12. L'Ellenismo ed Epicureismo

L’età ellenistica, il cui inizio è convenzionalmente fatto coincidere con la morte di Alessandro Magno (323 a.C.) e la fine con la conquista romana dell’Egitto ad opera di Ottaviano (30 a.C.), presenta una serie di sviluppi decisivi per il pensiero greco, anche e proprio in seguito ai mutamenti storicopolitici. Grazie alle conquiste macedoni, infatti, non solo si assiste alla diffusione della cultura greca nel bacino del Mediterraneo, ma le stesse monarchie, subentrate alle pòleis, si fecero promotrici di importanti istituzioni di ricerca. La filosofia in particolare, configurandosi sostanzialmente come logica, fisica e, soprattutto, etica, lascia ampio spazio allo sviluppo delle scienze particolari, ossia delle discipline «scientifiche» in senso stretto, che divengono sempre
più specialistiche e matematizzate.

Il vocabolo "Ellenismo" fu utilizzato per la prima volta nel XIX secolo dallo storico tedesco Johann Gustav Droysen . Viene riportato spesso che il termine derivava da una errata interpretazione del termine "Ellenistaì" presente negli Atti degli Apostoli (6:1). Droysen avrebbe ritenuto che tale vocabolo indicasse i greci orientalizzati. Luciano Canfora ha però dimostrato che il Droysen, nel coniare il termine, non si basò su questa interpretazione, poiché non vi sono nelle sue opere riferimenti al brano in questione. La sua Storia dell'Ellenismo comunque permise di superare i pregiudizi neoclassicisti aprendo la strada ad una migliore comprensione di un'epoca che vide l'espansione del nuovo spirito greco in tutto l'ecumene e che lasciò una traccia indelebile per lo sviluppo dell'Occidente.

1. Introduzione generale all'Ellenismo

SITUAZIONE STORICA E SOCIALE DAL IV AL I SECOLO a.C.

