10. Platone

Introduzione generale al pensiero di Platone

VITA E OPERE

Platone nacque ad Atene da famiglia aristocratica nel 428 a.C. Secondo Aristotele, ebbe tra i suoi maestri Cratilo, seguace di Eraclito. A vent'anni cominciò a frequentare Socrate, e ripudiò la sua precedente vocazione poetica, dando alle fiamme i suoi versi. Secondo quello che egli stesso dice nella Lettera VII (che è di fondamentale importanza per la sua biografia e per l'interpretazione della sua stessa personalità), avrebbe voluto dedicarsi alla vita politica. La morte di Socrate lo dissuase dal fare politica in patria, ma non per questo rinunciò a perseguire l'ideale di un reggimento filosofico della città. «Io vidi, egli dice, che il genere umano non sarebbe mai stato liberato dal male, se prima non fossero giunti al potere i veri filosofi o se i reggitori di Stato non fossero, per divina sorte, diventati veramente filosofi». Negli anni seguenti, si recò a Megara presso Euclide, poi in Egitto e a Cirene. Nulla sappiamo intorno a questi viaggi, dei quali egli non parla. Parla invece del viaggio che fece nell'Italia meridionale, a Taranto, dove venne a contatto con la comunità pitagorica di Archita, e a Siracusa dove strinse amicizia con Dione, parente e consigliere del tiranno Dionisio il Vecchio. Entrato in conflitto con Dionisio, fu venduto come schiavo sul mercato di Egina. Riscattato da Anniceride di Cirene, ritornò ad Atene, dove fondò nel 387 l'Accademia. La scuola di Platone, che si chiamò così perché fiorita nel ginnasio fondato da Accademo, fu organizzata sul modello delle comunità pitagoriche come un'associazione religiosa, un tìaso. Alla morte di Dionisio, Platone fu richiamato a Siracusa da Dione alla corte del nuovo tiranno Dionisio il Giovane, per guidarlo nella riforma dello Stato in conformità con il suo ideale politico. Ma l'urto fra Dionisio e Dione, che fu esiliato, rese sterile ogni tentativo di Platone. Alcuni anni dopo, Dionisio stesso lo chiamò insistentemente alla sua corte e Platone vi si recò nel 361, spinto anche dal desiderio di aiutare Dione, che era rimasto in esilio. Ma nessun accordo fu raggiunto e Platone, dopo essere stato trattenuto per un certo tempo, quasi come prigioniero, grazie all'intervento di Archita, lasciò Siracusa e ritornò ad Atene. Qui egli trascorse il resto della sua vita, dedito solo all'insegnamento. Morì a 81 anni, nel 347.

 

A parte una trentina di epigrammi e il frammento di un carme in esametri, quasi certamente spuri, il corpus platonico consta di 36 scritti a carattere filosofico, che ci sono giunti distribuiti in nove tetralogie (gruppi di quattro), secondo una schema tradizionalmente attribuito all'erudito Trasillo di Alessandria (epoca dell'imperatore Tiberio), ma forse risalente a un periodo ancora più antico. Delle 36 opere, 34 sono dialoghi ; una, l’" Apologia di Socrate ", riporta in forma immaginaria l'autodifesa pronunciata da Socrate davanti ai giudici, mentre l'ultima consiste in una raccolta di tredici lettere. Ecco l'elenco completo delle 9 tetralogie:

