10. Spinoza

Baruch Spinoza nasce il 24 novembre 1632 ad Amsterdam da famiglia ebraica di origine portoghese. Il padre fa parte del comitato direttivo della comunità ebraico-portoghese, detta Talmud Torah, "ossia lo studio della legge", e il giovane Baruch segue la scuola della comunità. Egli viene istruito nella conoscenza approfondita dei testi sacri e della lingua ebraica. Giovane dalle enormi capacità all'inizio fu criticato e condannato poiché metteva in discussione la tradizione ebraica. Scomunicato è costretto ad abbandonare l'attività commerciale che svolge con il fratello e a dedicarsi alla politura di lenti per telescopio e microscopio. Andò a vivere in una piccola città dove poteva studiare liberamente i suoi libri, rinunciando a qualsiasi cosa del mondo. Scrive le sue opere maggiori in latino: "Breve trattato su Dio, l'uomo e la sua felicità", il "Trattato teologico-politico" che fu pubblicato anonimo nel 1670. Baruch Spinoza passa gli ultimi anni della sua vita all'Aia. Ammalatosi di tisi non cambia le sue abitudini. Muore il 21 febbraio 1677. I suoi manoscritti vengono affidati all'amico Jan Rieuwertsz che ne cura la pubblicazione nel corso dello stesso anno. La biblioteca di Spinoza fu messa all'asta per pagare i suoi funerali.

1. La mente umana e la sostanza divina

 

Una volta Henri Bergson (un importante pensatore francese vissuto nel primo Novecento) ha scritto  che  ogni  filosofo  possiede  almeno  due filosofie, la sua e quella di Spinoza. Questo giudizio potrebbe sembrare paradossale, ma indica senz’altro una caratteristica di fondo del pensiero  spinoziano,  che  è  sempre  stato  inteso  non solo  come  una  posizione  tra  le  altre,  ma  più radicalmente come un’attitudine o una tendenza del pensiero filosofico in quanto tale.
Ogni  filosofo,  suggerisce  Henri  Bergson,  in qualche modo è (o ha la tentazione di essere) “spinozista”,  perché  avverte  in  tutto  il  suo fascino  e  in  tutta  la  sua  radicalità  l’invito  di Spinoza a che l’uomo, esercitando il suo pensiero,  possa  liberarsi  da  ciò  che  è  mortale  e vivere  sotto  la  specie  dell’eternità.  Quando  la mente umana giunge alla conoscenza adeguata della  natura,  e  scopre  la  causa  necessaria  di ogni cosa, essa può dimostrare – e in ciò consiste la sua grande pretesa – la stessa sostanza di Dio.