Nella seconda metà del IV secolo, con l'espansione della monarchia macedone, l'assetto politico della Grecia e dell'intero mondo mediterraneo vennero radicalmente trasformati. Dopo la battaglia di Cheronea Filippo raccolse le città greche in una confederazione che le sottometteva al potere macedone, garantendo loro l'autonomia nelle questioni interne e mantenendo gli equilibri sociali a vantaggio dell'aristocrazia contro il demos urbano. Con le conquiste di Alessandro l'Asia Minore, la Persia e l'Egitto caddero sotto l'egemonia militare dei Greci. Alla sua morte l'impero venne diviso in una serie di regni militari: le dinastie più potenti si installarono in Egitto, Siria e Macedonia. Questi regni, definiti ellenistici, non intaccarono la struttura sociale esistente, ma la rafforzarono sovrapponendovi solo il potere della Corte e del suo apparato militare e amministrativo. In Oriente la proprietà della terra rimase suddivisa fra il re, i grandi latifondisti e i templi delle divinità tradizionali. In Grecia l'aristocrazia delle città mantenne una certa autonomia locale, aumentando anche le sue ricchezze terriere. Il problema dell'eccedenza di popolazione priva di terra, che non aveva trovato soluzione nella polis indipendente, nella nuova situazione trovò agevole soluzione: la nuova forza militare dei re privò di cittadinanza il demos urbano povero e senza terra, costringendolo ad emigrare e a fondare nuove città in Oriente (come Alessandria), trovando occupazione negli eserciti mercenari di cui i nuovi re avevano bisogno per le loro interminabili guerre di espansione. La nuova civiltà che si era venuta a creare fu detta ellenistica perché ellenisti erano stati chiamati gli Orientali ellenizzati attraverso la diffusione della lingua e della cultura greca, l'educazione scolastica, l'emigrazione, il commercio, i matrimoni misti e il servizio militare. La nuova monarchia assoluta si ispirava al culto dell'individuo eroico ed eccezionale. Il potere centralizzato si intromise anche nella sfera economica, si circondò di una corte fastosa e si appoggiò al favore dell'esercito e degli alti notabili. Centro motore dell'Ellenismo fu la borghesia, mentre la massa dei lavoratori dipendenti forniva le braccia allo sviluppo del commercio e dell'industria. Il linguaggio ufficiale delle burocrazie fu la Koinè, una lingua a base greco-attica, mentre la lingua nazionale sopravviveva nelle campagne e l'aramaico e l'egizio erano parlati dalle classi inferiori cittadine. La società ellenistica è divisa in strati che non comunicano fra di loro. Al vertice vi è il potere del re e della sua corte di generali, re che viene divinizzato e fatto oggetto di culto religioso come accadeva per gli antichi monarchi orientali. I nuovi stati, rispetto alle polis del periodo precedente, non presentano alcuna coesione etnica e sociale, essendo l'unico vincolo quello della sottomissione al re, sottomissione rafforzata dai re con il potenziamento dell'apparato burocratico e militare. Questo apparato era però costoso, e per mantenerlo occorreva aumentare il prelievo fiscale o andare a continue guerre di rapina e di espansione territoriale, le quali a loro volta richiedevano investimenti per pagare i mercenari. Per questi motivi il mondo ellenistico si presenta molto instabile, anche se da un altro lato bisogna riconoscere che la nuova situazione politica e geografica favorisce notevolmente lo sviluppo dei traffici e dei commerci, grazie all'aumento della circolazione del denaro e delle merci. Grazie a questa situazione si crea un ceto di ricchi commercianti, che concentrano nelle loro mani autentiche fortune, cosa che difficilmente sarebbe potuta accadere nel mondo della polis. Si tratta di un commerciante che non investe i suoi guadagni per diventare produttore, che rimane legato all'attività mercantile e che, nonostante la ricchezza, non vede aumentare il proprio prestigio sociale, lo status. L'unico modo per vedere aumentare il proprio prestigio sociale è quello di acquistare terreni: in questo modo egli può entrare a far parte della ricca aristocrazia cittadina. In questa situazione aumenta la distanza sociale fra il re, il demos urbano (che viene espulso dalle città) e i commercianti, per cui l'unica protagonista della città ellenica resta l'aristocrazia: per questa vengono scritti i libri di filosofia e di cultura umanistica, vengono fondate grandi istituzioni educative ed elaborate nuove ideologie sulla condizione umana. Si tratta di un'aristocrazia che non si riconosce più nella tradizione aristocratico-sacerdotale precedente, che andava da Parmenide a Platone, in quanto gli sfugge l'intreccio fra sapere e potere che aveva caratterizzato quella tradizione (il sapere è ormai specializzato e chiuso nelle scuole, mente il potere è delegato al re). In questa situazione nasce nel cittadino un senso di sfiducia; egli sente lontani il sapere (che non riesce più a dargli un'immagine compiuta e rassicurante del mondo) e il potere (scompare quella possibilità di partecipare alla gestione della vita pubblica che era stata una delle caratteristiche principali dell'epoca della polis). Ed è proprio per rispondere a queste ansie e domande che si sviluppano nel mondo ellenistico una serie di filosofie dell'uomo, della sua felicità e della libertà; nasce un sistema ideologico che ha lo scopo di rassicurare il cittadino sul senso della sua vita. All'inizio del III secolo, su proposta di alcuni membri eminenti del Liceo, il re d'Egitto Tolomeo I fondò ad Alessandria una grande istituzione scientifica e culturale che diverrà ben presto il simbolo della cultura di quell'epoca: il Museo. I compiti del Museo erano quello di raccogliere in una grande e ordinata biblioteca tutta la produzione filosofica, letteraria e scientifica della Grecia e quello di ospitare i maggiori scienziati del mondo greco, offrendo loro una sede stabile, uno stipendio sicuro, e la possibilità di attendere in tutta tranquillità alle loro ricerche. Il Museo, grazie agli ingenti contributi finanziari dei re d'Egitto, restò per cinque secoli il maggior centro bibliografico di tutto il mondo antico. Fu in questo contesto che si registrò la nascita del libro: i bibliotecari, per le loro esigenze di catalogazione, raccolsero tutti gli scritti in loro possesso e gli appunti in libri e collezioni di libri, ognuno dei quali doveva recare l'indicazione dell'autore e del titolo (che essi posero anche dove non c'era). Da questo momento il libro fu imposto come forma base della produzione e della comunicazione culturale. La nascita del libro modificò radicalmente anche i rapporti culturali, i quali fino al IV secolo si erano basati sull'incontro e sulla discussione personale, la polemica ravvicinata e la pubblica lezione: ora invece il libro rendeva possibile un colloquio culturale a distanza (per conoscere il pensiero di un filosofo non era più necessario andare nella pubblica piazza o nella scuola, bastava leggerne i libri e rispondere con altri libri, che finivano negli scaffali della biblioteca di Alessandria). Fu così che si svilupparono i commenti ai classici. Furono proprio questi commenti, che saranno il genere letterario più diffuso sino al medioevo, a staccare la cultura dal rapporto costante con i problemi della società e del sapere. Il Museo di Alessandria divenne anche una sede permanente e centralizzata per la ricerca scientifica. In questo modo la scienza, in pochi decenni, fece passi da gigante, anche se il prezzo che dovette pagare fu il distacco dai problemi sociali e l'isolamento dalla vita della città, oltre all'abbandono dell'impegno politico e di ogni responsabilità. Tramontava così il progetto di Platone di mettere il sapere scientifico al servizio della riforma della società. E tramontava anche quell'ideale di tecnico-scienziato impegnato insieme nell'attività pratica e nell'elaborazione teorica di cui aveva parlato Anassagora e che i medici ippocratici avevano impersonato. I professori di Alessandria si presentano come scienziati puri, che rifiutano le applicazioni tecniche del loro sapere e il lavoro manuale (i biologi alessandrini non visitano i malati, a parte il re; i fisici non costruiscono macchine, a parte quelle da guerra che il re chiede loro). Tutto questo è causa del decadimento sociale ed intellettuale della figura del tecnico (demiourgos) che aveva dominato la scena del V secolo, la cui scienza decade al livello di attività puramente empirica e manuale. Il contatto fra filosofi e scienziati era stato l'elemento che in passato aveva evitato che la filosofia divenisse astratta e vacua, grazie al suo legame con la politica e i problemi sociali della polis. Ora le scuole filosofiche si raccolgono tutte ad Atene ed elaborano una filosofia consolatoria e retorico-letteraria rappresentata da stoici, epicurei, Liceo ed Accademia; permane comunque anche una corrente critica nei loro confronti rappresentata da cinici, cirenaici e scettici. Le nuove scuole, a causa del loro dogmatismo, assomigliano molto a delle sètte, in cui scarso è lo spazio destinato alla discussione e al confronto con le altre scuole. Si diffondono in questo periodo le prime dossografie, storie delle opinioni dei principali filosofi, molto schematiche e agevoli.