1 Eutifrone 2 Apologia 3 Critone 4 Fedone

1 Cratilo 2 Teeteto 3 Sofista 4 Politico

1 Parmenide 2 Filebo 3 Simposio 4 Fedro

1 Alcibiade maggiore 2 Alcibiade minore 3 Ipparco 4 Amanti

1 Teagete 2 Carmide 3 Lachete 4 Liside

1 Eutidemo 2 Protagora 3 Gorgia 4 Menone

1 Ippia maggiore 2 Ippia minore 3 Ione 4 Menesseno

1 Clitofonte 2 Repubblica 3 Timeo 4 Crizia

Minosse 2 Leggi 3 Epinomide 4 Lettere

Nel corpus si trova anche un'appendice comprendente altri sette dialoghi (Sul giusto, Sulla virtù, Demodoco, Sisifo, Erissia, Assioco e Alcione) che già gli antichi ritenevano spuri, e le Definizioni, costituite da oltre 200 termini relativi a svariati ambiti culturali e certamente non attribuibili a Platone. Anche sull'autenticità di alcune opere comprese nelle tetralogie gli antichi avanzavano forti sospetti, che i moderni hanno generalmente confermato e anzi esteso ad altri scritti. In compenso si può affermare che che sono ritenuti concordemente spuri Alcibiade primo e Alcibiade secondo, Ipparco, Amanti, Teagete, Minosse, Epinomide. Delle lettere l'unica certamente autentica è la Lettera 7, da cui sono attinte notizie biografiche riferite. Assai arduo si è prospettato il problema di ricostruire la successione cronologica di una serie così numerosa di scritti, soprattutto allo scopo di seguire la linea evolutiva del pensiero di Platone. Le vie percorse sono state essenzialmente due: 1) di carattere contenutistico 2) di carattere formale. Nel primo caso l'attenzione si è focalizzata sulla figura di Socrate, la cui importanza viene progressivamente ridimensionata man mano che il sistema platonico va assumendo una sua autonomia nei confronti dell'insegnamento del maestro, fino a scomparire quasi del tutto nelle opere del periodo più tardo ; i sostenitori del secondo metodo si sono invece rivolti più che altro a indagini sul lessico, sullo stile e sulla struttura dei dialoghi, nella convinzione che tali elementi vadano trasformandosi nel tempo e agevolino dunque la collocazione delle singole opere lungo un asse cronologico. L'unico dato certo è quello tramandatoci da Aristotele e da Diogene Laerzio, secondo cui le Leggi furono l'ultima opera scritta da Platone e pubblicata postuma da un suo discepolo. Nonostante la diversità dei criteri adoperati, le ricerche svolte in questo ambito hanno finito col dare risultati abbastanza convergenti, i quali consentono di tracciare con una certa attendibilità il seguente schema cronologico dei dialoghi sicuramente autentici, che vengono a essere raggruppati in 3 periodi:

PRIMO PERIODO: Eutifrone Apologia Critone Ione Ippia maggiore Ippia minore Lachete Liside Carmide Alcibiade maggiore Alcibiade minore Protagora Gorgia

SECONDO PERIODO: Menone Eutidemo Menesseno Cratilo Simposio Fedro RepubblicaFedone