La filosofia di Spinoza porta in sé due grandi pretese, apparentemente contrapposte. Da un lato essa persegue con accanito rigore l’intento  di  smantellare  tutte  quelle  dottrine metafisiche  e  teologiche  che  concepiscono  la realtà  –  l’anima,  la  natura,  Dio  –  in  base  alle immagini  forgiate  dall’uomo:  per  lui  infatti queste  immagini  sono  sempre  condizionate dalla  loro  origine  sensibile,  dalle  opinioni  del volgo, dai pregiudizi sociali, religiosi e politici, e per questo non possono valere come descrizioni vere di ciò che è, ma solo come modi in cui gli uomini di volta in volta hanno espresso le loro confuse aspettative o i loro desideri di potere.  Da  questo  punto  di  vista  la  filosofia  è chiamata a destituire l’uomo dalla sua posizione centrale di soggetto del pensiero, e a privilegiare  decisamente  la  “sostanza”  delle  cose, che  non  dipende  dalle  capacità  della  nostra conoscenza  e  si  mostra  invece  –  a  chi  sappia
guardarla  con  gli  strumenti  della  deduzione matematica  –  come  una  necessità  sovrana  ed
eterna, in una parola: divina. È Dio – sostanza unica e assoluta – a costituire il vero oggetto della filosofia di Spinoza, ma anche il suo reale soggetto, perché quando l’uomo vero, cioè il filosofo, arriva a contemplare e ad amare questo Dio, scopre che Dio coincide in realtà con questa sua contemplazione e con questo suo amore. In altri termini, l’autentica libertà dell’uomo consiste nel riconoscimento della necessità geometrica di tutto ciò che è: per questo motivo, da allora in poi il termine “spinozismo” è diventato sinonimo di panteismo (sebbene questo termine non sia mai usato dal nostro autore), a indicare appunto che tutto ciò che è, è Dio o è in Dio; e, all’in- verso, che Dio è la natura stessa di tutte le cose. La seconda pretesa della filosofia di Spinoza si basa proprio sul fatto che tutto – e cioè ogni singola cosa – viene ad assumere un carattere di necessità e di eternità, anche ciò che è transeunte e mortale. Non di fatalismo si tratta, né di mera accettazione dell’esistente – se è vero che tutto il pensiero di Spinoza nasce anche da un atto di rifiuto della sua tradizione religiosa e civile; piuttosto si tratta di una vera e propria concezione salvifica del conoscere. La nostra mente, infatti, liberandosi dalle pastoie che la tengono schiava delle sue passio- ni, giunge a intuire che ogni cosa (comprese le sue passioni) ha di per sé un valore eterno, senza bisogno di essere riferita a un’origine o ad un fine che trascenda il suo posto preciso e necessario nella grande trama meccanica del mondo. Ogni cosa ha valore non più perché in rapporto con il creatore, ma perché è una modalità necessaria di essere Dio. E solo in questo risiede la salvezza, cioè la felicità del- l’uomo saggio. Così Spinoza può essere visto come colui che dissolve gli enti finiti e gli stessi individui umani nell’impersonale necessità della sostanza divina, ma anche come colui che enfatizza il profilo necessario di ogni cosa, compresa la libertà umana, in quanto eterna. La centralità dell’idea di Dio, dunque, in lui coincide paradossalmente con una delle più impegnate critiche – anche su base filologica – all’idea stessa di rivelazione divina, soprattutto quella ebraico-cristiana, e non è un caso che la filosofia di Spinoza sia stata assunta sino ad oggi come la vera alternativa filosofico-teologica a questa rivelazione, divenendo a volte il vessillo di una religiosità filosofica senza Dio, quella che più sembra adatta a supportare l’ordine sociale e politico dello Stato.

 

2. L’esercizio del pensiero come scelta di vita.

 
Ma non sarebbe possibile immedesimarsi con questo grandioso tentativo filosofico, senza partire dall’origine ebraica del suo autore. Baruch de Spinoza o de Espinosa (chiamato anche Bento, in portoghese, o Benedictus, in latino) nasce il 24 novembre 1632 ad Amsterdam da una famiglia della comunità sefardita di Amsterdam (i sefarditi erano ebrei chiamati così per la loro provenienza dalla Spagna, in ebraico Sefarad, da cui erano stati cacciati nel 1492 e costretti a emigrare in diversi paesi; nel caso della famiglia de Espinosa,  ….

 

 

Lezioni

 

 

Spinoza e l'ordine necessario del mondo

Il dualismo delle sostanze, res cogitans e res extensa, affermato da Cartesio, aveva lasciato irrisolti grandi dilemmi filosofici, tra cui innanzitutto il problema del rapporto mente-corpo, due entità irrimediabilmente distinte e contrapposte. Il ricorso di Cartesio alla ghiandola pineale, non riesce ad aggirare tali difficoltà. Non meno gravi sono, poi, i nodi concettuali in ordine ai problemi metafisici del rapporto tra l’uomo, la natura e Dio, sostanze rigidamente separate in Cartesio. È da queste difficoltà che inizia la speculazione di Spinoza, alla cui base si pongono domande di grande rilievo. Spinoza si muove inizialmente nell’orizzonte metodologico segnalato da Cartesio, ma ben presto se ne distacca per ristabilire l’unità dell’essere che il filosofo francese aveva infranto e consegnarci un sistema monistico (“uno, solo”, la sostanza è una sola, Dio) e immanentistico (Dio è natura). Pur riallacciandosi a temi geologici e naturalistici, tipici della religione ebraico-cristiana, del neoplatonismo e di Giordano Bruno, Spinoza elabora un sistema filosofico interessante e originale, che riflette la nuova visione dell’universo conseguente alla rivoluzione scientifica moderna. Spinoza è, dunque, filosofo della modernità, della ragione e della libertà. La conoscenza è fonte di gioia intellettuale, di libertà e felicità.