CULTURA

Tra i meriti dell'Ellenismo bisogna ricordare la trasmissione alle generazioni future degli ideali che a suo tempo avevano ispirato la paideia classica e la fusione tra i caratteri della civiltà occidentale e quella orientale. In particolare per quanto riguarda i rapporti con l'Oriente occorre ricordare come la Grecia avesse già avuto contatti e acquisito elementi della cultura egiziana, ma bisogna anche ricordare che sempre aveva rielaborato quei contenuti investendoli della propria spiritualità. Del resto l'incontro con le culture orientali era stato anticipato dalla penetrazione pacifica, per scopi commerciali, delle poleis sulle coste dell'Asia Minore. Ora le imprese di Alessandro uniscono le due culture anche politicamente.

Il carattere di questa unione sarà però prevalentemente greco, come dimostra l'opera di Filone l'Ebreo, che interpreta la Bibbia in termini greci confrontando Mosè con Platone. La stessa cultura cristiana vive di questi apporti greci, di cui si serve per elaborare la sua nuova teologia. L'Oriente fornisce d'altronde alla grecità il suo spirito religioso e mistico, offrendo nuovi motivi alla sua speculazione religiosa, che comunque sceglie la via delle religioni misteriche, componente questa che si fa particolarmente forte, al punto da ispirare il sistema di Plotino e di Proclo, i quali comunque mantengono fede al carattere eminentemente greco della razionalità.