TERZO PERIODO: Parmenide Teeteto Sofista Politico Filebo Timeo Crizia Leggi

A sottolineare il carattere relativo della partizione proposta, aggiungeremo che qualcuno propende per una suddivisione in 4 periodi e che anche in questa da noi adottata la collocazione di alcuni scritti è tutt'altro che sicura: in ogni caso, nell'esporre succintamente il contenuto dei singoli dialoghi, ci atterremo per praticità a tale schema, operando piccoli spostamenti nella successione di opere che presentino affinità di contenuto. Non è arbitrario definire " socratici " i dialoghi del primo periodo, vista la rilevanza che vi hanno sia la figura sia il pensiero del maestro di Platone. Alcuni di essi sono inoltre caratterizzati da toni polemici e apologetici, che fanno supporre ancora vicini nel tempo il processo e la condanna di Socrate: anche se non è mancato chi ha sostenuto per qualche dialogo una datazione anteriore, l'ipotesi più probabile è che Platone abbia cominciato a scrivere dopo il 399 a.C. L'Apologia di Socrate (unico scritto in forma non dialogica) ricostruisce il discorso pronunciato da Socrate dinanzi ai giudici, mentre il Critone descrive il suo rifiuto a un progetto di evasione predisposto dagli amici. Momento culminante del Critone è quello in cui le leggi della città esortano Socrate ad accettare la condanna a morte. Il tema tipicamente socratico del " tì estin ", cioè della ricerca volta a dare una precisa definizione dei vari concetti, accomuna una serie di dialoghi del primo gruppo: nell’Eutifrone s'indaga sulla natura della pietà religiosa, nel Lachete su quella del coraggio virile, mentre il Liside e il Carmide prendono rispettivamente in esame l'amicizia e la saggia moderazione. Di tutte queste virtù viene sottoposta a critica la nozione tradizionale, troppo formalistica, anche se non si giunge mai (come è nello spirito del metodo socratico) a conclusioni definitive. Problematiche di carattere estetico-letterario affrontano invece lo Ione e l’Ippia maggiore. Nel primo dialogo si afferma che la poesia non è prodotto di abilità tecnica, ma di ispirazione divina. Intitolato al celebre sofista, l’Ippia maggiore è invece dedicato alla ricerca di una definizione esaustiva dal bello, ma costituisce soprattutto un pretesto per tracciare un ritratto caricaturale del magniloquente e borioso personaggio. Questo motivo è ripreso anche nell’Ippia minore, il cui tema centrale è quello secondo il quale si compie il male pensando di compiere il bene. La polemica contro i sofisti trova un suo compiuto e coerente sviluppo nei due dialoghi intitolati ai maggiori esponenti del movimento, Protagora e Gorgia. Il Protagora vede un animato dibattito tra Socrate e alcuni dei più celebri sofisti (Protagora, Ippia, Prodico). I temi affrontati sono parecchi, ma su tutti predomina quello riguardante la possibilità di insegnare la virtù come una qualsiasi scienza. Assai più aspra la polemica antisofistica del Gorgia, che vede come interlocutori, oltre a Socrate e al sofista di Lentini, anche un allievo di questi, Polo, e Callicle. Argomento del dialogo è l'uso della retorica come mezzo per la conquista e l'esercizio del potere. Col Menone si apre una fase nuova nei dialoghi platonici, giacché nel riprendere la stessa questione affrontata nel Il Protagora (l'insegnabilità della virtù), viene introdotta per la prima volta la teoria dell’anamnesi (o reminescenza) e comincia a prender corpo la dottrina delle idee, pur se esse non hanno ancora valore ontologico, ma puramente conoscitivo. Nel Critone e nell’Eutidemo ritornano gli attacchi contro la vacua verbosità dei cultori della retorica. Al problema del linguaggio è dedicato il Cratilo: si affronta il problema dei nomi delle cose e si arriva a dire ce essi sono l'effetto di una rielaborazione umana. Di impianto assai elaborato e complesso, il Simposio è qualcosa di più che un semplice dialogo. Costruito secondo una tecnica a "incastro", esso consta anche di una cornice, rappresentata dal convito che il poeta tragico Agatone offre nella propria casa a un gruppo di amici per festeggiare la sua vittoria in un concorso drammatico. Dopo la cena i convitati decidono di parlare dell'amore e ciascuno espone le proprie idee, che poi verranno riprese e meglio organizzate dal discorso finale di Socrate. Al tema dell'amore è dedicato anche il Fedro, pur se una parte di esso ha come oggetto la retorica e le sue varie forme, argomento questo che ci riporta alla temperie del Gorgia, più che a quella del Simposio. All'immortalità dell'anima e al mondo delle idee è dedicato il Fedone. Esso rievoca le ultime ore di Socrate ed è perciò collocato nella prima tetralogia ma è palesemente opera composta in una