 

Baruch de Spinoza (1632-1677) visse quarantacinque anni, ma ci ha lasciato opere di grande suggestione. I suoi temi metafisici ed etico-politici, ripresi con forza dagli esponenti del Romanticismo nell'Ottocento, suscitano il nostro interesse, in particolare per la straordinaria capacità che l'autore dimostra nell'analisi dei sentimenti umani: la letizia, la tristezza, l'amore, l'odio, la speranza, il timore e, soprattutto, il desiderio, in cui egli fa consistere l'essenza stessa dell'uomo nel suo naturale "sforzo" di autoconservazione e perfezionamento. L'interpretazione della realtà come unità, in cui Dio, uomo e natura non rappresentano più tre sostanze distinte e separate, ma una realtà necessaria e unica. Ed è all'interno di tale scenario che si dispiega il metodo spinoziano, un metodo teso a mostrare l'intima connessione tra la vita etica e la ragione scientifico-filosofica. La mente, infatti, scoprendo la sua opinione con la natura ne coglie leggi razionali e, al tempo stesso, capisce che deve ordinare la propria vita secondo quelle leggi naturali che costituiscono il proprio unico orizzonte. Metodo scientifico e vita, conoscenza e religione, riforma intellettuale e progresso morale coesistono in un progetto unitario che inizia a delinearsi dal Trattato sull'emandazione dell'intelletto pubblicato nel 1661.
Spinoza aveva preso la decisione di ricercare se ci fosse un bene così grande da appagare da solo l'anima, abbandonati tutti gli altri beni. Un bene, cioè, che una volta trovato e posseduto, potesse rendere l'uomo felice. Ben presto capì che la ricerca comportava una diversa considerazione della ricchezza, del potere e del piacere sensuale: tre cose non cattive in sé, ma che lo diventavano se considerate come fini e non come mezzi. La ragione gli dice che deve incamminarsi sulla via del bene stabile e certo, per quanto la sua ricerca sia difficile. Ma quale bene è così grande da poter dare la perfetta letizia all'inquieto animo dell'uomo? Spinoza risponde dicendo che la perfetta letizia dell'animo dipende dal possesso di ciò che stimiamo sommo bene e che cerchiamo con tutte le nostre forze. Il bene sommo, non dovrà essere riposto nella ricchezza, nella gloria né nella libidine, bensì nella cosa perfetta e infinita, che rende gioiosa l'anima in modo stabile e non passeggero: essa è Dio.
Il Dio di Spinoza è impersonale e immanente alla natura, anzi, si identifica con la natura stessa; l'adesione ad un tale bene, infinito ed eterno, comporta una riconversione dell'uomo che, pur non disprezzando le ricchezze, gli onori e i piaceri, li deve rendere funzionali al bene perfetto attraverso un lavoro di perfezionamento morale e spirituale.

 