Un altro fenomeno che va considerato come tipico dell'Ellenismo è la caduta delle barriere culturali, politiche e sociali che da secoli dividevano i Greci dagli altri popoli considerati "barbari".

Tra le tante possibili datazioni dell'Ellenismo sembra più attendibile quella che tende a dilatare tale periodo dalla fine del IV secolo a.C. alla metà circa del VI secolo d.C. Bisogna infatti considerare che l'ultima fase della cultura romana è permeata di ellenismo, e che nemmeno il Cristianesimo può essere considerato apportatore di elementi nuovi tali da non aver più nulla a che fare con l'Ellenismo, come dimostrano la predicazione di S. Paolo e le prime grandi sintesi cristiane dello Pseudo Dionigi, di Clemente Alessandrino, di Origene e di S. Agostino.

Uno degli aspetti più individuanti dell'Ellenismo è quello che riguarda i suoi rapporti con la polis: la cultura classica greca differisce infatti dall'Ellenismo in quanto è incentrata nella polis, fenomeno non solo politico sociale ma anche etico, spirituale e perfino religioso, tipicamente greco e mediterraneo. La polis rappresenta quel felice connubio fra stato (tutto) e singoli cittadini (parti) che risponde a quel concetto di sana democrazia a cui guardano sia Platone che Aristotele nei loro differenti progetti di "sane" costituzioni. Si tratta di una concezione in cui individuo e stato non sono considerati fini a se stessi, ma l'uno in funzione dell'altro. La polis per l'individuo rappresenta la vita stessa, la somma di tutti quei valori in cui egli si riconosce e crede (gli dei non sono qualcosa di universale o privato, ma sono gli dei della polis).

Con la conquista macedone le poleis non scompaiono, ma perdono tutto il carattere e l'importanza che avevano in precedenza; viene meno anche quella rivalità fra le poleis che ne aveva caratterizzato i rapporti per molto tempo.

Viene a cadere anche la distinzione fra Greci e "barbari": termine che in passato indicava non solo le popolazioni di stirpe non greca, ma anche le differenze fra alcune poleis (Pericle stentava a riconoscere come Greci quelli che non erano dell'Attica).


Al posto delle grandi personalità che le poleis avevano saputo esprimere e in cui i cittadini avevano saputo riconoscersi, la personalità di Alessandro si impone con un carattere che le poleis avevano sempre combattuto, quello della regalità di una monarchia universale di tipo orientaleggiante. Alessandro, nonostante abbia favorito la diffusione della cultura greca in tutte le aree da lui dominate, fu sempre considerato dai Greci come un "barbaro"; solo Plutarco nelle Vite parallele ne rivalutò la figura.

La vera diffusione dell'Ellenismo si ebbe solo dopo la morte di Alessandro (323), a partire dall'epoca delle lotte di successione fra i diadochi (successori), i generali che si contendono il dominio dell'impero. Dopo numerose lotte si giunge nel 272 alla stabilizzazione in quattro regni: Macedonia, che comprende la Grecia continentale; Egitto, sotto Lagidi o Tolomei, con capitale Alessandria; quello dei Seleucidi, che comprende la Siria, la Mesopotamia, le provincie orientali e parte dell'Asia Minore, e che ha per capitale Antiochia; quello degli Attalidi, comprendente la parte interna dell'Asia Minore, con capitale Pergamo.

Le città della Grecia furono ben presto assoggettate al dominio di alcuni tiranni di comodo, ossia a governi pseudodemocratici che in realtà erano autocratici (il termine tirannia non ha comunque quel significato negativo che noi oggi gli attribuiamo). Le poleis perdono così la loro libertà ma non scompaiono, anzi vengono usate dai sovrani come intermediarie fra il potere centrale e l'amministrazione periferica (come provincie), tanto che verranno addirittura moltiplicate. La sovranità si mostrerà paterna e benefattrice nei loro confronti, come attestano le titolazioni di cui si fregiano questi sovrani (Soter=Salvatore; Eugene=Benefattore; Nikator=Vincitore).

