6. I filosofi Pluralisti: Empedocle e Anassagora

6. 1. Empedocle

Il grande filosofo greco nacque nel 492 circa; si atteggiò a profeta e a taumaturgo; come medico (è ritenuto il fondatore della scuola medica siciliana) pare sua la scoperta del labirinto dell'orecchio interno; e fu forse maestro di Gorgia l'oratore. E Timeo dice che fu allievo di Pitagora (VI - V secolo a.C.) . Non sono da trascurare le sue doti di poeta, nell'utilizzo del metro della tradizione epica, e di fisico. " (...) coloro che presso i Greci vengono chiamati 'fisici', dovremmo chiamarli anche poeti, perché il fisico Empedocle scrisse un eccellente poema". (Cicerone, De Oratore, I, 217) "Si tramanda che il rapsodo Cleomene abbia recitato in Olimpia proprio il suo poema, le Purificazioni: lo attesta anche Favorino nelle sue Memorie". (Diogene Laerzio; VIII, 63). Di nobile famiglia, patteggiò tuttavia per gli esponenti democratici, di cui fece parte nel governo della città grazie alla scomparsa del tiranno Terone nel 472 ed alla cacciata del di lui figlio Tisandro. In gioventù "vinse una corsa di cavalli ad Olimpia" (Ateneo, 3, e). Ma parrebbe che Ateneo confonda tale gesto con quello compiuto dal nonno del poeta, che portava lo stesso nome. Il padre fu invece Metone, leggiamo in Diogene Laerzio (VIII, 51). "Successivamente Empedocle abolì anche l'assemblea dei Mille, costituita per la durata di tre anni, sì che non solo appartenne ai ricchi, ma anche a quelli che avevano sentimenti democratici. Anche Timeo nell'undicesimo e nel dodicesimo libro - spesso infatti fa menzione di lui - dice che Empedocle sembra aver avuto pensieri contrari al suo atteggiamento politico. E cita quel luogo dove appare vanitoso ed egoista. Dice infatti: 'Salvete: io tra di voi dio immortale, non più mortale mi aggiro'. Etc. Nel tempo in cui dimorava in Olimpia, era ritenuto degno di maggiore attenzione, sì che di nessun altro nelle conversazioni si faceva una menzione pari a quella di Empedocle. In un tempo posteriore, quando Agrigento era in balìa delle contese civili, si opposero al suo ritorno i discendenti dei suoi nemici; onde si rifugiò nel Peloponneso ed ivi morì (VIII, 66, 67; op. cit.). Doveva essere il 432 a.C.; durante la sua permanenza in Elea conobbe Parmenide ed il poeta di Ceo Simonide. Ma ad Agrigento circolavano anche le idee di Pitagora e Senofane, Eraclito e i medici Pausania (suo allievo prediletto) e Acrone; ed Empedocle seppe superare gli influssi di tale scuole con la sua personalità con la sua visione della realtà dei quattro classici elementi dell'acqua, dell'aria, del fuoco e della terra. "Gli uomini non sanno comprendere queste cose né cogli occhi né con le orecchie e neppure con la mente" (Diogene Laerzio; IX, 73). "Deboli poteri infatti sono diffusi per le membra; molti mali repentini, che ottundono i pensieri. Scorgendo una misera parte della vita nella loro vita di breve destino, come fumo sollevandosi si dileguano, questo solo credendo, in cui ciascuno si imbatte per tutto sospinti, si vantano di scoprire tutto; così queste cose non sono vedute, né udite dagli uomini, né abbracciate con la mente. Tu dunque, essendoti qui straniato, non saprai di più di ciò a cui si solleva la mente umana". (Sesto Empirico; in I Presocratici, testimonianze e frammenti; Laterza; 1994)

Gli elementi non hanno origine, secondo l'ideale di Parmenide, ma possono modificare le loro caratteristiche sotto la spinta dell'Amore unificatore, o della Discordia disgregatrice: "Due forze che reggono la terra, ieri sono state e domani pur saranno". All'uomo non resta che adeguarsi, e vivere una esperienza dopo l'altra, per conoscere la realtà fatta dal molteplice, e dall'insieme di innumerevoli singoli elementi. Vivere le esperienze della natura rende l'uomo sempre più simile ad essa, e può comprenderla alfine dall'interno: grazie anche alla metempsicosi. Ciò lo apprendiamo dai frammenti dei suoi lavori giuntici: 111 del poema Della natura e pochi delle Purificazioni.