Baruch de Spinoza era nato ad Amsterdam da una famiglia di ebrei portoghesi sfuggiti alle persecuzioni e rifugiatisi in Olanda. In Olanda egli vive la sua breve vita, priva di amori, di eventi straordinari o di viaggi. Frequenta la scuola ebraica di Amsterdam. Completa la sua formazione sotto la guida dell'ex gesuita Francesco Van den Ende, profondo conoscitore della classicità, e con lui impara anche la lingua latina. Consapevole di vivere in un'Europa segnata da forti contrasti religiosi e da odi implacabili, il filosofo tuttavia mantenne sempre fede al proprio ideale di volersi far guidare soltanto dalla forza della ragione, contrastando ogni tipo di pregiudizio. LA sua vita fu esemplare sotto ogni aspetto: modesta, essenziale, raccolta nella meditazione, sprezzante delle ricchezze e degli onori. Ben presto, però, un siffatto modo di vivere e di pensare autonomo e indipendente doveva metterlo in contrasto con la stessa comunità ebraica che, lo espulse nel 1656. Spinoza apparteneva agli ebrei provenienti dalla Spagna e dal Portogallo ed era stato educato ad una religiosità equilibrata e serena, che non considerava Dio come totalmente altro rispetto all'uomo, e tendeva a presentare anzi un'immagine di Dio che parla e si rivela nel mondo. Spinoza, partendo da tale educazione, opera una radicale razionalizzazione del Dio biblico, descrivendolo come la Sostanza infinita ed eterna che si identifica con l'ordine necessario e razionale della natura, il Dio della ragione, che si esprime nelle leggi della natura e della storia. Dopo, Spinoza lascia Amsterdam e si rifugia a Rijnsburg ove vive sobriamente del proprio lavoro di ottico, che aveva appreso sin da giovane. Vive una vita serena e tranquilla.

 

Le opere e le forme della comunicazione filosofica
La vita di Spinoza, fu tutta dedicata al lavoro e alla riflessione. Come testimoniano le lettere, egli ebbe un fitto scambio di idee con uomini di cultura
e scienziati europei, inglesi, francesi e tedeschi. La critica ritiene che il primo scritto di Spinoza sia il Breve trattato su Dio, l'uomo e il suo bene. In questa opera compare l'opposizione al dualismo cartesiano. Ma il distacco da Cartesio è ancora più netto nel Trattato sull'emendazione dell'intelletto in cui la filosofia viene vista non soltanto come strumento di chiarificazione logica, ma anche come formazione etica e via verso il bene sommo. Uno dei modelli stilistici di tale opera è certamente il Discorso sul metodo cartesiano. Evidenti
differenze rispetto a Cartesio: mentre questi è soprattutto interessato a dare un fondamento saldo e sicuro alle conoscenze, basando il nuovo edificio del sapere sul soggetto, Spinoza concepisce la purificazione dell'intelletto come un processo di progressivo abbandono della soggettività inoltre Spinoza ripone la felicità ma nell'unione della mente con la natura, in quanto il suo Dio si identifica con la natura. Tali idee sono ulteriormente approfondite nell'Ethica ordine geometrico demonstrata pubblicata nel 1677, l'opera si presenta con i tratti di una comunicazione filosofica del tutto particolare: si snoda, infatti, attraverso un procedimento che procede per definizioni, assiomi, proposizioni, dimostrazioni, corollari e scolii. Tale struttura esprime bene la logica del sistema spinoziano, che parte dall'universale, Dio o la natura, ossia l'ordine necessario del cosmo, per poi discendere a piccoli passi a considerare i singoli elementi del reale: l'uomo, i corpi,l'estensione, il pensiero, le azioni e le passioni...Unica è la sostanza del mondo e l'essenza delle cose, ma molteplici i modi in cui tale ordine si manifesta. L'altra grande opera di Spinoza è il Trattato teologico-politico, pubblicato nel 1670. Essa rappresenta una estenua difesa della politica liberale e tollerante. Nel trattato, Spinoza critica con fermezza ogni forma di fanatismo religioso e di intolleranza, schierandosi anche contro la degenerazione dell'autorità dello stato quando va oltre i legittimi confini costituzionali. L'obiettivo principale dell'opera, è quello di affermare l'autorità dello Stato contro l'invadenza delle Chiese, in particolare quella calvinista. Il trattato di Spinoza argomenta a favore della libertà dell'uomo e della laicità dello Stato.

 

I TEMI E GLI ARGOMENTI

Il sistema filosofico di Spinoza ruota intorno a un'idea centrale: l'unità della realtà, in cui Dio, la natura, il pensiero e l'estensione costituiscono un'unica dimensione. Al dualismo cartesiano, Spinoza sostituisce il monismo della sostanza, identificata con Dio, causa necessaria di sé e del mondo.

