Niccolò Machiavelli

La filosofia politica di Niccolò Machiavelli (Firenze 1469-1527) fu elaborata nel contesto della situazione italiana ed europea della fine del Quattrocento. Machiavelli lavorò sin da giovane presso la cancelleria della Repubblica Fiorentina, assolvendo a delicati incarichi diplomatici ed ebbe modo di osservare da vicino i protagonisti della vita politica e i loro metodi.
Il tempo di Machiavelli è quello delle guerre italiane: la penisola dopo il 1494, anno della discesa del re francese Carlo VIII che rivendicava antichi diritti su Napoli, divenne il terreno di uno scontro tra le potenze europee, in particolare tra Francia e Spagna, risoltosi alla fine con la sostanziale vittoria della Spagna. Machiavelli visse da osservatore privilegiato le fasi di questo scontro e Firenze ne fu coinvolta duramente perché la politica dei Medici non poté più essere autonoma.
Nelle sue opere Machiavelli non riflette soltanto sul presente, ma lo paragona continuamente all’antico: da buon umanista, cerca i suoi modelli nell’età classica. Così il tempo di Machiavelli non è solo quello della Firenze, dell’Italia e dell’Europa tra il Quattrocento e il Cinquecento, ma è anche il tempo di Tito Livio e qualsiasi tempo, perché la natura umana non cambia: la scienza della politica aspira all’universalità.
 

 

Il pensiero politico-filosofico.

