12. Locke

Gran parte della sua esistenza John Locke la passò a diretto contatto con alcuni dei protagonisti delle più importanti vicende storiche inglesi della seconda metà del XVII secolo.
Si può dunque affermare, come del resto la critica — soprattutto quella più recente — ha efficacemente chiarito, che gli elementi per la comprensione del suo pensiero risiedono nel dibattito culturale che a quegli avvenimenti si accompagnò e, anche senza entrare nel merito della questione circa la priorità della componente 'pratica' (politico-religiosa) del suo pensiero rispetto a quella più strettamente gnoseologica e speculativa, si può concludere che deve comunque essere colta la stretta interdipendenza tra questi due aspetti della sua filosofia.

John Locke (1632-1704) è il filosofo più significativo dell’empirismo inglese, egli compie un’indagine sui poteri e i limiti dell’intelligenza umana. La sua opera più impegnativa, il Saggio sull’intelligenza umana, segna un’inversione di rotta rispetto al razionalismo del Seicento, è il progetto di una ragione che non si ritiene più assoluta e infallibile, ma che riconosce i confini entro cui può esercitarsi con successo: tali confini sono rappresentati dall’esperienza.  Quest’opera dedica la sua prima parte alla critica delle idee innate, la dottrina secondo cui vi sono certi principi o idee impressi nella nostra mente, che l’anima riceve sin dal primo istante della sua esistenza, portandoli con sé nel mondo. La dimostrazione che non esistono idee innate è data dal fatto che tale ipotesi non è necessaria, dato che si può economicamente pervenire a spiegare la presenza in noi delle idee facendole derivare dall’esperienza. Ma il punto forte della confutazione lockiana della presenza nella mente di idee innate è dato dalla constatazione che «i bambini e gli idioti non hanno la minima percezione di questi principi e non ci pensano in alcuna maniera». Se i bambini e gli idioti avessero impressi nella loro mente tali principi, argomenta il filosofo, essi dovrebbero percepirli come verità; ma ciò non avviene e, dunque, è evidente che «tali impressioni non esistono affatto».
Locke può definire la mente come un foglio bianco in cui non c’è scritto niente, come una facoltà priva di idee. Le nostre idee, dunque, provengono dall’esperienza, intesa nella duplice accezione di «esperienza sensibile» (la sensazione)  e di «operazioni interne della nostra stessa mente» (la riflessione). Due sono le fonti della conoscenza: la sensazione e la riflessione, oltre tali fonti non è possibile concepire altra causa delle nostre idee. I materiali grazie ai quali la mente procede ad elaborare le idee, derivano dall’esperienza e ciò spiega perché i bambini acquisiscano gradualmente le loro conoscenze.
Locke osserva che l’esperienza sensibile ci fornisce idee semplici. Tale è il punto di partenza del processo conoscitivo o le genesi delle idee. Nel percepire le idee semplici la mente è passiva. Una volta che la mente ha sperimentato tali idee semplici è in grado di immagazzinarle (memoria), elaborarle, formando così le idee complesse. Tutto il potere del nostro intelletto si limita unicamente a queste operazioni sui materiali provenienti dai due mondi (interiore ed esteriore) di cui si costituisce la nostra esperienza. A questo punto, nella riflessione di Locke, sorge il problema della conformità tra le nostre idee e la realtà delle cose. Infatti, osserva Locke, della certezza delle idee semplici possiamo essere sicuri, in quanto la mente rispetto ad esse è del tutto passiva. Non altrettanto possiamo dire delle idee complesse, per la cui elaborazione la mente esercita un potere attivo. Delle idee complesse, dunque, non possiamo fidarci ciecamente.
Le idee complesse possono suddividersi in tre tipi principali: le idee di modi, le idee di sostanza e le idee di relazione. I modi sono «quelle idee complesse che, per quanto composte, non contengono in sé la supposizione di sussistere per se stesse, ma si considera che siano dipendenze o affezioni delle sostanze». L’idea di modo, dunque, è sì composta, ma non si regge da sola. Le sostanze sono combinazioni di idee semplici che vengono considerate come «cose particolari distinte» e «sussistenti per se stesse». Le relazioni sono idee complesse consistenti nel considerare e confrontare un’idea con un’altra.
Locke considera l’idea di “sostanza” come arbitraria, perché travalica i limiti dell’esperienza. Egli inaugura una nuova prospettiva filosofica che considera inconoscibile la sostanza, intesa come il sostrato cui ineriscono le qualità. Per esempio, per quanto riguarda le idee di alcune sostanze corporee, supponiamo «che in esse esista un comune soggetto da cui siano sostenute; e denotiamo questo sostegno con il nome di sostanza». Lo stesso ragionamento vale anche per le sostanze spirituali, parimenti inconoscibili. Ecco la genesi dell’idea di sostanza corporea e di sostanza spirituale. Quando parliamo di sostanza corporea, osserva Locke, altro non esprimiamo che la nostra supposizione che essa rappresenti il sostrato delle idee semplici che riceviamo dall’esterno; mentre, quando parliamo di sostanza spirituale supponiamo che essa costituisca il sostrato di quelle operazioni che sperimentiamo interiormente in noi stessi. L’idea che noi abbiamo di sostanza non è altro che il presunto sostegno di quelle qualità che scopriamo esistenti, e che non immaginiamo possano esistere senza qualcosa che le sorregga.