 

DEUS SIVE NATURA

Le caratteristiche della sostanza
Punto di partenza del sistema filosofico di Spinoza è l'idea di sostanza, intesa come necessaria e unitaria. La sostanza si caratterizza per il fatto che deve soltanto a se stessa la propria esistenza, non avendo bisogno di altro per esistere. La sostanza, dunque, è causa sui (causa di se stessa). L'autonomia della sostanza è assoluta e totale; si tratta di una realtà autosufficiente, che si regge da sé sia dal punto di vista dell'essere (ontologico) sia dal punto di vista del pensiero (gnoseologico). Definito il concetto di sostanza, Spinoza può procedere a identificarla con Dio stesso. Per Spinoza la sostanza è increata, eterna, infinita, unica e indivisibile: in altre parole, la sostanza è Dio. Spinoza evidenzia come la sostanza debba per forza essere concepita come increata, poiché fosse stata creata essa non sarebbe più "causa di se stessa". La sostanza deve concepirsi anche come eterna, perchè altrimenti si dovrebbe ammettere il paradosso che l'ente necessario non lo è per sempre, ma è limitata dal tempo. La sostanza deve concepirsi inoltre come infinita, cioè non limitata da alcunché di esterno. La sostanza, infine, è unica e indivisibile, perchè non si possono dare due sostanze della stessa natura. La sostanza o Dio, non potendo ammettere fuori di sé nessun'altra entità sostanziale, deve necessariamente identificarsi con il "Tutto", ossia Dio e il mondo non sono due sostanze separate, ma un'unica realtà. Spinoza sostiene che la natura è Dio. Il Dio di Spinoza non ha nulla dei caratteri del Dio biblico, infatti non ha fini esterni a se stesso, in lui libertà e necessità coincidono in quanto egli agisce senza condizionamenti esterni, essendo causa sui, egli è autoproduzione, necessaria ed eterna.

 

La critica al finalismoTerminando la prima parte dell'Etica, Spinoza scrive una "Appendice" in cui riepiloga il proprio pensiero su Dio e la natura e critica il pregiudizio finalistico delle religioni e delle filosofie, secondo cui Dio "ha creato tutte le cose in vista dell'uomo, e poi ha creato l'uomo perchè lo adorasse". Si tratta di un pregiudizio, osserva il filosofo, che deriva dal fatto che gli uomini sono propensi ad attribuire alle cose uno scopo in vista dell'utile soggettivo. Alla fine tale pregiudizio è diventato superstizione e ha messo radici profonde nell'animo umano: questo è il motivo per cui gli uomini si sono sempre sforzati di dimostrare che la natura non fa mai alcuna cosa invano. Spinoza osserva ancora che se si ammette che Dio agisca secondo un fine, si snatura profondamente la natura divina, poiché si cade nel paradosso che la sostanza autosufficiente, eterna e perfetta, desideri qualcosa di cui è priva. La conclusione di Spinoza è che tutte le nozioni che il volgo adopera per spiegare la natura non sono altro che il frutto della propria fantasia e che non rivelano la realtà delle cose, bensì solo la costituzione dell'immaginazione umana.

 

 

 

La conoscenza intuitiva del mondo
Per il filosofo esistono tre ordini di conoscenza. Il primo livello è dato dalla percezione sensibile o immaginazione, che rappresenta un modo erroneo di guardare al mondo, in cui l'intelletto subisce la molteplicità delle sensazioni, senza essere in grado di collegarle adeguatamente. C'è poi un secondo livello conoscitivo, quello della scienza, che collega tra loro le leggi naturali. Ma anche questo secondo livello è insufficiente, perchè non sa cogliere l'unità del Tutto. Il terzo genere di conoscenza è l'amore intellettuale di Dio.
Grazie a questo terzo livello di conoscenza, l'intelletto umano intuisce la suprema verità del mondo,cioè che l'universo è uno e infinito, e che Dio e la natura sono la stessa cosa. Analizzando più da vicino il terzo grado di conoscenza, troviamo che esso ci rivela la conoscenza adeguata di dio e della natura, vale a dire ci suggerisce che Dio è l'ordine geometrico dell'universo e ci mostra come tale ordine si dispieghi.