All'accentramento politico corrisponde, come già abbiamo visto, l'istituzionalizzazione regale della cultura, che porta ad un asservimento di questa ai fini politici. Ciò non vuol dire che la cultura ellenistica sia di scarso valore, ché anzi raggiunse buoni risultati in tutti i settori. Possiamo dire di essere di fronte alla nascita di una nuova grecità, il cui carattere dominante è il sincretismo. Questo fenomeno è evidente nell'assimilazione di divinità greche a divinità di altri paesi, nell'importazione di divinità locali in territorio greco. Anche le grandi celebrazioni panelleniche, come le Olimpiadi, vengono non solo mantenute, ma anche diffuse per aumentare la coesione di aree culturali diverse. Un contributo analogo diedero anche i commerci: questi erano favoriti dalla presenza di numerose banche e dall'abbondante monetazione dei sovrani, spesso in gara fra loro; da quando poi la terra, tutta nelle mani dei sovrani, non rappresentava più una fonte di ricchezza, il commercio era diventato la principale fonte di arricchimento, contribuendo a creare una nuova élite sociale, che rispetto alla precedente ha un carattere internazionale. Gli stessi sovrani favoriscono la koinè giuridica greca fra le varie nazioni.

Nonostante tutto ciò alcuni problemi sociali si acuiscono, mentre diventa sempre più forte il contrasto fra città e campagna e fra ricchi e poveri all'interno della città. Permane il grosso problema della schiavitù, nonostante le sempre più frequenti rivolte; all'equiparazione fra Greci e barbari non segue quella fra uomini liberi e schiavi (differenza che Aristotele nella Politica aveva motivato come differenza naturale, e che poteva essere spiegata con le necessità imposte dall'arretrata tecnologia del lavoro). D'altra parte alcune scuole filosofiche, come quella dei cinici, proclamano che tutti gli uomini sono per natura uguali e liberi. Quando l'impero romano conquisterà i regni ellenistici, di questi erediterà anche i problemi.

Con la fine della polis passiamo da un individualismo politico ad un individualismo privato, generato dal nuovo universalismo. E' l'ideale del "vivi nascosto" epicureo o stoico, mentre l'assuefazione alla tirannide, l'adulazione e il servilismo diventeranno tratti comuni anche a molti uomini di cultura. Prevale la rinuncia all'azione, l'atarassia, la rassegnazione, l'introversione, il ritorno al passato. Vi sono anche alcuni elementi positivi, come il recupero dell'indagine interiore (il "conosci te stesso" socratico) e l'intensificazione della vita spirituale intesa come azione interna anziché esterna. Bisogna inoltre precisare che l'atarassia predicata da stoici ed epicurei non significa lassismo o rinuncia abulica, ma è l'atarassia del saggio, sinonimo di una faticosa conquista spirituale. Se Solone poneva il suo ideale umano nell'azione politica, l'Ellenismo valorizza la rinuncia ad essa.

Dal punto di vista filosofico l'Ellenismo è un periodo molto ricco, non solo per le grandi costruzioni sistematiche (Plotino, Epicuro) ma anche perché l'interesse per la filosofia è condiviso dalla maggior parte degli uomini d'ingegno, che in questa attività trovano il loro appagamento intellettuale e spirituale.

All'inizio questa filosofia è mossa da istanze pratiche più che teoretiche: il problema è trovare un "modus vivendi" che permetta di giungere alla pace interiore, condizione prima di ogni felicità. Il carattere settario di molte scuole di quest'epoca si spiega con il fatto che le conoscenze da queste offerte per risolvere i problemi dell'uomo assomigliano a nuovi culti religiosi: tutte poi presentano un carattere di sistematicità e dogmatismo nelle dottrine che è legato al timore che la discussione possa mostrare i limiti delle verità di cui invece questa età è alla ricerca, verità assolute. Nascono così i sistemi ateo e antimetafisico degli Scettici, materialistico degli Epicurei e degli Stoici, spiritualistico in senso religioso dei Neoplatonici. Il metodo privilegiato è quello deduttivo (Plotino).

