Come si fa una parafrasi

La parafrasi è lo strumento principale per semplificare un testo e per verificarne (auto-verificarne) il livello di comprensione da un parte e saggiarne la struttura argomentativa dall’altra. È dunque un potente strumento di studio critico e ragionato e come tale rientra a buon diritto nella cassetta degli attrezzi dell’aspirante filosofo. “Parafrasare” significa “dire le stesse cose in modo diverso” e, proprio per questo, la parafrasi richiede uno sforzo di comprensione (ed espressione) adeguata. Se invece di semplificare un testo lo complichiamo, evidentemente la parafrasi non è ben riuscita. Per rendere meglio l’idea riportiamo un brano tratto da un ottimo volume di Andrea Iacona, L’argomentazione (Einaudi, Torino, 2005, pp. 4-11), al quale rimandiamo senz’altro nel consigliarlo come lettura integrale, vista la sua notevole efficacia didattica. L’Autore spiega in modo molto chiaro in che cosa consiste la parafrasi, fornendoci un utile esempio (il passo è tratto da Immanuel Kant, Critica del Giudizio, Laterza, Bari, 1989, p.191):

“Inoltre alla musica è propria quasi una mancanza di urbanità, specialmente per la proprietà, che hanno i suoi strumenti, di estendere la loro azione al di là di quel che si desidera, (sul vicinato), per cui essa in certo modo s’insinua e va a turbare la libertà di quelli che non fanno parte del trattenimento musicale; il che non fanno le arti che parlano alla vista, perché basta rivolgere gli occhi altrove, quando non si vuol dar adito alla loro impressione”.

Qual è la tesi che viene qui esposta? Che cosa vuol dire l’autore? In tutti i casi in cui non è chiaro quale sia esattamente l’asserzione contenuta in un testo o la ragione addotta a suo sostegno è utile fare una parafrasi del testo. Ma anche nei casi in cui l’argomento sembra chiaro la parafrasi è comunque utile, in quanto aiuta il lettore a far emergere eventuali problemi nascosti che ad una prima lettura potrebbero passare inosservati. Parafrasare significa dire le stesse cose in modo diverso. Siccome per dire le stesse cose che dice un testo è necessario aver capito quali sono o quali possono essere le cose in questione, la parafrasi di un testo obbliga ad approfondirne la comprensione.

La seguente è una possibile parafrasi del testo sopra citato:

La musica non è urbana.
Gli strumenti musicali estendono la loro azione al di là di quel che si desidera.
La musica infastidisce coloro che non partecipano all’intrattenimento musicale.
Le opere delle arti visive non estendono la loro azione al di là di quel che si desidera.
Le arti visive non infastidiscono coloro che non partecipano all’intrattenimento visivo.


