1. La crisi e la reazione all'idealismo hegeliano

T1. UN QUADRO INTRODUTTIVO

 

La storia, la società, la cultura

L'Europa nell'età dell'industrializzazione
Durante la prima metà dell'Ottocento, in Inghilterra, si profila, nelle sue diverse implicazioni, la rivoluzione industriale, con la quale, prima o poi, anche gli altri Paesi europei saranno costretti a misurarsi. Come già avevano intravisto, nelle loro analisi economiche e politiche, autori come Hegel e Adam Smith, nella società moderna acquista una funzione portante l'economia, che definisce una fase di progresso e di espansione. Le risorse offerte dalla scienza e dalla tecnica sono immediatamente convertite nella sempre maggiore produzione e concentrazione di ricchezze, che a sua volta provoca un incremento della domanda; si sviluppa, così, quel circolo dinamico di produzione e consumo che, come un motore quasi impossibile da controllare, porta rapidamente allo sconvolgimento dei rapporti tra uomo e lavoro, tra politica ed economia e tra massa e individuo. Soltanto grazie alla faticosa presa di coscienza dei propri diritti e a una difficile aggregazione di forze, i lavoratori di mezza Europa cominciano a conquistare una serie di tutele e di garanzie che molti decenni più tardi rientreranno nella «normalità» della legge.
La rivoluzione industriale, oltre a generare una crescita di produzione e di ricchezza, che tuttavia porta con sé rilevanti disparità sociali, induce l'Inghilterra ad ampliare i domini coloniali. L'espansione britannica, il cui teorico e ispiratore principale è il ministro degli esteri Henry Palmerston (1784-1865), raggiunge rapidamente l'India e, alla metà dell'Ottocento, ha esteso il proprio dominio su zoo milioni di persone in varie parti del mondo.
Ormai la rivoluzione industriale inglese si è definitivamente consolidata. Il Paese è completamente trasformato, con l'eccezione dell'Irlanda. Lo sviluppo dell'industria pesante sconvolge la vita degli inglesi: due su cinque, nel 1851, sono operai di fabbrica. Le campagne vengono abbandonate e città come Londra, Manchester e Liverpool diventano enormi agglomerati urbani-

 

II cartismo
Nel frattempo, prendono corpo consistenti rivendicazioni da parte dei lavoratori che, fino al 1848, trovano voce soprattutto nel movimento del cartismo, così denominato dalla cosiddetta «Carta del popolo», stilata nel 1838 da William Lovett e Francis Place. Il documento contiene sei richieste fondamentali: suffragio universale maschile, segretezza del voto, riforma dei collegi elettorali, eleggibilità a prescindere dal censo, indennità per i deputati, rinnovo annuale della Camera. Il cartismo, primo vero esempio dell'aspirazione all'ingresso in politica delle classi lavoratrici, riceve una spinta decisiva dalla delusione perla riforma elettorale dei 1832, che, pur estendendo il diritto di voto, continuava a escludere i ceti popolari, e dal fallimento del primo sindacalismo.
Alle prime associazioni sindacali nazionali era mancata soprattutto una coesione di intenti e di azione, per la contrapposizione fra l’ala moderata, contraria all'uso della violenza, e l'ala radicale, di ispirazione rivoluzionaria. I contrasti interni e l'insuccesso dello sciopero generale del 1842 finiscono per indebolire e far tramontare il cartismo; programmi e ideali confluiscono, tuttavia, nei nascenti movimenti socialisti e nelle Trade Unions, lasciando un segno indelebile nelle vicende storiche successive.
Fin dall'inizio degli anni Trenta prendono forma le prime consistenti rivolte anche in Germania. Significativo è il raduno di Hambach, in Baviera, nel 1832, dove migliaia di persone costringono l'elettore locale a concedere una Costituzione, mentre nel 183% forse per la prima volta in Europa, un gruppo di studenti tenta un colpo di Stato per proclamare la repubblica. Secondo molti storici, si tratta di un autentico «risveglio», animato dallo scrittore Ludwig Bòrne (1786-1837) e dal poeta Heinrich Heine (1797-1856). Heine, costretto all'esilio in Francia a causa della sua radicale critica alla società tedesca, stimola la riflessione di intellettuali francesi, quali Honoré de Balzac (17991850), Victor Hugo (1802-55) e George Sand (18o4-76), intorno alla situazione delle classi povere. Nel frattempo le speranze dei tedeschi, tra i quali è molto forte il sentimento di nazionalità, sono ulteriormente alimentate dall'istituzione dell'Unione doganale tedesca, il primo passo verso l'unificazione della Germania. In Francia, entrata anch'essa nella fase di espansione coloniale con la conquista di Senegal, Guinea e Algeria, il successo dell'insurrezione parigina del 1830 porta a un consistente sconvolgimento dei rapporti sociali, con il progressivo prevalere della borghesia sull'aristocrazia. Cacciato Carlo X (1757-1836), sale al trono Luigi Filippo d'Orléans (1773-1850), la cui monarchia finirà per identificarsi con i valori e con gli interessi dell'alta borghesia degli affari, magistralmente ritratta, spesso con una vena di satira, nei romanzi di Balzac. L'aristocrazia, ormai considerata come classe «parassita», viene rimpiazzata alle leve del potere politico dall'alta borghesia, che vede costantemente crescere il suo peso economico e la sua influenza politica. Francois Guizot (1787-1874), in qualità di primo ministro, pur essendo un esponente del liberalismo moderato volto a mantenere l'ordine e la stabilità, sollecita le velleità di guadagno della borghesia, esortando palesemente i francesi ad «arricchirsi». Nel giro di pochi anni la Francia di Luigi Filippo e di Guizot vive una progressiva involuzione conservatrice e oligarchica, che condurrà a una nuova e decisiva esplosione rivoluzionaria nel 1848.