 

 

Sostanza, attributi e modiIl Dio-sostanza si manifesta al nostro intelletto come l'essere infinito, dotato di infiniti attributi. Tra gli altri attributi di Dio, conosciamo soltanto l'estensione e il pensiero, cioè la materia e la coscienza. Gli altri attributi non possiamo conoscerli, perchè il nostro intelletto è finito. L'estensione e il pensiero, dunque, non sono due sostanze autonome e indipendenti, come aveva detto Cartesio, ma costituiscono due aspetti dell'unica sostanza divina: Dio è pensiero ed estensione. Non solo, dunque, sostanza spirituale, ma anche materiale: materia infinita, eterna e indivisibile, dotata di un movimento che non le è stato impresso dall'esterno, ma è a essa connaturato. L'estensione e il pensiero si manifestano al nostro intelletto, secondo modi concreti e particolari, cioè come corpi o come menti e idee. I corpi sono modi o concretizzazioni del pensiero. L'universo si presenta caratterizzato da un rigoroso ordine geometrico, in cui ogni elemento è concatenato all'altro secondo una disposizione necessaria e razionale: la sostanza infinita, Dio, si manifesta nei suoi infiniti attributi; questo trovano la loro concreta attuazione nei modi di essere. Si tratta di un universo geometrico rigidamente monistico e panteista, in cui Dio e la natura coincidono. Tuttavia, Spinoza ammette una distinzione tra Dio e gli attributi, da una parte - che egli chiama natura naturans- e l'insieme dei modi, considerati come effetto, che egli chiama natura naturata. Naturalmente tale distinzione non modifica il pensiero spinoziano. Un rigido determinismo domina l'universo spinoziano, in cui tutto ciò che avviene deve per forza avvenire secondo una necessità che è scandita dalle geometriche leggi della natura.

 

 

 

L'ordine necessario dalle natura
Spinoza ci offre una dimostrazione ulteriore del rigido determinismo della natura nelle pagine del Trattato teologico-politico, dove affronta la questione dei miracoli di cui parla le Bibbia. La credenza nei miracoli, osserva il filosofo, nasce dall'ignoranza del volgo che, non sapendosi spiegare alcuni fenomeni naturali, ricorre alla potenza divina per dare una più luminosa manifestazione della sua esistenza. L’impossibilità dei miracoli è dimostrata dal fatto che nell'universo tutto accadde  secondo le leggi della necessità. Tutto ciò che si verifica, avviene in conformità con le leggi e le regole dell'ordine necessario. Come abbiamo detto, la critica al concetto del miracolo, mentre conferma la tesi dell'ordine necessario della natura, costituisce anche un esempio importante di interpretazione razionalistica della Bibbia. Sotto questo aspetto, Spinoza è il padre della moderna critica biblica, proponendo criteri di lettura che tendono a considerare il testo come "opera umana", piena di contraddizioni ed errori. Lo scopo delle Scritture, sostiene ancora il filosofo, è soprattutto di carattere pratico e politico: esse risentono del clima culturale in cui sono state composte e riflettono gli interessi dell'epoca. Il lettore, dunque, deve saper distinguere i validi consigli di carattere morale che in esse sono contenuti. Spinoza non era né irreligioso né ateo, ma voleva combattere ogni forma di fideismo che si presentasse come ostile alla ragione o anche ogni teologia che volesse prevalere sulla filosofia. Spinoza crede fermamente che la religiosità di un uomo vada giudicata non dalle convezioni dottrinali, ma dalle sue opere. I veri fedeli sono coloro che praticano l'amore e la giustizia, seguendo i retti dettami della propria ragione senza lasciarsi confondere dal pregiudizio. Ogni credente deve, dunque, mantenere intatta la propria libertà di pensiero, interpretando secondo ragione i dogmi della fede.

