2. I primi filosofi Naturalistici presocratici

2.1. Talete

Storicamente difficile da definire è la figura di Talete di Mileto, il più antico tra i sapienti della Ionia di cui ci sia giunta notizia. Sappiamo che  è vissuto a Mileto probabilmente nella prima metà del sec. VI a.C. e non ha lasciato nulla di scritto. Le testimonianze di Aristotele e Diogene Laerzio lo fanno considerare l'iniziatore della filosofia della natura, o physis, e più in generale della filosofia in senso lato, perché è il primo a porsi un problema di portata universale al quale cerca di rispondere in base ad un'argomentazione: si chiede infatti qual è l'origine del tutto e dà una risposta di tipo esclusivamente razionale e non mitico-religiosa, ricercando un unico principio generale da cui dedurre induttivamente la spiegazione di tutti i fenomeni naturali. All'origine del tutto, come archè, Talete pone l'acqua, constatando che l'umidità, poiché è presente in tutte le cose, si presta a essere considerata sia come il costituente, sia come il fondamento di tutte le realtà. Talete attribuisce al principio-acqua carattere divino, affermando, per esempio, che "tutto è pieno di dei", ribadendo il concetto della sua ubiquità e originarietà. Inoltre se tutto è costituito dall'acqua, tutta la natura è intrinsecamente animata (ilozoismo), non esistendo distinzione fra esseri animati e inanimati. In lui convergono numerose tradizioni che ne mettono in luce di volta in volta le conoscenze matematiche e astronomiche, l'abilità politica, la sapienza religiosa, al punto che il suo nome diventò proverbiale per indicare un uomo di sterminata cultura e fu sempre citato per primo nel gruppo (per altro poco definito) dei «sette sapienti».