    "Le sue opere Della natura e le Purificazioni si estendono per cinquemila versi, il Trattato sulla medicina per seicento righe. Delle tragedie abbiamo già detto" (VIII, 77).

    "Concordando quindi con Empedocle: 'Non vi fu perciò nessuna guerra di dei o frastuono di battaglia, neppure fu Zeus loro re, né Crono, né Poseidone, solo Cipride bensì fu loro regina. Essa viene appagata dalla gente, con offerte devote d'animali dipinti, e balsami riccamente profumati, con sacrifici di pura mirra e fragante incenso, mentre stendono sul terreno libagioni dal giallo miele di favo'". (Ateneo; 510, c; op. cit.).
    Altri lavori dei quali sappiamo solo i titoli sono Politica, Della medicina, Proemio ad Apollo, pur se di incerta attribuzione. Un lavoro sulle guerre persiane pare sia stato distrutto per sua volontà non piacendogli. La sua fede nel valore dell'esperienza - che ci ricorda l'ideale di secoli a noi più vicini - lo condusse a potersi ritenere depositario di conoscenze taumaturgiche: "Uomini e donne mi lodano seguendomi in massa, domandando a me la parola che sana le numerose malattie che trafiggono ogni ora le carni". Con disagio lo potremmo definire anche un santone, per le guarigioni fatte che la voce della leggenda tramanda con altre: una dice che egli si gettò nel cratere dell'Etna, per liberarsi infine del corpo ormai ingombrante o far credere con la sua sparizione di essere stato assunto tra gli dei. Il cratere (riferisce Diogene Laerzio, VIII, 69) rigettò uno dei suoi sandali bronzei. Un'altra leggenda lo vuole sparire in un gran bagliore notturno, dopo aver fatto resuscitare una donna (Idem, VIII, 68). Di certo abbiamo che egli formulò per primo la teoria dei quattro elementi, base di tutte le cose, e sottoposti alle due forze che, a periodi, dominano l'universo o fondendo tutto in un unicum o separando i 4 elementi; consentendo l'esistenza del mondo come lo vediamo e lo viviamo durante i periodi di lotta tra i due: Amore e Odio. Come egli vedeva sé stesso? "E' scritto nel fato che chiunque macchi il suo corpo di sangue, o sia infame seguendo l'esempio di Odio, andrà errando diecimila anni lontano dagli uomini felici, nascendo di volta in volta sotto le sembianze di ogni essere vivente, soffrendo le varie pene d'ogni diversa specie vivente. La forza dell'aria li lancia nel mare, e il mare li scaraventa nella terra e la terra li butta nelle fiamme del sole che, a sua volta, li rimette nell'aria per essere ancora respinti da tutti gli elementi. Uno di costoro sono io, fuggendo gli dei e vagando a colpa della mia fede per l'Odio".  Ed ancora:"Già un tempo io nacqui fanciullo e fanciulla, arboscello e uccello e pesce ardente balzante fuori dal mare". E si narra di qualche miracolo da lui compiuto: "Scoppiata una pestilenza fra gli abitanti di Selinunte per il fetore derivante dal vicino fiume, sì che essi stessi perivano e le donne soffrivano nel partorire, Empedocle pensò allora di portare in quel luogo a proprie spese (le acque di) altri due fiumi di quelli vicini: con questa mistione le acque divennero dolci. Così cessò la pestilenza e mentre i Selinuntini banchettavano presso il fiume, apparve Empedocle; essi balzarono, gli si prostarono e lo pregarono come un dio. Volle poi confermare quest'opinione di sé e si lanciò nel fuoco". (VIII, 70).