 

L'UOMO, LE AZIONI, LE PASSIONI

Verso l'antropologia scientifica
In linea con la visione scientifica dell'epoca, il filosofo olandese affronta lo studio dell'uomo. Come egli stesso osserva nella prefazione alla parte terza dell'Etica, i filosofi avevano considerato fino ad allora gli affetti e il modo di vivere degli uomini non come cose naturali, che seguono cioè le comuni leggi della natura, ma come fenomeni che sono al di fuori di essa. Spinoza nota che nessuno ha determinato con geometrica precisione la natura e la forza degli "affetti" umani. Spinoza ritiene che nulla sia incompatibile con la ragione, che è la legge stessa del mondo naturale e umano. Nella natura, infatti, non accadde nulla che possa essere attribuito a un suo vizio: la natura è sempre la stessa e la sua potenza di agire è ovunque una sola, ossia le leggi naturali. Da ciò discende che il modo di intendere la natura di tutte le cose, compresi gli uomini, deve essere unico. Perciò anche gli affetti devono essere considerati come derivanti dalla necessità della natura e, dunque, come sentimenti in sé buoni e positivi, da comprendere e non da condannare. Spinoza non esita ad analizzare le azioni e le passioni umane in modo obiettivo, come la geometria tratta "le linee, le superfici o i corpi", considerando l'uomo come ente naturale tutto teso alla conservazione del proprio essere e al perseguimento del proprio benessere. Da questo punto di vista, l'agire umano viene a configurarsi come l'espressione della vitalità stessa dell'uomo: l'uomo è desiderio e agisce in vista di quello che giudica il proprio bene, evitando quello che li sembra male. Bene e male, osserva il filosofo, non sono valori assoluti, che preesistono o procedono i giudizi degli uomini: il bene è tale non perchè dotato di una misteriosa essenza positiva, né il male è tale perchè costituito da qualcosa di negativo. In natura non c'è difetto né negatività. Il desiderio è l'essenza dell'uomo, ossia lo sforzo di autoconservazione, con cui l'uomo tende a perseverare nel proprio essere: esso è, dunque, in sé positivo ed è la fonte da cui le umane azioni acquistano senso e valore. Rovesciando la morale tradizionale, Spinoza demolisce l'etica prescrittiva e fonda una visione morale di tipo naturalistico e descrittivo, tendente cioè semplicemente a comprendere le azioni e le passioni, senza condannare né giudicare. Sebbene non ammetta valore o principi trascendenti, l'etica spinoziana si basa sulla ragione, l'unico strumento di cui l'uomo dispone che sia in grado di illuminare la condotta pratica. E' dunque la ragione che aiuta l'uomo a capire ciò che per lui è veramente bene e utile.

 

L'analisi delle passioni

Anche i sentimenti umani e gli affetti trovano la loro regolazione nella ragione che li eleva e potenzia, orientandoli in positivo verso l'utile, che costituisce il bene dell'uomo. A differenza delle azioni, dunque, le passioni possono essere cattive, quando non sono illuminate dalla ragione. Una volta affermato che l'uomo è desiderio, anzi che il desiderio come tendenza a conservare e migliorare se stesso è l'essenza stessa dell'uomo, Spinoza può procedere a distinguere le passioni in due grandi tipologie: quelle che aumentano la potenza dell'agire umano e quelle che la diminuiscono. Le prime sono di per sé buone, le seconde cattive. Ad esempio, la gioia o letizia è buona, la tristezza, invece, è negativa. Da questi affetti fondamentali derivano, tutti gli affetti secondari e le passioni e, in particolare, l'amore e l'odio. L'amore, dice Spinoza, è letizia accompagnata dall'idea di una causa esterna, la persona amata e, dunque, in linea di massima è buono. L'odio, al contrario, non può mai essere buono, perchè quando siamo presi dall'odio "ci sforziamo di distruggere l'uomo che odiamo, ossia ci sforziamo di fare qualcosa di cattivo".

