14. Plotino

Introduzione generale al pensiero di Plotino

Con Plotino si giunge ai vertici del pensiero metafisico classico, che per la prima volta pone la domanda fondamentale: “Perché esiste il Principio o Uno-Bene?”. Il neoplatonismo, di cui Plotino è il principale rappresentante, avrà molta fortuna, in particolare nella filosofia medievale e rinascimentale perché si mostrerà in grado di mediare le esigenze razionali della filosofia con un’interpretazione spirituale dell’uomo e della sua vita.

La rifondazione della metafisica

Plotino compie un'autentica rivoluzione nella storia del platonismo: egli opera una rifondazione sistematica della metafisica, portando alle estreme conseguenze le dottrine non scritte di Platone. Ogni cosa, per poter essere, deve avere una unità, se viene privata della quale perisce. L'essere stesso dipende dall'unità. Ai differenti livelli di realtà l'Uno è in forme differenziate, ma tutte dipendono dall'Uno supremo, infinita potenza produttrice, "al di sopra dell'essere" e "al di sopra dell'intelligenza" e perciò ineffabile, di cui cioè non si può dire nulla. Infatti, qualsiasi parola si pronunci sull'Uno presuppone il riferimento ad alcunché di determinato, che è comunque inadeguato, oppure ha significato solo per analogia e allusione. Il termine che si attaglia all'Uno in modo preminente, anche se non si può dire totalmente, è quello di Bene come potenza e ricchezza infinita e quindi origine di tutte le cose.

Perché l'Uno?

La rifondazione della metafisica in Plotino tocca vertici mai raggiunti dal pensiero greco: infatti il primo e supremo problema non è quello tradizionale "come dall'Uno derivano i molti", ma addirittura "perché c'è l'Uno-Bene, ossia perché c'è l'Assoluto?". È questo il problema veramente più ardito, che Platone e Aristotele avrebbero respinto, perché il Principio primo si pone, come tale, al di là di ogni possibilità di essere messo a problema. La risposta di Plotino è che l'Uno si "autopone", il Bene "crea se stesso", e dunque il Principio primo e supremo va inteso come attività autoproduttrice. Il Principio primo inoltre è assoluta libertà, che ha voluto essere come è. L'Uno è dunque la prima ipostasi, libertà autoproduttrice.

La processione di tutte le cose dall'Uno

Anche al secondo dei grandi problemi metafisici "perché e come dall'Uno sono derivate le molte cose che sono?" Plotino dà una risposta che costituisce uno dei guadagni più cospicui del pensiero antico. Le forze operanti che derivano dall'Uno e poi dalle altre ipostasi sono due: 1. la forza operante originaria dell'Uno stesso, che coincide con la sua attività autoproduttrice ed è libertà per eccellenza; 2. l'attività o forza che procede dall'Uno: è una "necessità" che dipende da un atto di "libertà" (quella per cui l'Uno è ciò che ha voluto essere). La storiografia filosofica più recente, alla luce di queste chiarificazioni, ha messo in evidenza come la processione delle cose dall'Uno non possa più essere interpretata né come emanazione, né come necessità, come fino a qualche tempo fa si è ritenuto. L'Uno infatti non crea liberamente le cose, ma crea sé liberamente come infinita potenza che deve espandersi infinitamente producendo l'altro da sé. Insomma: Dio ha liberamente voluto sé come necessariamente producente le cose.

Dialettica circolare e contemplazione creatrice

Il carattere della processione delle ipostasi dall'Uno non è perciò lineare, ma è un processo "circolare", che termina in un momento contemplativo che fa essere l'ipostasi ciò che è. Ciò che procede dall'Uno è una sorta di potenza informe: per sussistere deve rivolgersi a contemplare l'Uno stesso, così da fecondarsi e riempirsi di esso, e poi deve rivolgersi su se stesso fecondato dall'Uno. Nel primo momento si produce l'essere, nel secondo il pensiero che lo pensa. Si produce in tal modo la seconda ipostasi, il Nôus (in greco è l'Intelligenza), che è l'ipostasi dell'Essere del Pensiero e della Vita per eccellenza. La terza ipostasi, l'Anima, deriva da una potenza che procede dal Nôus, la quale trae la propria sussistenza rivolgendosi a contemplare il Nôus stesso; mediante la contemplazione del Nôus entra in contatto con l'Uno-Bene, da cui si deriva la conseguente possibilità di un ritorno finale all'Uno. Con il contemplare ciò che è prima di lei, l'Anima pensa; contemplando sé che pensa, si conserva nel suo essere; infine, guardando ciò che viene dopo di lei, ordina e regge il cosmo sensibile che da lei procede. Con il cosmo fisico termina la scala degli esseri. Infatti la materia è l'affievolirsi estremo della forza produttrice, ormai priva di capacità di quel rivolgersi a contemplare che crea le cose. È quindi il termine conclusivo e informe di un processo. In tal modo Plotino spinge la spiritualizzazione del cosmo ai limiti estremi. L'uomo è essenzialmente la sua anima, da cui dipendono tutte le attività: la conoscenza intellettiva, le sensazioni, le volizioni, i sentimenti e le passioni. Il destino ultimo dell'anima dell'uomo consiste nel ricongiungimento all'Uno-Bene, che è possibile anticipare anche su questa terra se si toglie tutto ciò che da lui ci divide per conseguire la visione dell'Uno stesso (estasi) e la partecipazione a esso. (De Agostini)

 

 

Attavante - Plotino, Enneadi, con traduzione latina e commento di Marsilio Ficino e dedica a Lorenzo il Magnifico, c. 3r: frontespizio con proemio.