro (per. es. proteggersi i piedi, telefonare, dolcificare i cibi). La merce è in primo luogo qualcosa che per le sue qualità può soddisfare bisogni umani di qualsiasi tipo, materiali o intellettuali. In ciò risiede il suo valore d'uso, che si realizza appunto nell'uso, ossia nel consumo che si fa di essa. 

Tuttavia, sul mercato le merci più differenti vengono scambiate fra loro. Ma queste merci tanto diverse cos'hanno in comune per poter essere scambiate? Esse hanno in comune quello che è il valore di scambio. Il valore di scambio è qualcosa di identico che esiste in merci differenti, rendendole scambiabili in date proporzioni piuttosto che in altre. Il valore di scambio esprime un rapporto di corrispondenza quantitativa tra valori d'uso (per esempio una certa quantità di grano può essere scambiata con una certa quantità di seta o con una d'oro, considerate equivalenti). Ogni merce ha molteplici valori di scambio, in relazione alle merci con cui è scambiata. Ma, affinché lo scambio sia possibile, occorre che tutti i valori di scambio delle merci possano essere riportati a un criterio generale di equivalenza. 

Se si prescinde dal loro valore d'uso, qual è allora la proprietà che tutte le merci hanno in comune? Tutte le merci, risponde Marx, hanno in comune tra loro l'essere prodotto del lavoro umano e quindi l'aver richiesto un certo tempo per essere lavorate.

Il valore di scambio di una merce, infatti, è dato dalla quantità di lavoro socialmente necessario per produrre quella data merce. 

In sostanza, come valori, tutte le merci sono soltanto misure determinate di tempo di lavoro impiegato. 

Per la maggior comodità degli scambi, allo scambio diretto si è sostituita poi la moneta. Ma sia che lo scambio si faccia direttamente sia che si faccia attraverso la moneta, resta che una merce non si può scambiare con un'altra, se il lavoro che ci vuole per produrre la prima non è uguale al lavoro che ci vuole per produrre la seconda. Tutto questo - osserva Marx - mostra che parlare della merce in sé, senza badare al fatto che essa è invece frutto del lavoro umano, significa farne un "feticcio", un'immagine ricettacolo di una forza invisibile sovrumana. 

 

2) La nozione di "tempo di lavoro socialmente necessario". 

Ogni merce è prodotta dal lavoro, ma non da un tipo particolare di lavoro distinto da ogni altro, bensì dal "lavoro umano eguale in astratto". Ciò significa che si fa astrazione dalle differenze esistenti fra i vari tipi di lavoro e "li si riduce al carattere comune che essi possiedono in quanto dispendio di forza-lavoro umana". In tal modo, un bene ha valore soltanto perché in esso viene oggettivato - o materializzato - lavoro umano. Tale valore è misurabile in base alla quantità di lavoro contenuta in esso e la quantità di lavoro, a sua volta, è misurata in base alla sua durata temporale. Per determinare questa misura occorre prescindere dal tempo necessario al singolo operaio: è chiaro, infatti, che se egli è inabile o pigro, impiegherà maggior tempo a produrre un oggetto e dunque, paradossalmente, il suo prodotto verrebbe a essere più costoso di quello di un operaio abile e solerte. È invece il tempo di lavoro socialmente necessario - in media - in specifiche condizioni storiche di produzione a determinare il valore dell'oggetto prodotto.

Il valore di scambio di una merce è dato, in sintesi, dal lavoro sociale necessario per produrla. 

Ma anche il lavoro (la forza-lavoro) è una merce che, sul mercato, il proprietario della forza-lavoro (il proletario) vende, in cambio del salario, al proprietario del capitale, cioè al capitalista. Il capitalista paga, per mezzo del salario, la merce (forza-lavoro) che acquista: la paga secondo il valore che tale merce ha, valore che è dato (come per qualsiasi altra merce) dalla quantità di lavoro necessario per produrla, cioè dal valore delle cose necessarie a tenere in vita il lavoratore e la sua famiglia. Senonché la forza-lavoro è una merce del tutto speciale, giacché essa è una merce il cui stesso valore d'uso ha la proprietà peculiare di essere fonte di valore. 

 

3) Il plus valore. 

Il plusvalore è la differenza tra il valore del prodotto del lavoro e la remunerazione sufficiente al mantenimento dei lavoratori, della quale, in regime capitalistico, si appropriano gli imprenditori.

Il sistema di produzione delle merci che abbiamo appena esaminato non esiste da sempre, ma è proprio del moderno mondo capitalistico, nel quale la forza-lavoro stessa è diventata una merce. Altra condizione è l'esistenza dei capitalisti, ovvero di individui che possiedano i mezzi di produzione. I capitalisti spendono parte del loro capitale - sottoforma di salario - per acquistare forza-lavoro allo scopo di generare il profitto. Ma, com'è possibile che l'acquisto di questa merce generi profitto? 

Quella merce che è la forza-lavoro non ha solo il suo valore, ma ha la proprietà di produrre valore. Infatti, avendo comprato la forza-lavoro, il possessore dei mezzi di produzione ha il diritto di consumarla, cioè di obbligarla a lavorare, per esempio, per dodici ore. Ma in sei ore (tempo di lavoro necessario) l'operaio crea prodotti che sono sufficienti a coprire le spese del proprio mantenimento; mentre nelle sei ore restanti (tempo di lavoro supplementare) crea un prodotto che il capitalista non paga: e questo prodotto supplementare non pagato dal capitalista all'operaio è ciò che Marx chiama "plusvalore". In questo modo (dopo aver distinto il capitale costante - investito per l'acquisto dei mezzi di produzione, quali i macchinari e le materie prime - dal capitale variabile - investito nell'acquisto della forza-lavoro), la formula generale che rappresenta il processo di produzione capitalistico è la seguente: D-M-D', dove D è il denaro speso per l'acquisto della merce M (mezzi di produzione e forza-lavoro), e dove D' è il denaro guadagnato che, grazie al plusvalore non pagato dal capitalista, sarà maggiore di D. Nel processo di produzione capitalistico, pertanto, il denaro produce denaro in maggior quantità di quello speso.