 

 

Comprendere le passioni
Per Spinoza l'uomo agisce sempre in vista del proprio utile, che si identifica con la necessità naturale di conservare e mantenere se stesso. In ciò egli non è propriamente libero, ma condizionato dalla natura del proprio essere. La vera libertà non consiste nel negare o reprimere il desiderio e i sentimenti (gli affetti), bensì nel rischiararli mediante la luce della ragione. Infatti, le passioni, per quanto non siano di per sé negative, si presentano tuttavia come idee opache e confuse, di fronte alle quali l'uomo è per lo più passivo. L'ideale di vita che emerge dalla riflessione spinoziana non è la rinuncia o il sacrificio, bensì la gioia e la soddisfazione di sé. Il saggio non reprime e propri desideri, ma sa coordinarli in modo razionale in vista della conservazione e del perfezionamento di sé: in ciò consiste propriamente la virtù. Si può evincere il senso generale dell'etica delle passioni di Spinoza, secondo cui le passioni non vanno derise o cancellate, ma comprese. Comprendere le passioni significa, dunque, capirne l'origine, conoscere il bisogno da cui scaturiscono, l'intensità  la violenza con cui si esprimono, il bene o il danno che possono causare, e quindi orientare verso il bene personale e pubblico. La paura e la speranza, secondo Spinoza, devono essere evitate, perchè sono due passioni che angustino sempre l'uomo. Spinoza le considera negativamente, come fluttuazioni dell'animo che nascono dalla combinazione di due passioni contrastanti e che gettano l'uomo nel dubbio e nell'incertezza circa il passato (paura) o il futuro (speranza). Per Spinoza sono passioni da evitare, perchè imprevedibili e mutevoli. La paura è la passione di cui e facilmente preda la moltitudine e su di essa si fonda la superstizione e il fanatismo; la speranza nasce da uno stato di insoddisfazione presente e dall'idea di una cosa, futura o passata, del cui avvento in qualche modo dubitiamo.

La natura sociale dell'uomo e lo Stato

Spinoza pone la nascita dello Stato in un sentimento positivo: la ricerca dell'utile. La conoscenza razionale della propria potenza di esistere apre all'uomo l'orizzonte dell'alterità: la società e la politica sono il luogo necessario della realizzazione dell'individuo. Conoscere le passioni non equivale, pertanto, all'isolamento dagli altri, ma al contrario a farci vivere meglio nella comunità. Per quanto l'uomo nella società debba obbedire alle leggi comuni e, dunque, perdere qualcosa della sua libertà personale, tuttavia lo Stato non deve essere assoluto e deve rispettare la libertà di pensiero e di espressione degli individui. Spinoza ritiene che lo Stato debba avere un potere esteso, debba limitare l'arroganza delle chiese e delle religioni, debba stabilire che cosa è giusto e che cosa ingiusto. Nella società civile gli individui devono accettare di sottostare alle leggi comuni, emanate dallo Stato. Spinoza ritiene che lo Stato non possa trasformarsi in tirannide, comprimendo totalmente la libertà individuale. Esso ritiene che se lo Stato tiranneggia gli individui, smette di avere un senso e diventa qualcosa di innaturale e malvagio. Il fine dello Stato, infatti, è quello di mantenere la pace e la sicurezza della vita. A questo punto, nel modello politico di Spinoza si profila con chiarezza una visione di tipo democratico. Alla base del pensiero democratico di Spinoza si pone l'idea chiave di tutto il suo sistema, secondo cui l'individuo non è un semplice pezzo di una macchina, ma una concreta manifestazione della divinità, e pertanto egli deve essere sempre rispettato come uomo. Per quanto l'obbedienza alle leggi dello Stato sia un dovere, tuttavia mai lo Stato potrà sopprimere la libertà di pensiero e di espressione dei cittadini: pensieri e sentimenti sono, infatti, patrimonio di ciascuno e nessuno, anche volendo. potrebbe rinunciarvi. D'altronde, Spinoza sa bene che gli uomini non sanno tacere. Parlare e confidare agli altri i propri pensieri è una caratteristica comune e diffusa. Sarà dunque oppressivo e ingiusto quel governo che vorrà sopprimere la libertà di espressione, mentre darà prova di misura quello che riconoscerà a chiunque tale libertà.