La nascita della Filosofia

 

 

 

T1. La nascita della Filosofia in Grecia

Il primo periodo della storia della filosofia occidentale, intesa tradizionalmente come ricerca razionale dei princìpi di tutta la realtà, è caratterizzato da un susseguirsi di indagini sulla natura, proprio perché i pensatori che ne fecero parte ritenevano che la realtà consistesse appunto nel mondo naturale e che dunque questo fosse ciò che doveva essere spiegato. Di qui la consuetudine di indicare le loro dottrine in generale come «filosofia della natura». Numerose sono le figure di filosofi, quasi sempre organizzati in vere e proprie scuole di pensiero, di cui ci è rimasta notizia, ma pochissimo ci è pervenuto delle relative opere. 

 

La filosofia nasce grande

La nascita della filosofia […] è uno degli eventi più decisivi nella storia dell’uomo. Si può dire addirittura che sia il più decisivo, se ci si rende conto che il modo in cui la filosofia si è presentata sin dal suo inizio sta alla base dell’intero sviluppo della civiltà occidentale, e che le forme di questa civiltà dominano ormai su tutta la terra e determinano perfino gli aspetti più intimi della nostra esistenza individuale. La filosofia greca apre lo spazio in cui vengono a muoversi e ad articolarsi non solo le forme della cultura occidentale, ma le istituzioni sociali in cui tali forme si incarnano, e infine il comportamento stesso delle masse. […] Dicendo che la filosofia greca apre lo spazio dove giocano le forze dominanti della nostra civiltà non intendiamo confondere lo spazio col gioco che vi si conduce, ma rilevare che ogni gioco della nostra civiltà vien fatto all’interno di tale spazio e ne resta determinato così come i nostri movimenti sono condizionati dallo spazio fisico in cui veniamo a trovarci.
La civiltà occidentale si presenta oggi come civiltà della tecnica, ossia come organizzazione dell’applicazione della scienza moderna all’industria.
Ma è la filosofia, e precisamente la filosofia nella sua forma classica, cioè greca, ad aver aperto lo spazio all’interno del quale è stato possibile costruire ciò che chiamiamo "scienza moderna".

 

Il senso della verità

[…] Per decine e decine di millenni l’esistenza dell’uomo – globalmente e in ogni suo singolo aspetto – è guidata dal mito. Il mito non intende essere un’invenzione fantastica, bensì la rivelazione del senso essenziale e complessivo del mondo. […]Ma il mito arcaico è sempre collegato al sacrificio, cioè all’atto col quale l’uomo si conquista il favore degli dèi e delle forze supreme che, secondo la rivelazione del mito, regnano nell’universo. […] Per la prima volta nella storia dell’uomo, i primi pensatori greci escono dall’esistenza guidata dal mito e la guardano in faccia. […] Appare […] l’idea di un sapere che sia innegabile; e sia innegabile non perché la società e gli individui abbiano fede in esso, o vivano senza dubitare di esso, ma perché esso stesso è capace di respingere ogni avversario. L’idea di un sapere che non può essere negato né da uomini, né da dei, né da mutamenti dei tempi e dei costumi. Un sapere assoluto, definitivo, incontrovertibile, necessario, indubitabile. […] Si vuol dire che per poter affermare quali sono i tratti della verità è necessario che innanzitutto stia dinanzi agli occhi il senso indicato della parola “verità”; e i Greci per primi hanno guardato questo senso e si sono messi in cammino per stabilire che cosa può essere detto verità. ma già all’inizio di questo cammino la filosofia vede che il mito non è verità innegabile […], ma è soltanto una leggenda in cui si crede […].