2. 2. Anassimandro

Nel contesto dei presocratici e dei Milesi si colloca insieme a Talete anche Anassimandro, che nacque a Mileto nel 610 circa a.c. e morì intorno alla metà del sesto secolo: la tradizione vuole Anassimandro discepolo di Talete; dato che a quei tempi non c'erano le scuole, si doveva trattare di un vero e proprio rapporto di disdcepolato personale. Senz'altro Anassimandro ha preso qualcosa da Talete: egli infatti si cimenta nella ricerca di un solo principio e per di più che ha a che fare con l'acqua (sebbene non sia proprio acqua pura). Anassimandro scrisse un'opera in prosa (Sulla natura): la poesia cessa di essere l'unico veicolo o, comunque, il veicolo per eccellenza per trasmettere le conoscenze sull'universo e sugli uomini. Ciò non toglie, tuttavia, che lo stile prosastico da lui impiegato non concedesse ampi margini ad un linguaggio immaginifico e poetico, volto ad accattivarsi l’attenzione dei lettori. Di tutta la sua opera, però, possediamo un solo frammento, peraltro difficile da contestualizzare. Se ci basassimo solo su questo frammento, Anassimandro ci sembrerebbe interessato solamente di cosmogonia. Però tramite varie testimonianze ci è possibile comprendere che in realtà Anassimandro si interessava di parecchie cose e la sua opera doveva spaziare nei campi più vasti. A quei tempi il suo libro sarebbe senz'altro stato catalogato come di "storia" (dove la parola storia assume un significato differente da quello che comunemente le attribuiamo: tale parola è infatti riconducibile alla radice eid-, a sua volta riconducibile al verbo greco oraw , vedere ), ossia di descrizione del mondo: l'opera iniziava con una cosmogonia (da cui è tratto il frammento che ci è pervenuto) in cui Anassimandro cercava di dare una spiegazione all'origine dell'universo e poi proseguiva con una cosmologia, dove egli spiegava la struttura dell'universo. La sua opera non si limitava alla cosmologia e alla cosmogonia (che però senz'altro dovevano essere le parti più filosofiche), ma toccava anche altri argomenti. Ad Anassimandro viene tra l'altro attribuita la prima cartina geografica del mondo allora conosciuto e l'invenzione dell'orologio solare: in tal modo spazio e tempo diventano entità descrivibili e misurabili; l'universo e il tempo in cui si scandisce la sua vicenda possono uscire dalla dispersione e essere ricompresi in una prospettiva unitaria. Oltre alle questioni di ordine stilistico, la grande innovazione apportata da Anassimandro risiede nell’aver individuato l’arch non già in un qualcosa di materiale ed empiricamente constatabile (al pari dell’acqua di Talete), bensì una realtà soprasensibile, forse in base al ragionamento che l’arch non può essere una sola delle entità visibili, ma piuttosto un qualcosa da cui tutte scaturiscano. Per questa via, Anassimandro passa dal visibile all’invisibile. Tale arch invisibile è da lui ravvisato nell’apeiron, ovvero – letteralmente – in "ciò che non ha limiti" (a + peraV). Questo "illimitato" trova una sua collocazione fisica alla periferia di un universo sferico al cui centro è posizionata la Terra, dotata di forma cilindrica ed equidistante dalla periferia (essa è dunque in perfetto equilibrio nella sua immobilità, senza bisogno di alcun sostegno, nemmeno dell’acqua supposta da Talete). Dall’apeiron si generano in primis le "qualità contrarie" (caldo/freddo, secco/umido, ecc), ossia gli elementi, giacchè alla natura di ciascun elemento corrisponde una data qualità (così al fuoco corrisponde il caldo, all’acqua il freddo, ecc). In questo senso, allora, l’apeiron manca, oltre che di limiti, anche di qualità: proprio da questo sostrato aqualitativo nascono i quattro elementi costituenti la realtà. Non è un caso che, nell’universo, ogni cosa sia dotata di limiti precisi: dalla realtà illimitata (apeiron) nascono tutte le cose e ciascuna di esse diventa col nascere il limite di tutte le altre (tant’è che nel definirla non facciamo che distinguerla dalle altre. In realtà la parola apeiron è intraducibile a causa della sua polisemia e si preferisce non tradurla: in essa ci sono infatti troppi sottintesi e significati per cui scegliendone uno (che può benissimo essere corretto) se ne tagliano automaticamente fuori altri altrettanto corretti. I due significati principali della parola sono "infinito" e "indefinito", il primo con valenza quantitativa, il secondo con valenza qualitativa. Per Anassimandro, però, entrambe i significati erano allo stesso modo contenuti nel termine apeiron. Ora dobbiamo meglio spiegare perchè Anassimandro abbia scelto come principio proprio l'apeiron: il principio è quel qualcosa da cui deriva tutta la realtà, quel qualcosa dove tutta la realtà va a finire e quel qualcosa in cui tutta la realtà permane. Se il principio è quindi ciò da cui deriva tutto il resto, Anassimandro deve aver pensato che esso deve essere una fonte inesauribile di tutto, senza fine. Già Talete a suo modo aveva effettuato un ragionamento del genere: l'acqua era per lui il principio di tutto perchè non aveva caratteristiche e poteva di conseguenza assumerle tutte. L'introduzione dell'apeiron rappresenta un grandissimo passo verso l'astrazione: esso ancora più dell'acqua non ha caratteristiche; però per Anassimandro l'apeiron non è solo infinito, ma anche indeterminato (indefinito): egli è convinto che il principio non debba avere alcuna caratteristica e quale è la cosa che ha meno caratteristiche dell'infinito? Anassimandro quindi si distacca da Talete: l'acqua non è più il principio, ma è parte integrante dell'apeiron . Riportiamo ora il celebre frammento di Anassimandro : "principio delle cose che sono è l’illimitato… donde le cose che sono hanno la generazione, e là hanno anche il dissolvimento secondo la necessità. Infatti esse pagano l’una all’altra la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo" . Mentre per Talete era implicito che la materia fosse dotata di movimento, per Anassimandro è esplicito: in realtà a parlarci di Anassimandro e a riportare il suo frammento è un filosofo minore di nome Simplicio: è difficile tradurre e capire che cosa egli intendesse dire. Sembra quasi volerci dire che Anassimandro sia stato il primo ad introdurre il fattore movimento, ma probabilmente Simplicio voleva soltanto dire che Anassimandro è stato il primo ad usare la parola "arkè" in senso filosofico, con la valenza di principio. In quell’unico frammento di Anassimandro conservatosi fino a noi il limite è descritto in termini di ubriV, ossia di violenza e di prevaricazione delle cose fra loro, una sorta di ingiustizia di cui le cose pagano il fio con la distruzione (al che provvede il processo del nascere e del perire): sulla scia di Talete, Anassimandro fa