 

L'arretratezza dell'Impero russo
La rivoluzione industriale, che lentamente si propaga dall'Inghilterra nel continente, non intacca la Russia che, ancora a metà Ottocento, è un immenso Paese agrario. La politica repressiva dello zar Nicola I (1796-1855), accentuata dall'eco dei moti francesi, spagnoli e italiani, trova un freno in parte dell'aristocrazia e dei funzionari al potere, che si mostrano contrari alla servitù della gleba. L'ala radicale dell'intellighentsia russa degli anni Venti e Trenta è consapevole che il rovesciamento dell'assolutismo non può realizzarsi senza la partecipazione dei contadini. Si preconizzano, così, le successive teorizzazioni del populismo, movimento politico e culturale che negli anni Settanta si proporrà l'obiettivo di abbattere l'autocrazia zarista con una sollevazione delle masse contadine.

Gli intellettuali, in Russia, guardano con scetticismo alla strada intrapresa dall'industrializzazione e dal socialismo nel resto d'Europa, sottolineando la specificità del tessuto socio-culturale russo. Intorno agli anni Trenta si sviluppa il dibattito tra le due correnti degli «occidentalisti» e degli «slavofili», che si interrogano sul capitalismo, in particolare chiedendosi se esso sia un male occidentale o un'inevitabile conseguenza del progresso. Gli uni, appellandosi ai valori liberali e al progresso scientifico ed economico, vedono nell'adozione dei modelli politici e culturali dei Paesi occidentali il mezzo migliore per risollevare le sorti della Russia; gli altri insistono sulla specificità dell'identità russa da preservare. Tra le figure intellettuali che tentano una mediazione fra le due correnti, spicca quella del critico letterario Vissarion Grigorevie Belinski (1811-48). Ma l'ostacolo insormontabile alla diffusione di idee riformatrici o rivoluzionarie si rivela la dottrina zarista della cosiddetta «nazionalità ufficiale», che insiste sulla fedeltà del popolo russo alla monarchia. Speciali apparati burocratici posti al di fuori degli organi regolari di governo, come la polizia politica, sono incaricati di vigilare sulle azioni e le manifestazioni di pensiero dei russi, al fine di evitare la diffusione di posizioni eversive.
 