6. 2. Anassagora

Anassagora nacque a Clazomene, nella parte ionica dell'Asia minore, intorno al 500 a.C. Fu considerato un seguace dello ionico Anassimene, tuttavia sembrò in qualche modo subire l'influenza dell'eleatismo, dunque della dottrina parminidea, secondo la quale solo ciò che è, mentre il non essere non è, dunque dal nulla non viene alcunchè. Anche Anassagora, come Empedocle, afferma dunque che nessuna cosa nasce, nel senso di uscir fuori da nulla, o perisce, nel senso che svanisce nel nulla. Tutto è frutto di una composizione di materiale preesistente; tutto, per così dire, viene riciclato in un nuovo materiale. 
Come si vede, siamo con Anassagora, ad una prosecuzione della "fisica" inaugurata da Talete.
L'eleatismo vero e proprio, d'altro canto, viene superato con il riconoscimento della pluralità degli elementi che compongono la realtà. Questi sono i "semi" di tutte le cose, cioè particelle microscopiche, le quali, a differenza che in Empedocle, sono in numero infinito. Secondo Anassagora ogni seme corrisponde agli oggetti che vediamo nel mondo quotidiano. Pertanto vi sono i semi di "oro", semi di "carne", semi di "osso" e così via. Aristotele scrisse di questa dottrina che essa prevede che le cose siano costituite di particelle (mère) simili (hòmoia), cioè della stessa qualità. Pertanto la dottrina di Anassagora è nota come dottrina delle omomerie, cioè dei semi simili. Ma se vi sono semi simili, che tradotto in termini moderni potrebbe equivalere a molecole e cellule, ogni cosa, ogni ente compiuto è tuttavia composto di diversi elementi. Pertanto si potrebbe dire che "tutto" è in tutto e che sembra che Anassagora lo abbia proprio affermato. Ciò era dovuto, per Anassagora, al fatto che all'inizio tutte le cose erano mescolate insieme in un magma immaginario.
Qui è chiara la derivazione del pensiero di Anassagora da quello di Anassimandro.
Solo in un secondo tempo esse si separarono a causa di un moto rotatorio primordiale che provocò l'aggregazione dei semi tra loro simili, formando in tal modo, gli elementi.
Aristotele rilevò anche che la separazione iniziale per Anassagora era irreversibile, mentre per Empedocle era ciclica, come nelle dottrine di origine indo-ariana, ovvero una fase di separazione si alternava ad una fase di riunificazione, e ciò all'infinito.
Come è evidente, da ciò conseguono due diverse teorie del tempo: quello ciclico in Empedocle e quello rettilineo-irreversibile in Anassagora. A buona ragione Anassagora è dunque anche stato considerato come il fondatore della historia della natura, ovvero della descrizione-narrazione della storia dell'universo alle origini. Ma qui giova ricordare anche che Anassagora studiò fenomeni quali la folgore, il tuono, l'arcobaleno, il terremoto fornendo spiegazioni del tutto inedite. Il motivo per il quale Aristotele considerò Anassagora come il filosofo più intelligente tra tutti quelli precedenti a Platone va tuttavia cercato nella ricerca di una causa per la quale le omomerie si separarono. Sarebbe come se oggi uno scienzato moderno non si limitasse a prendere atto del big bang, ma riuscisse a spiegare il vero motivo per il quale si verificò, se secondo un "piano" oppure per "caso".
Anassagora disse che la separazione fu voluta da un "intelletto" puro, non mescolato alle cose, non composto di semi, dotato di conoscenza di tutto e di dominio su tutto.