La critica degli Scettici alla metafisica ne favorisce l'eclisse, che lascia poi spazio alla fisica messa al servizio di una determinata concezione etica o etico-religiosa del mondo. A favorire questa eclisse sono anche l'ampliarsi degli studi più propriamente scientifici e l'affermarsi degli studi di filologia. Gli interessi metafisici ricompariranno esplicitamente nell'ultima fase della filosofia ellenistica in concomitanza con gli interessi religiosi che contribuiranno a fare della filosofia una specie di teologia.

La scuola che più di altre incarna l'ideale di quest'epoca è quella stoica, che mira a fare del saggio l'ideale e il prototipo di tutta l'umanità. Si tratta, in senso filosofico, di quel cosmopolitismo che corrisponde, in senso politico, all'opera di dilatazione del mondo dovuta alla conquista di Alessandro.

Un'altra esigenza tipicamente ellenistica incarnata dallo stoicismo è quella di trovare una nuova fede, di credere in un solo dio che si sostituisca alle tante divinità tradizionali; l'unità divina per gli Stoici è un'unità impersonale immanente, il logos, presente in tutta la natura (di questo aveva già parlato Eraclito, ma dagli Stoici inteso in una rigorosa concezione panteistica). Ciò comporta l'idea di una più intima unione fra l'umano e il divino: concetto cui aderirà anche il Cristianesimo. Riflesso etico di questa concezione è che il saggio può conseguire lo scopo supremo, che è quello della condotta della vita, solo immedesimandosi con la divinità, identica alla ragione universale. Questa, presente in tutte le cose, gli è di guida per dargli modo di raggiungere attraverso l'estirpazione delle passioni la quiete e la felicità interiore: l'atarassia.

Mentre gli epicurei propendono per l'apoliticità, gli stoici ammettono anche, per il saggio, la possibilità di partecipare alla vita politica: Epicuro contrappone alla società senza confini una società più ristretta, quella degli amici, dove l'amicizia, intesa come consonanza spirituale, diventa il nuovo modus vivendi, la nuova religione, in cui l'uomo venera l'altro uomo.

Se nell'ultima fase dell'Ellenismo assistiamo ad un recupero della filosofia platonica e di quella pitagorica, questo è perché esse meglio rispondono alle esigenze religiose maturate in quella fase del pensiero ellenico; bisogna però osservare che esse, per essere dotata di quella sistematicità che Platone aveva sempre rifiutato come metodo filosofico, vengono stravolte, tanto che Pitagora diventa una sorta di santone e mistico, mentre Platone viene svisato dall'utilizzazione che ne fa Plotino. In quest'ultima fase il concetto di infinito da negativo diventa positivo: nasce così quella teologia negativa che influenzerà i primi pensatori cristiani (Pseudo Dionigi, Origene).

Più aderente al platonismo autentico è la concezione di Filone l'Ebreo, in cui si attua quella concezione di simbiosi fra platonismo e Bibbia che anticipa gli esiti cristiani di S. Agostino, attraverso una concezione personale (e non impersonale, come quella degli stoici) del divino.

Bisogna poi ricordare le versioni romane dell'epicureismo e dello stoicismo, che ebbero successo proprio perché si occuparono di problemi pratici, etici e del mondo umano. Oltre a questo interesse pratico vi era nei pensatori romani anche un interesse per il problema religioso, come dimostra la protezione accordata dall'imperatore Gallieno a Plotino, con l'incentivo a fondare una scuola-città intitolata a Platone (Platonopoli).
 

PERIODIZZAZIONE

 

Periodi in cui viene diviso l'Ellenismo

1) Dall'inizio della preponderanza macedone alla morte di Alessandro (359-323 a.C.).

E' il periodo definito pre-ellenistico, caratterizzato dall'ultima strenua difesa delle poleis contro l'invasore macedone. Di questa lotta è campione in Atene Demostene, avversario del filomacedone Eschine. In questo periodo si afferma la filosofia di Aristotele e quella della scuola peripatetica (Aristotele era stato anche il precettore di Alessandro). Nel frattempo Senocrate succede a Speusippo nella direzione dell'Accademia platonica (339). Nel campo delle lettere si afferma l'indirizzo filologico; nell'oratoria, oltre Isocrate e Demostene, s'impongono Eschine e Iperide. E' il periodo in cui nasce l'universalismo ellenistico, in cui la scienza tende ad autonomizzarsi nei confronti della filosofia. Gli animi tendono a fuggire la vita politica per rifugiarsi nel passato.