Quando si esegue la parafrasi di un testo con lo scopo di chiarire l’asserzione che contiene e le eventuali ragioni addotte a suo sostegno, occorre innanzitutto dividere il testo in parti per semplificarne la sintassi. Le unità sintattiche più piccole in cui il testo può essere diviso sono gli enunciati, cioè le sequenze di parole che formano frasi di senso compiuto in base alle regole grammaticali della lingua in cui si fa la parafrasi. Nel nostro caso la lingua è l’italiano, quindi gli enunciati sono sequenze di parole che formano frasi di senso compiuto in italiano. Ad esempio, “la musica non è urbana” è un enunciato, mentre “la musica urbana” non lo è. Ciascuno degli enunciati ottenuti deve essere comprensibile indipendentemente dagli altri. Quindi, occorre sostituire le espressioni il cui significato dipende almeno in parte dalla posizione che occupano nel testo con altre comprensibili isolatamente. Ad esempio, nella parafrasi del testo sopra riportato l’espressione “i suoi strumenti” è sostituita dall’espressione “gli strumenti musicali”. Inoltre, gli enunciati ottenuti devono essere dichiarativi, cioè devono essere enunciati del tipo che normalmente si usa per dire che le cose stanno in questo o in quel modo. Ad esempio, l’enunciato “la musica non è urbana” è dichiarativo. Invece un enunciato che esprime una domanda, come “la musica è urbana?” non è dichiarativo, e lo stesso vale per gli enunciati che esprimono comandi, preghiere o imprecazioni. In secondo luogo, occorre eliminare dal testo le espressioni che non sono indispensabili. Per capire se un’espressione è indispensabile basta immaginare come sarebbe il testo senza l’espressione. Se la sottrazione cambia in misura rilevante ciò che dice il testo allora l’espressione è indispensabile, altrimenti non lo è. Cambiare in misura rilevante ciò che dice il testo significa cambiare le asserzioni che contiene o le eventuali ragioni addotte a loro sostegno. Anche se prima della parafrasi non è del tutto chiaro quali siano queste asserzioni o ragioni, può risultare chiaro fin dall’inizio che una certa espressione è dispensabile. Ad esempio, l’espressione “in certo modo” che compare nel testo è chiaramente dispensabile. Pur non avendo ancora stabilito cosa dice il testo in termini di asserzioni e di ragioni a loro sostegno, risulta chiaro fin dall’inizio che un testo ottenuto dal testo eliminando questa espressione non dice cose diverse. Inoltre, occorre eliminare dal testo qualsiasi forma di ridondanza riducendone il più possibile la lunghezza e la complessità. Come nel caso delle espressioni dispensabili, per capire se un’espressione è ridondante basta immaginare come sarebbe il testo se al suo posto ci fosse un’altra espressione più breve o meno complessa. Se la sostituzione non cambia in misura rilevante ciò che dice il testo allora la prima espressione è ridondante, altrimenti non lo è. Ad esempio, l’espressione “è propria una mancanza di urbanità” che compare nel testo è ridondante, perché non c’è una differenza rilevante tra dire che alla musica è propria una mancanza di urbanità e dire che la musica non è urbana. L’eliminazione delle espressioni dispensabili e delle costruzioni ridondanti è utile perché riduce la lunghezza e la complessità degli enunciati rendendone più agevole la comprensione. Ma spesso non si tratta solo di semplificare. Le espressioni dispensabili e le costruzioni ridondanti possono anche essere fuorvianti. Un caso che merita particolare attenzione in proposito è quello delle espressioni che si usano per «mettere le mani avanti» cercando di prevenire eventuali critiche. A volte si cerca di «rafforzare» ciò che si dice usando espressioni del tipo “sono certo che così e cosà”, “è ovvio che così e cosà”, o “solo uno stupido negherebbe che così e cosà”, invece di dire semplicemente «così e cosà». Le espressioni di questo tipo sono fuorvianti. Se una persona dice «è ovvio che questa legge viola un diritto fondamentale del cittadino» per giustificare l’asserzione che la legge in questione è ingiusta, ciò che dice letteralmente è che una certa cosa è ovvia, cioè la violazione di un diritto fondamentale del cittadino da parte della legge. Ma in realtà la ragione addotta è che la legge viola un diritto fondamentale del cittadino, non che questa violazione è cosa ovvia. Una strategia altrettanto comune è quella di «indebolire» ciò che si dice usando espressioni del tipo “è possibile che così e cosà”, “può darsi che così o cosà”, o “secondo me così o cosà”. Anche le espressioni di questo tipo sono fuorvianti. Se una persona dice «Credo che questa legge violi un diritto fondamentale del cittadino» per giustificare l’asserzione che la legge in questione è ingiusta, ciò che dice letteralmente è che crede una certa cosa, cioè che la legge