Machiavelli non è un puro teorico, inteso a costruire freddamente una teoria politica per così dire " in laboratorio ": le sue concezioni scaturiscono dal rapporto diretto con la realtà storica, in cui egli é impegnato in prima persona grazie agli incarichi che ricopre nella Repubblica fiorentina, e mirano a loro volta ad incidere in quella realtà, modificandola secondo determinate prospettive. Il suo pensiero si presenta così come una stretta fusione di teoria e prassi: la teoria nasce dalla prassi e tende a risolversi in essa. Alla base di tutta la riflessione di Machiavelli vi é la coscienza lucida e sofferta della crisi che l'Italia contemporanea sta attraversando: una crisi politica, in quanto l'Italia non presenta quei solidi organismi statali unitari che caratterizzano le maggiori potenze europee e appare frammentata in una serie di Stati regionali e cittadini deboli e instabili ; crisi militare, in quanto si fonda ancora su milizie mercenarie e compagnie di ventura, anzichè su eserciti " cittadini ", che soli possono garantire la fedeltà, l'ubbidienza, la serietà di impegno ; ma anche crisi morale, perchè sono scomparsi, o comunque si sono molto affievoliti, tutti quei valori che danno fondamento saldo ad un vivere civile, e che per Machiavelli sono rappresentati esemplarmente dall'antica Roma, l'amore per la patria, il senso civico, lo spirito di sacrificio e lo slancio eroico, l'orgoglio e il senso dell'onore, e sono stati sostituiti da un atteggiamento scettico e rinunciatario, che induce ad abbandonarsi fatalisticamente al capriccio mutevole della fortuna, senza reagire e senza lottare. Perciò, come hanno dimostrato le guerre che si sono succedute dopo la calata dei Francesi nel 1494, gli Stati italiani sono prossimi a perdere la loro indipendenza politica e a divenire satelliti delle potenze europee che si stanno disputando il territorio della penisola. Per Machiavelli l'unica via d' uscita da una così straordinaria " gravità de' tempi " é un principe dalla straordinaria " virtù ", capace di organizzare le energie che potenzialmente ancora sussistono nelle genti italiane e di costruire una compagine statale abbastanza forte da contrastare le mire espansionistiche degli Stati vicini. A questo obiettivo storicamente concreto é indirizzata tutta le teorizzazione politica di Machiavelli, la quale perciò si riempie del calore passionale e dello slancio di chi partecipa con fervore ad un momento decisivo della storia del proprio paese. Ignorare queste radici pratiche immediate del pensiero machiavelliano porterebbe a travisarne completamente il senso. Tuttavia quel pensiero non resta limitato a quel campo così contingente, poichè altrimenti non avrebbe la forza di sollecitare ancora tanto interesse: partendo da quella situazione particolare, cercando di dare una risposta immediata ed efficace a quei problemi di traumatica urgenza, Machiavelli elabora una teoria che aspira ad avere una portata universale, a fondarsi su leggi valide in tutti i tempi e tutti i luoghi. Le radici pratiche immediate danno al suo pensiero quel calore, quella passione che lo rendono affascinante e che conferiscono alle sue opere uno straordinario valore letterario, ma poi la sua speculazione assume anche la fisionomia di una vera teoria scientifica. Concordemente Machiavelli é stato definito come il fondatore della moderna scienza politica: innanzitutto egli determina nettamente il campo di questa scienza, distinguendolo da quello di altre discipline che si occupano ugualmente dell'agire dell'uomo, come l'etica. Machiavelli, poi, rivendica vigorosamente l'autonomia del campo dell'azione politica: essa possiede delle proprie leggi specifiche, e l'agire degli uomini di Stato va studiato e valutato in base a tali leggi: occorre cioè, nell'analisi dell'operato di un principe, valutare esclusivamente se esso ha saputo raggiungere i fini che devono essere propri della politica, rafforzare e mantenere lo Stato, garantire il bene dei cittadini. Ogni altro criterio, se il sovrano sia stato giusto e mite o violento e crudele, se sia stato fedele o abbia mancato alla parola data, non é pertinente alla valutazione politica del suo operato. E' una teoria di sconvolgente novità, veramente rivoluzionaria nel contesto della cultura occidentale. Machiavelli ha il coraggio di mettere in luce ciò che avviene realmente nella politica, non di delineare degli Stati ideali " che non si sono mai visti essere in vero ". Proclama infatti di voler andar dietro alla " verità effettuale della cosa " anzichè all'" immaginazione di essa ", proprio perchè non gli interessa mettere insieme una bella costruzione teorica, ma scrivere un' opera " utile a chi la intenda ", fornire uno strumento concettuale di immediata applicabilità alla politica reale e di sicura efficacia. Oltre al campo autonomo su cui applica la nuova scienza, Machiavelli ne delinea chiaramente il metodo. Esso ha il suo principio fondamentale nell'aderenza alla " verità effettuale ": proprio perchè vuole agire sulla realtà ne deve tener conto e quindi per ogni sua costruzione teorica parte sempre dall'indagine sulla realtà concreta, empiricamente verificabile, mai da assiomi universali e astratti. Solo mettendo insieme tutte le varie esperienze si può poi giungere a costruire principi generali. l'esperienza per Machiavelli può essere di due