 

La verità e il Tutto

Nei primi pensatori greci l’evocazione del senso inaudito della verità è insieme […] un rivolgersi alla Totalità delle cose. […] noi oggi , nella nostra esistenza quotidiana, non riflettiamo mai sul “Tutto” come tale; ci occupiamo di cose e di ambiti particolari, ed è a cose ed ambiti particolari che si dirige la nostra riflessione: l’ambiente fisico e sociale in cui viviamo, il lavoro, gli svaghi, gli affetti, il mondo che ci si manifesta nel sentimento religioso, il nostro corpo e la successione di piacere e di dolore che in esso avvertiamo. Eppure queste cose e ogni altra […] si trovano insieme in un’unica regione, costituita appunto dalla Totalità delle cose: essa contiene il presente, il passato, il futuro, le cose visibili e quelle invisibili, corporee e incorporee, il mondo umano e quello divino, le cose reali e quelle possibili, i sogni, le fantasie, le illusioni e la veglia, il contatto con la realtà, le delusioni; ogni vicende di mondi e universi, ogni nostra speranza. Con la nascita della filosofia il pensiero, per la prima volta, attraversa senza farsi distrarre l’infinita ricchezza delle cose: rivolgersi al Tutto vuol dire percorrere l’estremo confine, al di là del quale non esiste niente, e riuscire a scorgere il raccogliersi insieme delle cose più differenti e più antitetiche:il loro raccogliersi in una suprema unità. […] Rivolgendosi per la prima volta alla verità innegabile e scorgendo così la non-verità del mito, la filosofia nega che il mito abbia verità, non solo in relazione a questa o a quella cosa, ma in relazione a tutte le cose, così che, per la prima volta nella storia dell’uomo, alla totalità delle cose è consentito apparire nella verità. [E. Severino, La Filosofia dai Greci al nostro tempo].

Il filosofo Emanuele Severino.

Nel mondo antico il terine "filosofia" corrisponde a "ricerca della verità circa la natura dell'uomo e dell'universo": così si caratterizza l'epoca dei primi filosofi, i cosiddetti Presocratici.

E' bene precisare che non era presente nell'antichità la distinzione, oggi comunemente accettata, tra filosofia, scienza e teologia. La filosofia delle origini non è ancora in grado di ad operare distinzioni rigorose tra i diversi ambiti della ricerca umana, ma ciononostante manifesta dei caratteri peculiari che le garantiscono una identità forte, sempre più forte, che la pongono in una posizione diversa rispetto alla religione e al mito. Infatti anche i miti, così come le antiche religioni, offrivano in qualche modo una risposta i primi interrogativi "filosofici" dell'umanità: da dove viene il mondo? Come fatto universo? Ecc. Tra tutte queste domande, come vedremo, la filosofia delle origini ne conosce solo alcune.

 

La nascita della filosofia in Grecia: la pòlis, il mito, la poesia

La pòlis (pl. pòleis) è la città-stato della Grecia antica. Nate e sviluppatesi a partire dall’VIII secolo a.C., le pòleis erano piccole compagini sociali e politiche, indipendenti le une dalle altre, costituite da un centro urbano e da un territorio agricolo circostante. Caratteristica principale era la libertà di organizzazione: ogni pòlis, infatti, aveva leggi e tradizioni proprie. Il mondo greco antico offre esempi di pòleis dal regime politico democratico, fra le quali spicca l’Atene del V secolo, e oligarchico, come la sua rivale Sparta. La questione del significato e della valenza del mito è piuttosto complessa. Dal greco mythos, il termine indica una certa forma di “parola”, di “discorso”. Secondo una tesi tradizionale, nel mito si esprimerebbe la parola magica della religione e della superstizione attraverso racconti fantasiosi e inverosimili dal carattere fortemente persuasivo. La filosofia nascerebbe, invece, con il passaggio dal mito al lògos, ossia alla parola logica e razionale: in questo senso la parola filosofica sostituirebbe le menzogne del mito con la verità. Ma si è anche tentato di dimostrare che le cose stanno esattamente al contrario, ossia che il mito conterrebbe una verità originaria, poi oscurata dal progressivo allontanarsi dell’uomo dalla natura. Si tratta, tuttavia, di un’ipotesi inverificabile. Come suggerito anche dall’etimologia (mythos deriva dal verbo myein, che significa “chiudere gli occhi o la bocca”), la parola mitica ha infatti un carattere chiuso, riservato, e si annuncia come autorevole senza che chi la ode abbia la possibilità di valutare, con la ragione, la sua verità.