violi un diritto fondamentale del cittadino. Ma in realtà la ragione addotta è che la legge viola un diritto fondamentale del cittadino, non che questo è ciò che la persona crede. In terzo luogo, occorre sostituire le espressioni oscure o figurate con espressioni di uso comune che non lo siano. Ad esempio, il testo citato contiene l’espressione figurata “arti che parlano alla vista”, che nella parafrasi è stata rimpiazzata dall’espressione non figurata “arti visive”. Quando si incontra un’espressione oscura o figurata è naturale chiedersi quale sia esattamente il suo significato, un po’ come quando si incontra un’espressione di una lingua che non si conosce bene. In generale, un testo da parafrasare deve essere trattato come se fosse un testo in una lingua straniera. Da un lato, quando si legge un testo in una lingua straniera non si parte quasi mai dal presupposto di aver capito tutto. Dall’altro, però, si pensa che quello che c’è da capire sia traducibile in italiano. Lo stesso vale per un testo da parafrasare. Da un lato, quando si legge un testo da parafrasare non si deve mai partire dal presupposto di aver capito. Piuttosto, si deve partire dal presupposto di non aver capito. Infatti, spesso si ha l’impressione di aver capito senza aver capito davvero. […] Quando si parafrasa un testo –sostiene Icona –si riporta ciò che il testo dice senza dare troppa importanza alle parole con cui lo dice. Per usare una metafora, quello che interessa è il contenuto del testo, non la sua forma. Si può pensare al contenuto di un testo come a ciò che è espresso tanto dagli enunciati che costituiscono il testo quanto dagli enunciati che costituiscono la sua parafrasi. Ad esempio, nel testo citato compare l’enunciato “alla musica è propria quasi una mancanza di urbanità”, mentre nella parafrasi compare al suo posto l’enunciato “la musica non è urbana”. In un certo senso i due enunciati «dicono» la stessa cosa, ed è questa cosa che interessa ai fini che la parafrasi si prefigge, non le parole che gli enunciati contengono. In generale, si chiama proposizione ciò che è espresso da un enunciato. Quindi, rispetto ai fini che la parafrasi si prefigge quello che interessa sono le proposizioni espresse dagli enunciati del testo, non gli enunciati stessi. Questo significa che un testo può essere descritto come un insieme di proposizioni, cioè le proposizioni espresse dagli enunciati che costituiscono la sua parafrasi. Ad esempio, il testo citato nell’esempio può essere descritto come l’insieme di proposizioni espresse dai cinque enunciati che costituiscono la sua parafrasi. La distinzione tra enunciato e proposizione risulta chiara alla luce della distinzione tra discorso diretto e discorso indiretto. Ad esempio, se Pietro proferisce l’enunciato “la musica non è urbana” ci sono due modi di descrivere il suo proferimento. Uno è «Pietro ha detto: “la musica non è urbana”». L’altro è «Pietro ha detto che la musica non è urbana». Nel primo caso si riportano le parole che Pietro ha proferito per asserire ciò che ha asserito, mentre nel secondo si riporta ciò che Pietro ha asserito senza fare riferimento alle parole che ha proferito per asserirlo. Se Pietro avesse proferito l’enunciato “alla musica è propria una mancanza di urbanità” (o l’enunciato tedesco di cui è traduzione) invece che l’enunciato “la musica non è urbana”, la prima descrizione sarebbe stata scorretta mentre la seconda sarebbe stata comunque corretta. Più in generale, quando si usano le virgolette si fa riferimento a un enunciato specifico, mentre quando si usa una clausola retta da ‘che’ si fa riferimento a una cosa detta, asserita o sostenuta, indipendentemente dalle parole che sono state proferite per dirla, asserirla o sostenerla. Dunque le proposizioni sono cose alle quali ci riferiamo per mezzo di clausole rette da ‘che’. Ad esempio, nei due casi considerati Pietro proferisce enunciati diversi, ma la proposizione asserita è la stessa. In altri termini, “la musica non è urbana” e “alla musica è propria una mancanza di urbanità” (o l’enunciato tedesco di cui è traduzione) esprimono la stessa proposizione, cioè la proposizione che la musica non è urbana (Cfr. Bernardo Cinquetti, L’analisi del testo Filosofico, Napoli, 2008). Nella sezione Antologica collegata all’Eserciziario, quindi, si raccomanda sempre l’esercizio della parafrasi. Esso dovrebbe costituire una sorta di “procedura automatica” ogni qual volta si cerca di capire che cosa un Autore intende dire: prima di argomentare, è meglio comprendere quali sono i problemi di cui si sta discutendo e qual è la tesi che il nostro interlocutore propone alla nostra attenzione. La Filosofia, la buona Filosofia, è scienza dell’argomentazione, ovvero dell’analisi di problemi e delle loro diverse possibili soluzioni.