tipi: quella diretta, ricavata dalla partecipazione personale alle vicende presenti, e quella ricavata dalla lettura degli autori antichi. Machiavelli le definisce ( nella dedica del Principe ) rispettivamente " esperienza delle cose moderne " e " lezione delle antique ". In realtà si tratta solo apparentemente di due forme diverse perchè studiare il comportamento di un politico contemporaneo o di uno vissuto cento anni fa é la stessa cosa, cambia solo il veicolo della trasmissione dei dati, dell'informazione su cui lavorare, ma il contenuto é lo stesso. Alla base di questo modo di accostarsi alla storia vi é una concezione tipicamente naturalistica: Machiavelli é convinto che l'uomo sia un fenomeno naturale al pari di altri e che quindi i suoi comportamenti non variino nel tempo, come non variano il corso del sole e delle stelle. Per questo ha fiducia nel fatto che, studiando il comportamento umano attraverso le fonti storiche o l'esperienza diretta, si possa arrivare a formulare delle vere e proprie leggi di validità universale. Proprio per questo la sua storia é costellata di esempi tratti dalla storia antica: essi sono la prova che il comportamento umano non varia e che quindi l'agire degli antichi può essere di modello. Per lui gli uomini " camminano sempre per vie battute da altri ", perciò propone il principio tipicamente rinascimentale dell'imitazione: Machiavelli nota che ai suoi tempi l'imitazione degli antichi é pratica costante nelle arti figurative, nella medicina, nel diritto e depreca quindi che lo stesso non avvenga nella politica. Da questa visione naturalistica scaturisce la fiducia di Machiavelli in una teoria razionale dell'agire politico, che sappia individuare le leggi a cui i fatti politici rispondono necessariamente e quindi sappia suggerire le sicure linee di condotta statistica. Il punto di partenza per la formulazione di tali leggi é una visione crudamente pessimistica dell'uomo come essere morale: l'uomo agli occhi di Machiavelli é malvagio: non ne teorizza filosoficamente le cause, non indaga se lo sia per natura o in conseguenza ad una colpa originariamente commessa, ma si limita a constatare empiricamente gli effetti della sua malvagità sulla realtà. Gli uomini sono " ingrati, volubili, simulatori e dissimulatori, fuggitori de' pericoli, cupidi di guadagno " e dimenticano più facilmente l'uccisione del padre che la perdita del patrimonio: la molla che li spinge é l'interesse materiale e non sono i valori sentimentali disinteressati e nobili. Tra tanti uomini malvagi il principe non deve nè può " fare in tutte le parti la professione di buono " perchè andrebbe incontro alla rovina: deve anche sapere essere " non buono " laddove lo richiedano le necessità dello Stato. Il vero politico agli occhi di Machiavelli deve essere un centauro, ossia un essere metà uomo e metà animale, deve cioè essere umano o feroce come una bestia a seconda delle situazioni. Tuttavia Machiavelli sa bene come il venir meno alla parola data o l'uccidere spietatamente i nemici per un principe siano cose ripugnanti moralmente: tuttavia se il principe eticamente é malvagio in politica diventa buono, perchè uccide per difendere lo Stato e le sue istituzioni ; allo stesso modo i " buoni " moralmente sarebbero " cattivi " politicamente perchè non uccidendo e non compiendo azioni malvagie lascerebbe perire lo Stato. Machiavelli quindi non é il fondatore di una nuova morale, anzi, moralmente parlando é un tradizionalista e considera " cattivo " chi uccide o non mantiene la parola data ; egli semplicemente individua un ordine di giudizi autonomi che si regolano su altri criteri, non il bene o il male, ma l'utile o il danno politico. E' interessante notare che Machiavelli distingue tra principi e tiranni: principe é chi usa metodi riprovevoli a fin di bene, in favore dello Stato ; tiranno, invece, é chi li usa senza che ci sia necessità. E' solo lo Stato che può costituire un rimedio alla malvagità dell'uomo, al suo egoismo che disgregherebbe ogni comunità in un caos di spinte individualiste contrapposte le une alle altre. Per quel che riguarda il rapporto con la religione, a Machiavelli non interessa nella sua prospettiva concettuale, come contenuto di verità, nè tanto meno nella sua dimensione spirituale, come garanzia di salvezza, ma solo ed esclusivamente come " instrumentum regni ", ossia come strumento di governo. La religione, in quanto fede in certi principi comuni, obbliga i cittadini a rispettarsi reciprocamente e a mantenere la parola data: questa era la funzione che la religione rivestiva già ai tempi degli antichi Romani, secondo Machiavelli. Tuttavia nei Discorsi Machiavelli muove anche un biasimo alla religione, accusandola di essere spesso stata colpevole di rendere gli uomini miti e rassegnati, di far sì che essi svalutassero le cose terrene per guardare solo al cielo. La forma di governo che meglio compendia in sè l'idea di Stato per Machiavelli é quella repubblicana, che argina e disciplina le forze anarchice dell'uomo. Il principato é per Machiavelli una forma d' eccezione e transitoria, indispensabile solo in certi momenti, come quello che l'Italia sta vivendo ai suoi tempi, per costruire uno Stato sufficientemente saldo. La forma repubblicana é la migliore perchè non si fonda su un solo uomo, ma ha istituzioni stabili e durature. (Filosofico.net)
 