2) Dalla morte di Alessandro alla caduta della Grecia sotto l'Impero romano (323-146 a.C.).

Dopo le guerre di successione dei Diadochi, la Grecia diventa una provincia romana e assume il nome di Acaia. Si tratta dell'Ellenismo propriamente detto, nella sua fase orientalizzante. Atene non è più il principale centro della cultura, sostituita in questo da città come Alessandria, Pergamo e Antiochia (fenomeno che prende anche il nome di alessandrinismo e il cui principale rappresentante in campo letterario è Callimaco). Sorge l'erudizione libresca e la critica filologica iniziata da Callimaco; l'eloquenza si fa pesante, accademica; sorge la poesia bucolica (Teocrito) e si afferma la commedia con Menandro. Aumenta l'assenteismo politico e prevalgono gli interessi etici nelle grandi scuole materialistiche degli stoici e degli epicurei (Epicuro nel 306 fonda la sua scuola, "Il Giardino", in cui insegna sino alla morte, nel 270). Si assiste all'affermarsi dello scetticismo con Pirrone, Arcesilao e Carneade. Prosegue il Peripato. Si affermano le scienze esatte e le discipline storiche (con Polibio).

3) Dall'affermarsi dell'Impero romano a quello del Cristianesimo (146 a.C. - 270 d.C.).

E' l'ellenismo alessandrino-romano, che si può datare sino alla morte di Plotino (270 d.C.). L'asse della cultura continua ad essere Alessandria, ma tende a spostarsi verso Roma. Politicamente prevale l'inattivismo nelle città greche cadute sotto il dominio di Roma, mentre si diffonde il municipalismo (prevalere di interessi locali che stimolano un nuovo provincialismo anche nel campo della cultura). Nella cultura si afferma sempre di più il sincretismo, ossia la fusione di disparati elementi: greci, romani, orientali, cristiani, sia nella letteratura che nell'arte e nella filosofia. Quest'ultima penetra decisamente in Roma all'epoca degli Scipioni, e vi si diffonde con tendenza pragmatico-eclettica rappresentata soprattutto da Cicerone (106-43). vi penetrano tuttavia anche l'Epicureismo con Tito Lucrezio Caro e soprattutto lo Stoicismo che entra così nel suo ultimo periodo: Stoicismo romano (con Epitteto, Seneca e Marco Aurelio, I-II sec. d.C.). Roma divenne meta di molti filosofi greci come Panezio di Rodi, Plutarco di Cheronea e Plotino che vi insegnò e che riuscì, col favore dell'imperatore Gallieno, ad aprire una scuola in Campania (III sec. d.C.). Nel campo delle lettere prevale una tendenza realistica e nasce un nuovo genere: il romanzo, rappresentato soprattutto da Luciano di Samosata (Storia vera, Lucio o l'asino) e che trovò subito imitatori anche a Roma (Apuleio, Petronio). Dopo una parentesi scettica (che trova nei dialoghi dello stesso Luciano la sua più pungente espressione) risorge il fervore e l'interesse religioso che anima le due ultime scuole filosofiche della grecità : il Neopitagorismo e il Neoplatonismo e segna anche l'inizio della filosofia cristiana (Origene, Clemente Alessandrino) e di quella giudaica (Filone).

4) Dalla morte di Plotino alla chiusura della Scuola di Atene (270-527 d.C.).