Nell’ambito del pensiero filosofico greco, il termine lògos ha assunto una grande quantità di significati: oltre a quello originale di “parola”, “discorso”, troviamo quello di “proporzione”, “rapporto esatto”, “ragione”, “logica”. Tradizionalmente contrapposto al termine mythos, il lògos indica il discorso razionale, espresso in forma argomentativa, in quanto teso a convincere con la forza della ragionevolezza e non con quella della persuasione suggestiva. Il termine lògos deriva infatti dal verbo lègein, che significa anche “raccogliere”: chi si avvale del lògos ha un atteggiamento attivo verso la realtà, è propenso a raccogliere le identità, le analogie tra le cose, per poi formulare teorie generali argomentabili razionalmente. La filosofia e la scienza occidentali si basano proprio sull’esercizio del lògos.

Nell’antica Grecia coesistevano due tradizioni religiose diverse, seppur legate tra loro: la religione olimpica (dal monte Olimpo, sede degli dei), a carattere pubblico e civile, e le religioni ctonie (dal greco chthòn, “terra”), culti misterici di origine egeo-cretese. Duplicazione idealizzata del mondo umano, l’universo olimpico è abitato dagli dei immortali e beati che prendono parte alla vita degli uomini e condividono con i mortali l’intero spettro delle loro passioni, dei loro vizi e delle loro virtù. Gli dei tuttavia non sono onnipotenti, dal momento che anch’essi subiscono  la forza di un destino imperscrutabile, di un fato superiore a cui nessuno, divino o umano, può sottrarsi. Nessuna promessa di salvezza ultraterrena appartiene, quindi, a questo tipo di religiosità, e anche questo spiega il pessimismo tipico della mentalità greca, che invita l’uomo a riconoscere la propria limitatezza e mortalità di fronte a un destino che appare arcano. Nel caso delle religioni ctonie, sviluppatesi sotto forma di culti misterici, invece, gli adepti venivano segretamente iniziati alla scoperta di livelli di verità sempre più elevati, attraverso pratiche magico-rituali che promettevano prospettive di immortalità. Fra i vari culti misterici, i più celebri furono quelli eleusini, quelli delfici o dionisiaci, e quelli orfici. 

Nel mondo greco i poeti erano considerati sapienti, e capaci di parlare agli uomini come sotto dettatura degli dei. La lirica, la tragedia e i poemi omerici, questi ultimi caratterizzati da una sostanziale verosimiglianza e razionalità della narrazione, rappresentavano per i Greci fonti da cui apprendere nozioni religiose, e in certi casi vere e proprie enciclopedie. Tuttavia il sapere filosofico si differenzia da quello poetico perché non si fa portavoce di un’autorità superiore, ma coinvolge l’intelligenza e il lògos dell’uomo nel suo “laico” e indipendente desiderio di conoscere.  La teogonia  è un genere letterario legato all’omonimo poema mitologico, scritto nell’VIII secolo a.C. dal poeta greco Esiodo, che è anche l’unico esemplare di teogonia a noi rimasto.
Il termine, che letteralmente significa “nascita degli dei”, indica l’insieme di miti che narrano l’origine e la discendenza degli dei e la storia dell’universo.
La lingua greca: tra i fattori che influenzarono e fecero da contorno alla nascita della filosofia, oltre a queste forme letterarie, si tende a considerare anche la lingua greca, dotata di grande ricchezza di vocaboli e complessità grammaticale: per esempio la possibilità di unire l’articolo determinativo con l’aggettivo neutro è connessa con quella capacità di astrazione che è così rilevante per la formazione dei concetti filosofici.


(Tratto da A. La Vergata, F. Trabattoni, Filosofa, cultura, cittadinanza, La Nuova Italia, Firenze, con adattamenti).

 

 

 

T2. La nascita della Filosofia secondo U. Galimberti

T3. Giorgio Colli: Apollo, la sapienza e la nascita della filosofia

Introduzione

Giorgio Colli distingue "sapienza" da "filosofia", considerando la prima un sapere originario e superiore, espressione di una verità pienamente posseduta, la seconda un sapere derivato, carente, perché "amore del sapere", quindi aspirazione a recuperare un sapere, una verità che si sono perduti.