Tale intelletto, il nous, è quindi causa dell'ordine cosmico, e pur essendo esso stesso "materiale" (Aristotele direbbe "sostanziale") è profondamente diverso dai semi delle altre cose.
Predicare l'esistenza di questa intelligenza universale che tutto ordina, ma al di fuori del mito, cioè di una dottrina religiosa - superstiziosa, significava comunque escludere che il caso fosse all'origine dell'universo e quindi porsi in una prospettiva deterministica.
Anassagora, in altre parole, è una prova ulteriore del fatto che anche la scienza e la ragione possono portare, se non a Dio, comunque ad un riconoscimento che niente succede per caso, e che è solo la nostra ignoranza da un lato, e la nostra supponenza intellettuale dall'altro, a portarci, a parlare di caso.
Platone, tuttavia, si dichiarò deluso per l'uso che Anassagora faceva dell'intelletto. Egli sarebbe infatti limitato a porre in evidenza l'esistenza di una causa prima e razionale di tutti i fenomeni, guardandosi però dal farla intervenire nella spiegazione concreta dei fenomeni. Tale critica venne esplicitata nel Fedone, laddove Socrate racconta la delusione provata leggendo il trattato sulla "fisica" di Anassagora.
Socrate infatti non trovò, nell'ordine instaurato dall'intelletto, il motivo per il quale le cose "devono" essere in un certo modo piuttosto che in un altro e la "spiegazione di ciò che è meglio per ciascuna, ed il bene che è comune a tutti". In Anassagora pare vi fosse inoltre una vera e propria teoria della conoscenza.
In essa, diversamente da quella elaborata da Empedocle, per la quale è "il simile che conosce il simile", Anassagora affermò che si conosce attraverso la sensazione dei "contrari".
Ed egli partì dalla considerazione che il conoscere è una sensazione passiva, un "patire".
E pose come esempio il fatto che solo perchè il nostro organismo è caldo che noi conosciamo il freddo e, viceversa, è solo perchè il nostro organismo è freddo, che noi conosciamo il caldo.
In sostanza per Anassagora l'uomo conosce perchè sa usare intelligentemente i dati dell'esperienza, cioè i vissuti psichici, andando però oltre l'esperienza sensibile e organizzando questi dati in forma logica. In questo quadro, dunque, vi sarebbero due forme d'intelligenza, quella passiva e quella attiva.
Una recepisce e l'altra organizza attivamente i materiali. Questa concezione sarà poi sviluppata da Aristotele. In questo quadro ancora Anassagora rifletterà sui problemi della produzione della tecnica, cioè dell'arte di fare; purtroppo i frammenti in nostro possesso non ci consentono di ricostruirne il pensiero. Osiamo credere che quelle osservazioni abbiamo tuttavia rappresentato l'anello mancante alla filosofia di Aristotele, cioè una compiuta osservazione sui problemi della manualità e del lavoro. La famosa affermazione per la quale secondo Anassagora, "l'uomo è il più sapiente di tutti i viventi perchè ha le mani", cioè in grado di fare le cose, di produrre mezzi della propria sussistenza, anzichè beccarli e razzolarli come un noto animale bipede e politico dei nostri pollai, fu confutata da Aristotele con il rovesciamento dell'argomentazione: è perchè l'uomo è più sapiente che ha le mani e non viceversa.
Per Anassagora, in sostanza, l'uomo è quel che è, non una gallina, in quanto ha le mani, e facendo esperienza di questi strumenti, utilizzandoli, egli evolve.
Il che suona conferma alla sua concezione del tempo e dell'evoluzione culturale da un lato, ma non perviene affatto a supporre che l'uomo, all'inizio della vita potesse anche non esistere.
C'è quindi uno scarto tra il naturalismo di Anassagora e la sua mancata intuizione dell'evoluzionismo.