 

 

I "Discorsi" e la "Mandrangola"

Al vero centro del proprio pensiero, cioè la formazione e la conservazione dello Stato, Machiavelli dedica, oltre alle pagine del Principe, lo sforzo di riflessione dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio. Machiavelli ricava conferme alla necessità del consenso dei cittadini, alla ricerca dell'equilibrio di interessi tra le classi sociali, alla funzione non solo militare ma anche politica di un esercito composto di cittadini, come del resto all'utilizzo della religione come strumento di coesione dello Stato. Nel ripercorrere la storia di Roma (e in parallelo quella di Firenze nelle Istorie fiorentine, largamente improntate allo stile oratorio della storiografia classica) lo scrittore sottolinea come anche gli ordinamenti più solidi vengono corrotti e indeboliti dalla stoltezza, dagli errori, dall'incostanza degl'individui. Proprio perché si propone traguardi molto alti, la visione pessimistica del comportamento umano è una costante in Machiavelli.

Essa va accentuandosi negli anni dell'inattività politica e si manifesta, in chiave artistico-letteraria, nella commedia della Mandragola, in cui l'obiettivo "basso", il tema comico (la conquista di una donna con l'inganno) mette in luce l'incapacità degli individui di andare oltre il proprio meschino interesse personale. Forse è la protagonista femminile Lucrezia colei che meglio interpreta l'ideale di Machiavelli: vittima di intrighi e meschinità, essa è poi capace di cogliere l'occasione offerta dalla fortuna e di diventare l'artefice della propria vita.


Il dibattito su Machiavelli

In ambiente gesuitico venne elaborata, come sintesi di tutto il pensiero machiavelliano, l'espressione divenuta proverbiale "il fine giustifica i mezzi", che mai appare nei suoi scritti. L'aggettivo "machiavellico" divenne sinonimo, in tutta Europa, di astuto, senza scrupoli e tale significato fu conservato. Nel Settecento si vide in Machiavelli sia il teorico dell'assolutismo, sia l'ardente repubblicano che attraverso il Principe insegna ai popoli a insorgere contro i tiranni. Durante il Risorgimento, criticato per l'"immoralità" delle sue tesi, fu però ritenuto un profeta dell'unità d'Italia. Nel sec. XX, da un lato si è teso a storicizzare il suo pensiero, inquadrandolo nel particolare contesto storico, dall'altro si è operato lo sforzo di utilizzarlo come stimolo alla riflessione sull'attualità. In realtà Machiavelli fonda la politica come scienza autonoma, in cui il rapporto "fini-mezzi" va inteso nel senso che in politica non valgono predicazioni morali e nessun "fine" ­ anche quello moralmente più alto ­ può realizzarsi se non è fornito di "mezzi" adeguati e coerenti.
 

Il Principe

Lettura antologica. "In che modo e’ principi abbino a mantenere la fede".

Da "Il Principe" di Niccolò Machiavelli


Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: nondimanco si vede per esperienza ne’ nostri tempi quelli principi avere fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli degli uomini; e alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

Dovete adunque sapere come sono dua generazioni di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo è delle bestie; ma perché el primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo. Questa parte è suta insegnata a’ principi copertamente dagli antichi scrittori; li quali scrivono come Achille e molti altri di quelli principi antichi furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua disciplina li custodissi. Il che non vuole dire altro, avere per precettore uno mezzo bestia e mezzo uomo, se non che bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile.

Sendo dunque uno principe necessario sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe e il lione; perché il lione non si defende da’ lacci, la golpe non si defende da’lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può pertanto uno signore prudente né debbe osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro e che sono spente le cagioni che la feciono promettere.

E se gli uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perché sono tristi, e non la osserverebbero a te, tu etiam non l’hai ad osservare a loro. Nè mai a uno principe mancorno cagioni legittime di colorire la inosservanzia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni, e mostrare quante paci, quante promesse sono state fatte irrite e vane per la infidelità de’ principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici gli uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.