La filosofia, concepita in questo modo, non nasce con i filosofi di Mileto ma con Platone, con la sua ricerca, attraverso la forma scritta, di un tempo nel quale vivevano dei "sapienti" e la sapienza non era da cercare, perché già la si possedeva. Altrove Colli ricorderà gli accenni di Platone all'epoca di Eraclito, Parmenide, Empedocle, come alla vera "età dei sapienti".

Ma l'epoca della sapienza è quella dove domina la cultura orale, oracolare e mitico-religiosa. Simbolo ed espressione di quella cultura è l'oracolo di Apollo a Delfi. Il culto dell'oracolo delfico e di quel dio è un culto alla sapienza che si conserva nella Grecia anche in età storica. Ma la verità, con l'oracolo, viene comunicata all'uomo in forma enigmatica, ambigua, oscura: essa, perciò, può essere solo intuita, mai resa trasparente e fissata in concetti chiari e distinti.

E, nello stesso tempo, la "sapienza", la rivelazione della verità, viene comunicata attraverso il racconto mitico (non con le argomentazioni logiche della scienza e della filosofia): anche il mito, infatti, "allude" e non "dichiara".

In tal modo, allora, la ricerca della verità assume un carattere estatico, mistico (e non logico-argomentativo), simile a quello degli sciamani delle pianure nordiche e dell'Asia centrale, che operano come profeti, "santoni" e guaritori: a questa influenza culturale studi recenti fanno risalire il culto di Apollo.

Per ribadire questa tesi, Colli si riallaccia al discorso che Platone svolge (anzi, fa svolgere a Socrate) nel Fedro distinguendo quattro specie di follia: la profetica, la misterica, la poetica e l'erotica. Richiama il carattere di "dono divino" che Socrate attribuisce a quelle forme di follia ed il fatto che la follia profetica, presieduta da Apollo - e che si esprime attraverso la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona - venga considerata superiore alle altre tre, come arte della divinazione, o "mantica". Per questo - conclude paradossalmente Colli - "la follia è la matrice della sapienza".

Si tratta di una tesi molto complessa e problematica, che si riallaccia a quella prodotta - nella seconda metà dell'Ottocento - dal filosofo tedesco Nietzsche. Questi aveva considerato Apollo e Dioniso le figure religiose che avevano presieduto alla nascita della tragedia (guardando comunque a Dioniso, non ad Apollo, come al dio-simbolo delle forze vitali e irrazionali del vivere)  e aveva visto nel razionalismo socratico-platonico il modello di scienza e filosofia che avrebbe svuotato e messo in crisi quella sapienza originaria.

 

 

Testo

Le origini della filosofia greca, e quindi dell'intero pensiero occidentale, sono misteriose. Secondo la tradizione erudita, la filosofia nasce con Talete e Anassimandro: le sue origini più lontane sono state cercate, nell'Ottocento, in favolosi contatti con le culture orientali, con il pensiero egiziano e quello indiano. Per questa via non si è potuto accertare nulla, e ci si è accontentati di stabilire analogie e parallelismi. In realtà il tempo delle origini della filosofia greca è assai più vicino a noi. Platone chiama "filosofia", amore della sapienza, la propria ricerca, la propria attività educativa, legata a un'espressione scritta, alla forma letteraria del dialogo. E Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano esistiti davvero i "sapienti". D'altra parte la filosofia posteriore, la nostra filosofia, non è altro che una continuazione, uno sviluppo della forma letteraria introdotta da Platone; eppure quest'ultima sorge come un fenomeno di decadenza, in quanto "l'amore della sapienza" sta più in basso della "sapienza". Amore della sapienza non significava infatti, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che già era stato realizzato e vissuto.

Non c'è quindi uno sviluppo continuo, omogeneo, tra sapienza e filosofia. Ciò che fa sorgere quest'ultima è una riforma espressiva, è l'intervento di una nuova forma letteraria, di un filtro attraverso cui risulta condizionata la conoscenza di quanto precedeva. La tradizione, in gran parte orale, della sapienza, già oscura e avara per la lontananza dei tempi, già evanescente e fioca per lo stesso Platone, ai nostri occhi risulta così addirittura falsificata dall'inserimento della letteratura filosofica. Per un altro verso è assai incerta l'estensione temporale di quest'epoca della sapienza: vi è compresa la cosiddetta età presocratica, ossia il sesto e il quinto secolo a. C., ma l'origine più lontana ci sfugge. E' alla più remota tradizione della poesia e della religione greca che bisogna rivolgersi, ma l'interpretazione dei dati non può evitare di essere filosofica. [...]