Per Aristotele, al contrario, l'affermazione potrebvbe anche essere intesa in senso evolutivo, se non predarwiniano.
Cioè: in quanto più sapiente, più intelligente, più motivato ad evolversi, la specie animale "uomo" nel corso del tempo è riuscita non solo ad avere le mani, come le scimmie, ma ad usarle in un certo modo, e quindi a svilupparle ulteriormente. Non c'è alcun testo, che sappia io (unico indizio la ciazione di Censorino in Anassimandro), che confermi questa mia suggestione. Tuttavia mi pare l'unica plausibile a giustificazione di questa affermazione di Aristotele, il quale, se dice qualcosa, lo dice sempre per un motivo preciso. L'insistenza dello stagirita sui temi dell'abitudine in campo etico, de resto, mi sembra anche in questo caso un buon argomento a supporto di una concezione evolutiva, se non evoluzionistica.
In questo senso, pertanto, l'affermazione di Aristotele, si potrebbe anche intendere così: tutti gli uomini hanno le mani, ed anche alcuni animali, tra i più intelligenti, come le scimmie le hanno. Ma l'uomo più intelligente è quello che le sa usare, ed è perchè è intelligente che le sa usare in modo molto più evolutivo delle scimmie. Altrimenti avrebbe avuto più ragione, come del resto avrebbe tuttora ragione, Anassagora.
In quel senso particolare l'uomo è più intelligente perchè fa cose che gli altri animali bipedi e non bipedi, non sanno fare, e questo perchè usa le mani.

Anassagora, per tutta la vita, si disinteressò di politica e si occupò di ricerche che potremmo definire "scientifiche".
Gli scienziati e gli empiristi logici, tuttavia, avrebbero molto da eccepire sulla scientificità di Anassagora perchè la dottrina del nous, cioè dell'intelligenza cosmica che tutto ordina, è ovviamente "metafisica", anche se noi ci rifiutiamo di credere che sia il frutto di una semplice, geniale intuizione.
Come già in Anassimandro, anche in Anassagora, l'affermazione è il risultato di una riflessione sulle ricerche compiute e sulla constatazione che anche la vita della natura, così come la fisica dell'universo segue regole e leggi. Disinteressarsi di politica, tuttavia, non significò per Anassagora, come non significa in generale, disinteressarsi dell'uomo e di ciò che è meglio per lui.
La via "ionica", cioè la via scientifica della spiegazione fisica del perchè il mondo è così, trovò in Anassagora il suo culmine e in parte questo culmine "culminerà" anche in Aristotele, il quale, come scrisse lo Jaeger, fu il solo legittimo erede della tradizione ionica di Talete, Anassimandro, Anassimene e Anassagora e dello spirito di emancipazione che emanava. Non fu del resto un caso che l'opera di scienziato di Anassagora si spostò ben presto dalla nativa Clazomene ad Atene, dove visse per circa trent'anni, nella "felice" (si fa per dire) e democratica età di Pericle, del quale fu maestro, amico e consigliere. Qui infatti trovò le migliori condizioni per esercitare i suoi studi e attraverso questi contribuì in maniera irreversibile (termine certamente consueto in Anassagora) ad alimentare il rinnovamento culturale di Atene. Egli scrisse certamente un trattato "Sulla natura" sul quale si affaticò anche Socrate, che fu suo allievo, o quanto meno, uditore e lettore. Purtroppo, a riprova che la scienza non gode nè dei favori popolari nè della approvazione delle forze più retrive e superstiziose, in particolare dei centri religiosi e "magici" di ogni sorta, Anassagora fu accusato dagli Ateniesi di empietà per aver affermato che il "sole non è un dio, bensì una pietra infuocata". Per tale accusa fu processato e condannato a morte, ma l'intervento di Pericle consentì la commutazione della pena in esilio. Morì a Lampsaco nel 428 a.C., ovvero lo stesso anno della nascita di Platone. (G. Marenco)