La critica dell’idea di sostanza, ci ha rivelato i limiti dell’intelletto umano, che non può conoscere che cosa ci sia al di là del fascio di percezioni che riceve dal mondo esterno o dal proprio mondo interiore. Le uniche certezze non sensibili di cui disponiamo sono quella del nostro io e di Dio. La certezza del nostro io c’è data per via intuitiva. Conosciamo poi l’esistenza di Dio per via dimostrativa, ossia attraverso una catena di intuizioni che connettono diversi concetti tra loro. Per quanto riguarda la realtà esterna o sensibile, Locke afferma che abbiamo di essa una conoscenza affidabile e sufficiente per orientarci nel mondo, ma non assoluta. Quando svanisce la sensazione, e l’oggetto di cui abbiamo avuto certezza non è più presente alla nostra mente, allora tutto diventa meno certo: è ragionevole supporre che tali oggetti non siano scomparsi, ma ciò è soltanto probabile. La probabilità è un vasto campo in cui la mente deve esercitarsi con maggiore attenzione, perché ad essa manca quell’evidenza intuitiva che conferisce certezza alla conoscenza infallibile. Il terzo libro del Saggio sull’intelligenza umana è dedicato interamente al problema delle parole e del linguaggio, proprio per la grande importanza che Locke annette al fatto che lo strumento di espressione delle idee sia il più pulito possibile. I fini del linguaggio e della comunicazione sono tre: 1) manifestare agli altri i propri pensieri; 2) farlo nel modo più facile e rapido possibile; 3) comunicare in tal modo la conoscenza delle cose.
Locke è considerato anche l’architetto del pensiero liberale e democratico moderno. Egli visse in un periodo di profonda inquietudine civile e politica dell’Inghilterra, conservò la sua fiducia nella ragione e nella libertà umana. Inizia le riflessioni del Secondo trattato partendo dall’analisi dello stato di natura, in cui gli uomini non hanno ancora contratto il “patto” che li farà entrare a far parte della società politica. Per Locke, nello stato di natura gli uomini, lungi dall’essere alla mercé di egoismi distruttivi, sono illuminati dalla legge morale, che è razionale e frutto della provvidenza divina; questa li preserva dal compiere azioni tali da poter mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dell’umanità. Locke riconosce che la legge naturale non sempre è rispettata: lo stato di natura presenta alcuni inconvenienti cui si può porre rimedio con il contratto stipulato tra gli individui con il fine di creare una società indipendente e un governo civile (contrattualismo). Per Locke i cittadini trasferiscono allo Stato solo il diritto di fare le leggi e di farle eseguire; l’unica cosa a cui l’individuo rinuncia è il diritto alla propria difesa, che viene delegato allo Stato. Il governo trae la propria legittimazione dal rispetto dei diritti naturali dei singoli, il potere deve esprimere e garantire la giustizia: in caso contrario il popolo ha diritto alla rivoluzione per liberarsi dal sovrano ingiusto. Tra i diritti naturali dell’uomo Locke pone la proprietà privata. L’uomo, sin dallo stato di natura, ha il diritto inalienabile di godere e disporre dei suoi beni. Il lavoro, fonda la proprietà privata dei beni prodotti, per la prima volta si afferma che il lavoro è la fonte di legittimazione della proprietà privata; una grande novità che fa sì che la proprietà non sia più considerata come un privilegio, ma come il frutto dell’azione umana tesa a migliorare il proprio ambiente. Locke ammette, però, dei limiti alla proprietà privata. Egli sostiene che, essendo gli uomini solidali in quanto figli di Dio, non devono appropriarsi delle cose in modo smodato, perché così priverebbero gli altri dei beni necessari alla sopravvivenza. Locke rende inoperante tale limitazione allorché aggiunge che il possesso di una maggiore quantità di beni è giustificato dall’uso della moneta, che può essere accumulata senza far torto a nessuno.
La dottrina di Locke sullo Stato si caratterizza per la sua natura liberale, gli uomini fondano lo Stato per meglio difendere tutti i loro diritti naturali. Il contrattualismo lockiano è fortemente radicato nel giusnaturalimo: lo Stato sorto dal contratto sociale non può tradire i diritti inviolabili degli individui; qualora lo facesse, esso perderebbe la sua legittimità e gli individui dovrebbero riprendersi il potere originario. Per Locke il potere legislativo, cioè di emanare le leggi, deve essere separato da quello esecutivo, a cui spetta il compito di farle eseguire anche con l’uso della forza. Il potere legislativo ha una superiorità rispetto a quello esecutivo.
Era urgente tracciare la distinzione tra l’ambito della politica e quello della religione, questo Locke lo fa nell’Epistola sulla tolleranza. Il potere politico nasce e si regge con la finalità di “fare le leggi” e di “farle osservare”, anche con il ricorso della forza; opposte sono le finalità delle istituzioni religiose: esse rispondono ai bisogni spirituali degli uomini di fede. La Chiesa deve essere una società libera e volontaria, in cui gli uomini entrano senza costrizione e da cui escono quando lo desiderano. Le uniche armi di cui essa dispone sono quelle spirituali. Nessuna Chiesa è obbligata, in nome della tolleranza, a tenere nel suo seno chi si ostina a violare le norme di vita associata. La scomunica non può privare il cittadino dei beni civili, che sono possesso privato inalienabile. Il potere politico non deve arrogarsi la “cura delle anime”, deve essere indifferente verso tutte le fedi religiose. Locke afferma il principio secondo cui ciò che è lecito in seno allo Stato non può essere proibito in seno alla Chiesa. Le cose che di per sé sono dannose alla comunità sono anche proibite dalle leggi e non possono essere lecite in Chiesa. Il potere politico, però, non può tollerare quelle credenze che sono contrarie alla conservazione dell’umana società o ai buoni costumi necessari per mantenerla in vita. Non possono essere tollerate quelle Chiese che pretendono di avere dei privilegi che si oppongano alle leggi civili o che proclamino l’obbedienza ad un sovrano straniero.

 

 

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