Al dio di Delfi, infatti, se mai a un altro, è da attribuirsi il dominio sulla sapienza. A Delfi si manifesta la vocazione dei Greci per la conoscenza: sapiente non è il ricco di esperienza, chi eccelle in abilità tecnica, in destrezza, in espedienti, come lo è invece per l'età omerica. Odisseo non è un sapiente. Sapiente è chi getta luce nell'oscurità, chi scioglie i nodi, chi manifesta l'ignoto, chi precisa l'incerto. Per questa civiltà arcaica la conoscenza del futuro dell'uomo e del mondo appartiene alla sapienza. Apollo simboleggia questo occhio penetrante, il suo culto è una celebrazione della sapienza. [...]

Nella parola si manifesta all'uomo la sapienza del dio, e la forma, l'ordine, il nesso in cui si presentano le parole rivela che non si tratta di parole umane, bensì di parole divine. Di qui il carattere esteriore dell'oracolo: l'ambiguità, l'oscurità, l'allusività ardua da decifrare, l'incertezza.

Il dio dunque conosce l'avvenire, lo manifesta all'uomo, ma sembra non volere che l'uomo comprenda. [...]

Gli studi più recenti sulla religione greca hanno  messo in evidenza un'origine asiatica e nordica del culto di Apollo. Qui emerge una nuova relazione tra Apollo e la sapienza. Un frammento di Aristotele ci informa che Pitagora - un sapiente appunto - fu chiamato dai Crotoniati Apollo Iperboreo. Gli Iperborei erano per i Greci un favoloso popolo dell'estremo settentrione. Di là sembra provenire il carattere mistico, estatico di Apollo, che si manifesta nell'invasamento della Pizia, nelle parole farneticanti dell'oracolo delfico. Nelle pianure nordiche e dell'Asia centrale è testimoniata una lunga persistenza dello sciamanesimo, di una particolare tecnica dell'estasi. Gli sciamani raggiungono un'esaltazione mistica, una condizione estatica, in cui sono in grado di operare guarigioni miracolose, di vedere l'avvenire e pronunciare profezie.

Tale è lo sfondo del culto delfico di Apollo. Un passo celebre e decisivo di Platone ci illumina al riguardo. Si tratta del discorso sulla "mania", sulla follia, che Socrate sviluppa nel Fedro. Subito all'inizio si contrappone la follia alla moderazione, al controllo di sé, e con un'inversione paradossale per noi moderni, si esalta la prima come superiore e divina. Dice il testo: "i più grandi fra i beni giungono a noi attraverso la follia, che è concessa per un dono divino... infatti la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona, in quanto possedute dalla follia, hanno procurato alla Grecia molte e belle cose, sia agli individui sia alla comunità". E'  dunque posto in evidenza sin dal principio il collegamento tra "mania" e Apollo. In seguito si distinguono quattro specie di follia, la profetica, la misterica, la poetica e l'erotica: le ultime due sono varianti delle prime due. La follia profetica e quella misterica sono ispirate da Apollo o da Dioniso (sebbene quest'ultimo non sia nominato da Platone). Nel Fedro in primo piano sta la "mania" profetica, al punto che la natura divina e decisiva della "mania" è testimoniata per Platone dal costituire il fondamento del culto delfico. Platone appoggia il suo giudizio con un'etimologia: la «mantica», cioè l'arte della divinazione deriva da "mania", ne è l'espressione più autentica. [...] Apollo non è il dio della misura, dell'armonia, ma dell'invasamento, della follia. Nietzsche considera la follia come pertinente al solo Dioniso, e inoltre la circoscrive come ebbrezza. Qui un testimone del peso di Platone ci suggerisce invece che Apollo e Dioniso hanno un'affinità fondamentale, proprio sul terreno della "mania"; congiunti, essi esauriscono la sfera della follia, e non mancano appoggi per formulare l'ipotesi - attribuendo la parola e la conoscenza ad Apollo e l'immediatezza della vita a Dioniso - che la follia poetica sia opera del primo, e quella erotica del secondo. Concludendo, se una ricerca delle origini della sapienza nella Grecia arcaica ci porta in direzione dell'oracolo delfico, della significazione complessa del dio Apollo, la "mania" ci si presenta come ancora più primordiale, come sfondo del fenomeno della divinazione. La follia è la matrice della sapienza.