leva sul senso comune, spiegando l’ingiustizia cosmica attraverso le ingiustizie che patiamo quotidianamente. Anassimandro ha poi aperto prospettive molto moderne: il concetto di infinito per esempio ricorre spesso anche nella nostra società. Anassimandro arrivò a dire che il nostro universo è un qualcosa di infinito: a noi pare ovvio, ma si è per lungo tempo pensato che fosse finito: questa concezione di finitezza dell'universo si era radicato ai tempi dei Pitagorici, che avevano attribuito al termine "infinito" una connotazione fortemente negativa e confusionaria. Anassimandro diceva che il mondo era nato e che prima o poi sarebbe morto: Aristotele invece diceva che il mondo esistesse da sempre e che sarebbe sempre esistito. Per Anassimandro il nostro mondo non è il solo nell'universo: per lui l'intera realtà universale è cosparsa di mondi come il nostro. Egli concepiva l'universo come un oceano di apeiron con sparsi qua e là infiniti mondi come il nostro. Questi mondi erano per lui realtà definite e tra l'uno e l'altro c'era l'apeiron. Ma che cosa è che dà vita ai vari mondi, che fa sì che si stacchino dall'apeiron primordiale? Per Anassimandro è il movimento che consente la separazione dei mondi dall'apeiron. Probabilmente mentre effettuava questi ragionamenti aveva in mente i mulinelli dell'acqua: se sulla superficie ci sono corpi galleggianti (pagliuzze, rametti ...) a causa della densità si separano gli uni dagli altri. Così anche nell'apeiron ci potevano essere vortici in grado di separare i vari contrari. Infatti l'apeiron è tale proprio perchè tutto è mescolato e finisce per essere indistinto: infatti caldo-freddo, secco-umido etc. se mescolati sono indefiniti. E' il movimento che riesce a separarli. Ma non è un movimento qualunque: quello dell'apeiron infatti è un movimento capace di generare e di separare. Infatti di per sè nell'apeiron i contrari non esistono ancora: vengono successivamente generati dai vortici. Questa è la cosmogonia anassimandrea: esaminiamo ora la cosmologia, vale a dire l'assetto del mondo. Anassimandro non ci parla ancora di caldo e di freddo in modo astratto, ma li identifica nell'acqua e nel fuoco, ossia in sostanze concretamente esistenti. Egli ci fa notare che il rapporto tra i contrari è conflittuale: per lui al centro del mondo c'è l'acqua fredda, in periferia il fuoco caldo: essi tendono a scontrarsi costantemente. Il fuoco fa evaporare l'acqua marina con una duplice conseguenza: la formazione di sale e di vapore acqueo. Il sale sta a rappresentare la terra, il vapore acqueo l'aria. Va senz'altro notato che Anassimandro era particolarmente attento e sensibile alle questioni di evaporazione perchè a Mileto vi erano grandi paludi e doveva quindi essere un fenomeno molto diffuso. Quindi per lui al centro c'era l'acqua, in periferia il fuoco ed in una periferia ancora più periferica una corona in cui aria e fuoco si mescolavano. La luna ed il sole non sono nient'altro che "buchi" in cui è possibile scorgere questa corona di periferia. Senz'altro per la sua cosmologia Anassimandro deve aver preso spunto dal funzionamento della pentola a pressione. Il fuoco attacca l'acqua causandone l'evaporazione, ma essa si "vendica" attaccando la corona periferica e smantellandola. Questa sua strana idea del fuoco che agisce a discapito dell'acqua deve essergli derivata dal fatto che egli scorgeva spesso fossili marini a chilometri di distanza dal mare o addirittura sui colli: significava quindi che vi era un'evaporazione costante e che il fuoco "rosicchiava" sempre più terreno all'acqua facendola evaporare. Oltre a notare l'interesse di Anassimandro per gli aspetti comuni della vita, gli va senz'altro riconosciuto il merito di aver capito che cosa fossero i fossili (cosa che non aveva invece capito Aristotele) . Quindi per lui il nostro mondo sarebbe finito quando il fuoco sarebbe riuscito a far evaporare tutta l'acqua (che , come aveva notato Talete, è davvero fondamentale per la vita). Per Anassimandro un contrario non può vivere da solo, quindi la scomparsa dell'acqua decreterebbe anche quella del fuoco e del mondo intero. Il mondo, una volta finito, sarebbe ritornato nell'apeiron e lì ne sarebbe poi nato uno nuovo. Sempre a riguardo della cosmologia anassimandrea, va ricordato che egli non pensava che la terra fosse rotonda nè che fosse in movimento: la immaginava come il tamburo di una colonna. Per lui la terra sarebbe ferma semplicemente per il fatto che non avrebbe nessun motivo di muoversi: è al centro di tutto e quindi perchè mai dovrebbe spostarsi? Torniamo ora al frammento a noi giunto: l'espressione "secondo l'ordine del tempo" non si è sicuri che sia effettivamente anassimandrea. E' chiaro che quando dice "da dove hanno origine, hanno fine" allude all'apeiron: il mondo, una volta finito torna, nell’apeiron. Poi egli parla di "ingiustizia": essa consiste sia nel distacco dall'apeiron del mondo (che può essere visto come una sorta di peccato originale ) sia (soprattutto) nel conflitto che oppone un contrario all'altro. A riguardo dell'idea del peccato originale dobbiamo riallacciarci alla religione orfica, che vedeva la nascita dell'uomo come una colpa originaria: la vita sulla terra è sia l'effetto della colpa sia la punizione. Anassimandro estende questa concezione all'intero mondo: il distaccamento dall'apeiron è un peccato: i contrari stessi, opponendosi, commettono una sorta di peccato nei confronti dell'apeiron. E' interessante l'espressione "secondo necessità": dà l'idea che le cose avvengano secondo un ordine preciso e non casualmente. Comincia a subentrare un primo e rudimentale concetto di "legge naturale" con il "secondo necessità". Si può riscontrare nella visione del mondo di Anassimandro un forte pessimismo legato alla tradizione orfica . Anassimandro nel suo scritto, oltre a dedicarsi alla cosmologia e alla cosmogonia, si dedica anche alla biologia e alle prime forme di vita: egli - così ci dice una testimonianza di Aezio - sostiene che i primi viventi furono generati dall'umido (va senz'altro notato come Anassimandro sia influenzato da Talete e alle sue dottrine che vedevano l'acqua protagonista della realtà), avvolti in membrane spinose e che col passare del tempo approdarono all'asciutto e, spezzatasi la membrana, mutarono in fretta il genere di vita. Per lui dalla terra e dall'acqua riscaldate nacquero o dei pesci o comunque degli animali molto simili ai pesci; in questi concrebbero gli uomini ed i feti vi rimasero rinchiusi fino alla pubertà. Quando questi si spezzarono, allora finalmente ne uscirono uomini e donne che potevano già nutrirsi. Sembra quasi che in un certo senso anche per Anassimandro il vero principio sia l'acqua. (Filosofico.net)

