3. Pitagora e la scuola pitagorica

 

 

3.1. Pitagora

Aristotele presentava un Pitagora autore di miracoli e profeta religioso, contrapponendo la propria interpretazione a quella dei platonici, i quali facevano di lui il fondatore della filosofia matematica e della matematica stessa, anche se Platone era stato molto freddo nei suoi confronti. La speculazione neoplatonica fuse i due aspetti della tradizione e, nella cultura corrente, l'immagine di Pitagora come guida religiosa, filosofo dell'anima e insieme teorico della matematica è diventata popolare. Ma già Zeller separava il personaggio Pitagora, con le sue leggende e il suo significato religioso, dalle teorie filosofiche che, sicuramente a partire da Aristotele, ai pitagorici venivano attribuite. I rapporti tra l'aspetto religioso e quello filosofico del pitagorismo, da un lato, e tra Pitagora e i pitagorici, dall'altro, costituiscono i termini del problema pitagorico.

La storiografia più sofisticata ha cercato di eliminare del tutto la costruzione neoplatonica e almeno la matematica pitagorica è stata messa da parte come una faccenda sospetta. Tuttavia le restaurazioni di un pitagorismo unitario, al di là dei dubbi di Zeller, sono state numerose e non si è rinunciato a considerare Pitagora come il vero fondatore della teoria dell'anima. L'affermazione del primato dell'anima sul corpo, con la trasformazione della psychè da semplice principio vitale materiale, simile al respiro, in una vera e propria sostanza spirituale, è stata considerata la svolta che segna il principio della filosofìa greca. Questa non incomincerebbe con Talete e i naturalisti ionici, come aveva creduto Aristotele, ma semmai con Pitagora; e sarebbe non la ricerca di una spiegazione dei fenomeni, ma la scoperta della spiritualità. Per Nietzsche la cultura greca non poteva essere ridotta interamente alla razionalità rappresentata dalla filosofia e dal suo spirito apollineo, in irriducibile contrasto con lo spirito dionisiaco, che si realizza nella poesia e nella musica. Però proprio un amico e seguace di Nietzsche, come Erwin Rohde, riportava anche la filosofia greca sotto il segno di Dioniso, facendo del pitagorismo una filosofia dell'anima e di Pitagora la personificazione di Apollo e un tipico rappresentante della religione iniziatica di Dioniso. In questa prospettiva la filosofia pitagorica, staccata dall'interpretazione geometrica, è stata avvicinata sempre più spesso a una forma di pratica religiosa. Il personaggio Pitagora è stato accostato allo sciamano, cioè alla figura dell'uomo che, presso le popolazioni siberiane, sa staccarsi dal corpo, sa vivere una vita dell'anima e stabilire contatti con i morti. Così il lavoro di Aristotele è stato usato in modo diverso dai suoi intendimenti. Egli forse credeva di disinnescare il pitagorismo dell'Accademia. La sua presentazione di Pitagora è stata presa sul serio, ma per mostrare che proprio in quel pitagorismo si poteva trovare la radice della filosofia.

Attraverso il pitagorismo i rapporti tra cultura greca e culture esterne potevano esser visti pur sempre come una forma di importazione, ma non tanto di miti e interpretazioni della natura dalla mitologia fluviale egiziana o mesopotamica oppure dall"astronomia' babilonese, quanto di esperienze di tipo religioso scese da Settentrione. Tuttavia il riferimento alle culture nordiche si rivelò ben presto problematico quanto il rinvio all'Egitto e alla Mesopotamia, se non di più: sullo sciamanesimo settentrionale e sulla sua penetrazione in Grecia si avevano soprattutto congetture. La teoria dello sciamanesimo è ora guardata con diffidenza. Ma attraverso queste esperienze storiografiche gran parte delle dottrine filosofiche, matematiche, astronomiche attribuite a Pitagora e al pitagorismo originario è stata messa in dubbio.

Da tutto ciò è nata la convinzione che il pitagorismo andasse collocato all'interno della religiosità greca. Lo studio degli autori milesi aveva suggerito la contrapposizione di mito, inteso come spiegazione primitiva, e filosofìa, intesa come spiegazione razionale. Con il pitagorismo il mito stesso sembrava diventare la matrice della filosofìa, anche perché esso era considerato non più come una forma di spiegazione, ma come lo scenario degli atti religiosi, che da senso a cerimonie e regole di comportamento, le quali a loro volta suscitano miti. Cambiava del tutto la concezione della filosofìa, che non doveva dare spiegazioni ma fornire salvezza, non necessariamente in concorrenza con la religione. (Cfr. Ousia.it)