(Tratto da G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano 1996).

 

 

T4. La filosofia delle origini

La filosofia ha fatto la sua comparsa nella cultura occidentale presentandosi con due caratteristiche. La prima è quella di porsi come ricerca della Verità non in relazione a qualche cosa di particolare, ma alla realtà nel suo insieme. La seconda consiste nella utilizzazione della Ragione (Lógos) come strumento di indagine del reale e di conoscenza del vero.

La Ragione appare esplicitamente come facoltà specifica dell’uomo: Aristotele definisce l’uomo come animale (nel senso di “essere animato”, “essere vivente”) dotato di ragione. La ragione si manifesta nella parola, nella frase, nel discorso retorico ben costruito, nel procedimento dialettico corretto. Nel rivelare il suo modo di operare, la ragione mostra ai primi filosofi di avere un suo nómos (“legge”, “ordine”), cioè regole che i filosofi dovevano comprendere e rispettare. Lo studio dell’insieme di queste regole formerà poi il campo della logica.
L’attività teoretica – cioè il lavoro del filosofo per conoscere la Verità – si fonda sulla certezza che la ragione può giungere alla Verità, o almeno avvicinarsi ad essa. Questa fiducia si trova espressa, ad esempio, in un’opera di Aristotele, che afferma: “Gli uomini sono sufficientemente dotati per il vero e raggiungono per lo più la Verità” (Retorica, 1355a, 15-17). Ma, come vedremo, le capacità della ragione furono ben presto messe a dura prova sia perché il problema della conoscenza della Verità si è rivelato sempre più complesso, sia per la grave crisi d’identità cui andò incontro il mondo greco, prima con la guerra del Peloponneso e quindi, e soprattutto, con la disgregazione dell’impero di Alessandro.
La prima “storia della filosofia” si trova nella Metafisica di Aristotele, che la fa iniziare da Talete. Ancora oggi questa tradizione viene sostanzialmente rispettata, anche se – all’interno della storiografia e della critica filosofica – trovano sempre più spazio autori come Omero, Esiodo ed altri scrittori dell’antica Grecia, che si pongono a metà strada fra il pensiero mitico e quello più propriamente razionale (si vedano a questo proposito le opere di G. Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, Milano, 1975 e La sapienza greca, 3 voll., Adelphi, Milano, 1977-1980).
Negli ultimi tempi l’interesse degli studiosi sembra essersi spostato soprattutto sull’analisi del contesto storico e culturale che ha permesso e favorito la nascita della filosofia nelle colonie greche dell’Asia Minore. I coloni greci, abbandonando il suolo natio, avevano subíto un processo di sradicamento dalla tradizione dei padri; si erano staccati dal mondo della campagna, ripetitivo e conservatore, e avevano sviluppato nuove attività quali l’artigianato e il commercio, che imponevano la conquista di nuove rotte e la risoluzione dei problemi tecnici e scientifici che tale conquista poneva. La possibilità di viaggiare, di conoscere, di venire in contatto con altre culture, con altre tradizioni, con altri miti – in una parola, l’opportunità di confrontarsi –, insieme alla dinamicità sociale presente nelle colonie dell’Asia Minore e ai tentativi di elaborare nuove formule politiche – tentativi del Lógos di realizzare un nuovo nómos, dando spazio ai ceti emergenti (il démos) – crea un nuovo clima culturale all’interno del quale, grazie anche alle possibilità di astrazione offerte dall’affermarsi della scrittura, nasce la filosofia.
  Preliminare all’incontro con la filosofia è, comunque, quello con l’antica sapienza espressa dalla poesia arcaica. (G. Zappitello, in L. Ardiccioni, Filosofia, G. D’Anna, Messina-Firenze).
 

Mileto e i primi centri di ricerca filosofica