L'ultimo periodo dell'Ellenismo (post-ellenismo), vede la continuazione del Neoplatonismo ad opera dei discepoli di Plotino: Porfirio, Giamblico, Proclo. Con Giamblico il Neoplatonismo si rifà orientale impregnandosi di elementi misticheggianti; con Proclo, che ne segna l'ultima ripresa (agli inizi del V sec. d.C.), la scuola si trasferisce di nuovo da Alessandria ad Atene. Qui sopravviene (nel 527) il decreto di chiusura ad opera dell'imperatore Giustiniano. E' la fine della grecità pagana: dopo il breve tentativo di restaurazione del paganesimo (361-363) compiuto da Giuliano l'Apostata, il cristianesimo, ovunque trionfante, procede alla distruzione dei templi, riti, ecc. In questo modo finisce anche la filosofia veramente greca: Boezio, un cristiano di cultura ellenica vissuto alla corte del barbaro Teodorico, non ne è che un tardo epigono (+525). Eppure con Clemente Alessandrino (II sec.), filosofo greco-cristiano di tendenza ortodossa, la filosofia greca era tornata a rivivere proprio in Alessandria, nella scuola da lui risuscitata con tendenze appunto greco-cristiane (gnosi cristiana in opposizione alla gnosi orientaleggiante) quasi a sottolineare un rapporto di continuità. 

 

 

 

2. Epicuro e l'epicureismo

Epicuro (341 - 270 a.C) ricevette la propria formazione filosofica in ambiente ionico, dove era ancora molto presente la tradizione naturalistica e materialistica. Gli fu principale maestro il democriteo Nausifane di Colofone, ma Epicuro ebbe anche modo di conoscere il pensiero di Platone e di Aristotile. Ebbe una sua prima scuola a Mitilene, ma con scarsa fortuna. Nel 306 a.C. passò ad Atene per fondare una scuola di ben maggior successo, che dal luogo dove venne aperta prese il nome di “Giardino”, e che si contrappose nettamente agli insegnamenti che venivano impartiti sia nella platonica “Accademia” e sia nell’aristotelico “Liceo”. Il Giardino aveva tuttavia anche caratteristiche organizzative molti diverse dalle scuole filosofiche precedenti (in senso nettamente anti-aristocratico), vi venivano infatti ammessi anche le donne e gli schiavi. La democraticità nell’accesso e nella gestione della scuola si accompagnava comunque a un assoluta centralità culturale nella persona del maestro, che non fu immune dal promuovere un certo culto della propria personalità. Sul piano logico Epicuro fu sostenitore di un criterio dell “evidenza”, basata sulle sensazioni come fonte di conoscenza primaria. Sul terreno della fisica egli riprese la teoria atomistica di Democrito, apportandovi tuttavia alcune significative innovazioni, come l’introduzione del “peso” degli atomi e la loro caduta sulla verticale, alterata dalla parenklisis (che Lucrezio tradurrà con clinamen) che favorisce gli urti tra gli atomi. Dagli urti si formano la realtà fisica nella sua pluralità di strutture e aspetti. In campo etico Epicuro promosse la ricerca della felicità e l’abolizione delle fonti di dolore e turbamento. Elemento primo per il raggiungimento della felicità è il conseguimento del piacere, che Epicuro vede essenzialmente come soppressione del dolore. Sul piano pratico il fine si raggiunge principalmente eliminando le ambizioni e i desideri assurdi e smodati, perseguendo al contrario un’esistenza semplice,frugale e appartata, lontana dai lussi e dalla vita pubblica. Insieme a ciò va abbandonata la venerazione degli dèi e la paura della morte, quella perché gli dèi non si occupano degli uomini e questa perché “quando essa c’è non ci siamo più noi”.

   Epicuro scrisse 37 libri “Sulla natura” quasi completamente perduti, ma rimangono tre lettere originali tramandateci da Diogene Laerzio che sintetizzano assai bene il suo pensiero nei vari campi. Epicuro non fu uno spirito scientifico molto originale, bensì un grande promotore di una concezione del mondo e della vita di tipo pragmatico e volta all’eliminazione del superfluo e dell’inutile dall’orizzonte esistenziale. Per quanto il suo atteggiamento non sia ateistico in senso stretto (ammetteva l’esistenza degli dèi in inframondi remoti) e nel complesso meno dirompente di quello di Leucippo e di Democrito, la sua filosofia (data anche l’epoca favorevole in cui è comparsa: l’ellenismo) ebbe un forte impatto culturale e sociale, dando un duro colpo a tutte le concezioni religiose e metafisiche del mondo antico e portando le sue influenze fin nel cuore del Cristianesimo.