Io non voglio, degli esempli freschi, tacerne uno. Alessandro VI non fece mai altro, e non pensò mai ad altro che a ingannare uomini, e sempre trovò subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori giuramenti affermassi una cosa, che la osservassi meno; nondimeno sempre li succederono gli inganni ad votum, perché conosceva bene questa parte del mondo.

A uno principe, adunque, non è necessario avere in fatto tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. Anzi ardirò di dire questo, che, avendole e osservandole sempre, sono dannose; e parendo di averle, sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, intero, religioso, ed essere; ma stare in modo edificato con l’animo che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. E hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia uno animo disposto a volgersi secondo ch’e’ venti della fortuna e le variazioni delle cose li comandano, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Debbe adunque avere uno principe gran cura che non gli esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità; e paia, a vederlo e udirlo, tutto pietate, tutto fede, tutto integrità, tutto umanità, tutto religione. E non è cosa più necessaria a parere di avere che questa ultima qualità. E gli uomini, in universali, iudicano più agli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione di molti che abbino la maestà dello stato che li difenda; e nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio a chi reclamare, si guarda alfine.

Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno laudati; perché il vulgo ne va sempre preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi non ci hanno luogo, quando li assai hanno dove appoggiarsi.

Alcuno principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell’una e dell’altra è inimicissimo; e l’una e l’altra, quando e’ l’avessi osservata, gli arebbe più volte tolto o la reputazione o lo stato.

(Sintesi dell'opera)


Machiavelli compose quest’opera nel 1513 durante la sua piena maturità, umana e politica: era un periodo di amaro isolamento, dovuto al fatto che nel 1512 la Repubblica Fiorentina aveva visto il ritorno dei Medici e Machiavelli, che aveva avuto una responsabilità notevole nell’ambito della diplomazia, era stato messo da parte.
Tuttavia l’opera non risente di questo clima personale negativo ed è condotta con grande lucidità; fu pubblicata soltanto nel 1532, quando Machiavelli era già scomparso da cinque anni, e dedicata a Lorenzo de’ Medici.
Il Principe è un testo molto breve, se paragonato ai trattati politici che presto lo seguiranno in tutta Europa, ma molto denso. Il tema è definito dal titolo: Machiavelli si occupa delle condizioni effettuali, reali, in cui gli Stati nascono, vivono e muoiono, quasi come se fossero esseri viventi, e delle regole che la storia può insegnare sul comportamento del Principe, affinché faccia nascere e riesca a mantenere il suo principato.
Machiavelli basa tutte le sue analisi su dati di fatto desunti dalla storia, per lo più recente, ma il suo sguardo spazia dall’antica Roma, a cui come umanista è sempre attento, a qualsiasi contesto storico-politico possa essere utile. Si colloca su una prospettiva molto diversa da quella della trattatistica politica tradizionale, tanto quella medioevale quanto quella umanistica, perché separa completamente la morale dalla politica: non intende definire un modello ideale di comportamento del Principe, conforme a valori indipendenti dalla politica, ma intende esaminare alla luce della storia le condizioni reali perché il Principe ottenga i risultati cui mira.
L’opera è divisa in brevi capitoletti, ciascuno con un proprio titolo riassuntivo, e sviluppa i seguenti temi:
- capitoli 1-11: le diverse forme di Principato, oggi diremmo di Stato;
- capitoli 12-14: gli aspetti militari;
- capitoli 15-24: le strategie politiche utili al Principe;
- capitoli 25-26: il ruolo della “fortuna” nelle vicende umane e la necessità che un Principe salvi l’Italia dagli stranieri. Su quest’ultimo tema Machiavelli si muove su un terreno diverso dalle considerazioni tecniche che hanno dominato l’opera e allarga lo sguardo alla politica contemporanea. (De Agostini, Philosophica)