Oltre l'idealismo: la critica della società

 

T2. La filosofia verso il concreto


Lo scenario filosofico tra il 1830 e il 1848 si definisce e si articola in rapporto al pensiero hegeliano e, in generale, alla feconda linea idealistica, che, data la sua complessità, si presta a molteplici interpretazioni. La caratteristica principale della filosofia di questo periodo è, d'altra parte, il confronto ineliminabile con la storia e con l'attualità del presente, da cui scaturisce l'attenzione per la realtà sociale. Non sembrano più proponibili sistemi filosofici che non tengano conto delle «novità» epocali della rivoluzione industriale e dei problemi della società di massa in questa prospettiva si va definendo il passaggio dall'Idealismo al realismo. Lo stesso Hegel, del resto, in scritti come il Sistema dell'eticità 0802-03) e in vari saggi e articoli, sembra intraprendere la via che sarà compiutamente percorsa da Marx ed Engels, rivolgendo l'attenzione a un'analisi empirica dei problemi sociali.
Comune a quasi tutti gli autori che si oppongono all'Idealismo è il richiamo alla necessità di una ripresa di contatto della filosofia con la realtà, attraverso una riflessione sulla storia considerata nelle sue dinamiche concrete. I princpi idealistici vengono convertiti in primo luogo nella critica razionale alla situazione del presente.

 

 

T3. Dopo Hegel: Destra e Sinistra hegeliana


Alla morte di Hegel, avvenuta nel 1831, i suoi numerosi discepoli danno vita a due diverse correnti, ribattezzate da David Strauss nel 1837 come Destra e Sinistra hegeliana. La profonda differenza di atteggiamento tra i due approcci si manifesta in particolare intorno a due ordini di problemi il rapporto tra religione e filosofia da una parte, la considerazione delle istituzioni politiche e sociali dall'altra. Tra i rappresentanti della Destra, ricordiamo Kasimir Conradi 0784-1849), Georg Andreas Gabler (1786-1853), Karl Friedrich Goschel (1781x861); della sinistra citiamo Bruno Bauer (18o9-82), che in gioventù aveva «militato» nella destra, David Friedrich Strauss (18o8-74), Arnold Ruge (1802-80) e Max Stirner (18o6 56), nonché Ludwig Feuezbach e Karl Marx.

Hegel aveva concepito la relazione fra religione e filosofia considerando le due dimensioni identiche quanto al contenuto e distinte per la forma attraverso cui tale contenuto viene veicolato. Contenuto di entrambe è lo spirito, ma nella religione esso si esprime nella forma del sentimento, nella filosofia attraverso la presa di coscienza che lo spirito ha di se stesso in quanto ragione. Questa tesi si presta a due interpretazioni divergenti: la prima, portata avanti dalla destra, sottolinea l'identità di contenuto fra concetto e rappresentazione e, dunque, attribuisce alla filosofia il compito di giustificare razionalmente le verità religiose; la seconda, affermata dalla sinistra, pone in primo piano la realtà del mondo rispetto all'«aldilà» della religione e interpreta la filosofia come superamento della religione.
Dalla interpretazione del rapporto di filosofia e religione scaturiscono alcune domande cruciali. Se la filosofia, nell'accezione hegeliana, è chiarificazione attraverso concetti del contenuto espresso in immagini dalla religione, essa è conciliabile con la religione o ne segna il definitivo superamento? Hegel e il Cristianesimo sono compatibili l'uno con l'altro?
Per la Destra hegeliana c'è piena conciliabilità fra la religione cristiana e la filosofia hegeliana, in quanto esprimono lo stesso contenuto secondo modalità differenti. Secondo la Sinistra, invece, la religione non è che mito, i cui contenuti sono stati condotti a piena chiarezza solo dal pensiero filosofico: essa, pur perdendo qualsiasi valore di conoscenza, ha, però, un significato etico per l'uomo, in particolare grazie al potente messaggio morale di Gesù Cristo.

La diversità di approccio raggiunge il culmine quando si tratta di valutale l'esistente, la concreta realtà del presente; la Destra sostiene l'identità ontologica fra ragione e realtà e, di conseguenza, esprime un atteggiamento fondamentalmente conservatore e giustificazionistico nei riguardi dell'esistente: se tutto ciò che è reale è razionale, ogni aspetto della realtà deve essere accettato positivamente. Al contrario, la Sinistra, facendo leva sull'istanza processuale e sul tema dell'oltiepassamento (Aufhebung) proprio dell'impianto dialettico hegeliano, si rifiuta di concepire il reale come espressione di razionalità e «gioca» la filosofia come critica dell'esistente, con tutto il potenziale rivoluzionario che questa attribuzione comporta. Il presente è momento di un processo e, come tale, è destinato a essere superato.