fase matura del pensiero platonico. Con la serenità di chi sa che la morte è solo la liberazione dell'anima dal carcere del corpo, Socrate sviluppa la tesi dell'immortalità di essa attraverso tre argomenti, il primo basato sulla reminescenza, il secondo sulle affinità tra anima e idde, ed il terzo sulla presenza nell'anima dell'idea di vita, che esclude quella di morte. Va poi ricordato che il Fedone è il dialogo in cui Platone rivela di aver abbandonato la ricerca della vera causa nel mondo terreno, per spostare la sua indagine nel mondo ultraterreno, compiendo quella che con una felice espressione chiama " seconda navigazione ". Opera vasta e complessa, la Repubblica ci è giunta suddivisa in 10 libri, secondo una partizione quasi certamente posteriore all'autore, del cui pensiero costituisce una vera "summa". In essa Platone si propone di delineare uno stato ideale, governato da persone che effettivamente meritino l'incarico: fondamento del sistema politico teorizzato nella Repubblica è la suddivisione dei cittadini in tre classi: governanti, guardiani e artigiani. Perché lo stato funzioni, dice Platone, è indispensabile che ognuno si occupi di ciò che gli compete senza avanzar pretese di competere anche in altri campi. E’uno stato visto come una grande famiglia, dove tutto è di tutti: si tratta di un'utopia che Platone sapeva bene essere irrealizzabile. Le opere del terzo ed ultimo periodo sono in genere caratterizzate dal tentativo di sanare certe aporie derivanti dal rigido dualismo fra mondo sensibile e mondo intelligibile, due universi paralleli che Platone cerca in qualche modo di ricongiungere, nonché da una spiccata attenzione verso la dialettica, la matematica e la scienza in generale. Rispetto a quelli dei periodi precedenti, gli scritti di questa terza fase, pur conservando formalmente la struttura diologica, tendono ai toni del trattato e sono caratterizzati da un uso pressoché generalizzato del metodo dialettico già delineato nel Fedro. Tra di loro strettamente legati risultano in questo senso dialoghi come Il Parmenide, Il Sofista, Il Teeteto, Il Politico e Il Filebo. Nel primo Platone descrive un colloquio tra Socrate giovanissimo e i due maggiori esponenti della scuola eleatica, Parmenide e Zenone, facendone argomento la propria dottrina delle idee: si tratta di un dialogo in cui Platone fa un'autocritica della sua dottrina stessa e delle incongruenze che essa presenta. Al problema della scienza è legato Il Teeteto, non a caso intitolato a questa figura di studioso, considerato ideatore della stereometria e della teoria dei 5 solidi. Lo stesso personaggio ritroviamo nel Sofista, i cui interlocutori ritornano in massima parte anche nel Politico. Argomento del Sofista è un attento esame della dottrina delle idee: in gioventù Platone aveva affermato che il mondo delle idee fosse un mondo stabile (le idee erano infatti l'essere stabile), nel Sofista invece arriva ad ammettere che quello delle idee è un mondo mobile, dinamico. Sempre nel Sofista vi è il famoso parricidio di Parmenide, ossia Platone arriva ad ammettere il significato biunivoco dell'essere, che Parmenide non aveva afferrato: dire una penna non è un libro non vuol dire ammettere l'esistenza del non essere. Il Politico, insieme al Sofista, doveva far parte di una trilogia (Il Sofista, il Politico, il Filosofo) rimasta incompiuta: vi è una disquisizione sulle leggi, che non possono essere effettivamente giuste perché non sono decretate in base ai casi particolari. Carattere etico ha la problematica dibattuta nel Filebo, in cui si discute se il bene sia da ricercarsi nel piacere o nella saggezza: Platone arriva poi a tratteggiare la famosa vita mista, costituita per metà dall'intelligenza e per metà dal piacere. Il Crizia è il dialogo del mito della città di Atlantide, città rivale di Atene dove la vita si svolgeva in modo perfetto, ma i suoi abitanti peccarono di tracotanza e furono puniti dagli dei, che fecero affondare la città. Il Timeo è il dialogo cosmologico per eccellenza: la cosmologia in esso descritta ha squarci di possente grandiosità, ma risulta nel complesso rigidamente modellata sulla dottrina delle idee: viene addirittura introdotta la figura di un Dio, il Demiurgo che cala le idee nella materia. del tutto assente è la figura di Socrate nell'ultima opera di Platone, Le leggi, dove Platone, consapevole dell'irrealizzabilità dello stato descritto nella Repubblica, delinea uno stato secondo, certo non come quello ideale, ma tuttavia realizzabile: caratteristica della costituzione di questo stato è l'assunzione dei migliori aspetti di ogni forma di governo. (Filosofico.net)

 

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