 

2. 3. Anassimene

Generalmente Anassimene viene collocato, insieme a Talete e ad Anassimandro, nel contesto dei "milesi", vale a dire i filosofi della città di Mileto, nella Ionia Minore: egli visse poco dopo il VI secolo a.C. Con Anassimene, la filosofia in terra di Ionia compie un passo indietro: anch’egli autore di un’opera in prosa intitolata Sulla natura, abbandona l’indagine "astratta" intrapresa da Anassimandro e torna alla ricerca di un unico principio materiale, che egli individua non già nell’acqua, bensì nell’aria. Quanto anche la sua sia una filosofia del senso comune lo si può facilmente arguire dall’importanza rivestita dall’aria per la nostra vita, in particolare per la respirazione: secondo Anassimene, l’aria opera a livello cosmico come a livello umano, cosicché essa dà origine e tiene in vita tanto gli uomini quanto l’universo nel suo insieme. Per spiegare il processo di derivazione degli elementi (terra, acqua, fuoco) dall’aria, egli fa riferimento a due processi contrari: la rarefazione e la condensazione. L’acqua riscaldata, infatti, si trasforma in aria, e così via. In questa maniera, le trasformazioni del mondo vengono spiegate come trasformazioni dell’aria, giacchè tutte le cose costituenti l’universo non sono che aria in un diverso grado di densità. Come i suoi due colleghi , anche Anassimene individua un unico principio dal quale sarebbe derivato tutto il resto. Mentre Talete scelse l'acqua e Anassimandro l’apeiron, Anassimene afferma che tutto deriva dall'aria. Si possono avanzare ipotesi sul motivo di questa scelta: in fondo l'aria si identifica un po’ con quel cielo che era la sede degli dei e quindi non pare una scelta insensata. Di per certo sappiamo che Anassimene affermò che l'aria è il principio di tutto in quanto è principio della vita. (Filosofico.net, con adattamenti)
 

 

 

 

Risorse web

Saggio breve su Talete, Anassimandro, Anassimene (A. Gargano)