Nella “società liquida” e nel mondo “globalizzato” della comunicazione l’insegnamento della filosofia svolge sempre più un ruolo centrale nel percorso formativo degli studenti. L’apprendimento della filosofia, come si è accennato, consente di operare una riflessione critica sul mondo in cui si vive nel suo complesso e nelle sue profonde dinamiche di mutamento, sul sapere e sul senso dell’esistenza, di formulare problemi mettendo in discussione certezze e luoghi comuni, di accrescere la capacità di ricercare e approfondire, di promuovere la creatività. In vista del raggiungimento di questi obietti- vi formativi e didattici connessi allo studio della filosofia è ancora ed anzi sempre più necessaria la conoscenza diretta dei testi filosofici. Il manuale on-line dell’Eserciziario Quid Est delinea percorsi storici, presenta l’argomentazione dei filosofi secondo un rigoroso ordine logico, ma, come da più parti si sottolinea, esso non può costituire il referente metodologico unico nell’insegnamento della filosofia. È necessario conoscere il pensiero di un autore direttamente dai suoi scritti. A questo scopo è dedicata l’intera sezione antologica ed una serie di brevi aforismi e brani d’autore della versione cartacea, per la quale si propone sempre un’attenta parafrasi o quanto meno un riassunto. Ma qual è la differenza tra parafrasi e riassunto? Quella di riassumere un testo è un’abilità linguistica fondamentale, che presuppone quelle dell’analisi e della comprensione, dell’organizzazione e della riorganizzazione di un testo, del quale si vogliono riprodurre solo gli elementi essenziali. Anche quella di parafrasare un testo è un’abilità fondamentale; per quanto simile a quella di riassumere, non è ad essa identica, in quanto per parafrasi si intende l’esposizione di un testo in una forma più semplice di quella originale, che non ne alteri, però, il contenuto. Nella parafrasi, a differenza che nel riassunto, si riproduce quasi integralmente il contenuto dell’originale, ma se ne sostituisce la forma con un’altra, ritenuta più adatta. Dovendo talora chiosare termini o sostituirne di specifici con locuzioni, una parafrasi, a differenza del riassunto, può anche essere più lunga del testo da cui deriva. Vediamo allora come si produce una parafrasi valida. Si noti che non esistono parafrasi che conservano perfettamente l’informazione originaria: il mutamento della forma linguistica di un testo è sempre anche una variazione del suo contenuto, una sua rielaborazione, che determina slittamenti, arricchimenti o impoverimenti di senso. Come giudicare, allora, se le trasformazioni che si sono indotte in un testo parafrasato hanno dato risultati accettabili, se, cioè, non hanno apportato mutamenti tali da stravolgerne il senso originario? Verificando se, dato un determinato contesto le due versioni del documento possono essere usate senza provocare fraintendimenti.


Guida semplice alla parafrasi del testo filosofico

1) Individua il problema che viene affrontato
Chiediti: di quale argomento si tratta? che tipo di argomento viene trattato?
Fai una prima lettura orientativa e individua l’argomento di cui si tratta
Classifica il problema entro le categorie più generali della filosofia (ontologia, gnoseologia, cosmologia, etica, politica, etc.)

2) Come viene argomentata la tesi principale?
Quali sono le premesse del ragionamento?
Attraverso quali passaggi logici viene condotta l’argomentazione?
Quali sono le conclusioni del filosofo?
L’argomentazione è coerente o ci sono incongruenze?
Che tipo di argomentazione è: dimostrazione, confutazione, esempio, et.

3) Individua i concetti-chiave
Esplicita i termini-chiave analizzando il lessico usato dal filosofo
Individua la radice etimologica del termine
Il termine è già stato usato dalla tradizione, oppure è nuovo rispetto alla
tradizione, viene carica di un nuovo significato?
Il termine è proprio del periodo storico in cui vive il filosofo?
Il termine viene ancora usato nel linguaggio quotidiano e con quale accezione?